Il Superuovo

“Un Anno Senza Te”, il fumetto che racconta la forza immane della nostalgia

“Un Anno Senza Te”, il fumetto che racconta la forza immane della nostalgia

“Un Anno Senza Te”, fumetto nato dalla collaborazione di Luca Vanzella e “Giopota” – Giovanni Pota, ci trasporta in una discussione sulla nostalgia e sulla malinconia. Obiettivo: la riscoperta del sé.

Antonio in una pagina del fumetto; disegni di Giopota

Questo è tutto quello che mi resta? Tutti i paesaggi che non vedremo insieme? Tutte le stagioni cui non arriveremo? Mi resta solo il ricordo di un futuro che non avrò con te?” – Antonio si presenta al lettore nella primissima pagina del fumetto, cinto in un abbraccio con Tancredi, suo partner per gli ultimi sei mesi. La storia ha inizio proprio con la rottura fra i due: dalla prima linea di penna, il magistrale racconto di una relazione finita percorre il file rouge della trama, seguendo il tesista Antonio nel corso di dodici mesi.

IL FUMETTO: LA STORIA DELLA ROTTURA DI ANTONIO

I disegni della mano di Giopota incorniciano la narrazione di Luca Vanzella: la collaborazione fra i due ha dato vita ad uno squarcio di vita, estremamente realistico, estremamente sentito. Tutti possono rivedersi in Antonio, così come negli amici Anita, Zeno o Tobia, ogni elemento del fumetto è riconoscibile al lettore, nonostante la storia sia colorata da elementi fantastici (conigli al posto della neve, venti al sapore di ricordi, anni che vengono estratti a Capodanno,…).
Il carattere così umano di questo lavoro è il suo punto di forza: d’altro canto è pur sempre su una rottura.

Il racconto ha inizio a Settembre, in una Bologna di fine estate, dove la calura dei mesi precedenti sembra ormai superata. Un giovane studente di archeologia, è alle prese con la sua tesi – l’argomento? Agiografia, niente di semplice. In uno struggente spaccato di vita universitaria, il protagonista si ritrova a dover affrontare dodici mesi, carichi di emotività e fragilità: un lutto, una perdita, la fine di una relazione. Come accennato prima, attraverso alcuni stratagemmi letterari, è possibile rivivere importanti analessi, dove viene narrata la persona di Antonio ed il suo approccio alle relazioni sentimentali. Parola chiave di questa graphic novel? La nostalgia. In altre parole, come superare il passato?

Antonio in una pagina del fumetto; disegni di Giopota

LA MALINCONIA E LA NOSTALGIA, LA RISCOPERTA DEL DOLORE

La prima risposta di Antonio è l’abbandono alla malinconia. Il modo più semplice di descrivere questo stato è con un ridondante colore grigio: una tristezza opaca e “velata”, nascosta nel vivere quotidiano. È il vivere passivamente, l’assenza di una figura dai contorni ben definiti. È desiderio e mancanza, dove l’uno necessita dell’altro, ed in questo caso lo è del futuro che Antonio non vivrà.
È allontanamento, anche dalla vita: è trasparenza, negazione dello scorrere del tempo, speranza in un futuro che non esiste, è un non vivere quasi kierkegaardiano.

La condizione malinconica è spesso descritta come una sentimento “di fondo”, come un ronzio nei meandri dei nostri pensieri (un po’ come lo stesso protagonista descriverà Tancredi, un “emofene”.

“È come un fischio continuo. O meglio, come una nota costante di fondo, …”.

O ancora

“Un sentimento che è lì, sotto tutte le altre emozioni, ma che a volte, nel silenzio della noia, in una pausa di contemplazione, tra le sincopi della vita quotidiana, ecco che torna a farsi sentire”.

In una seconda ripresa, la nostalgia diventa la vera padrona delle strisce. I ricordi del passato, uniti all’inafferrabilità di Tancredi (e dell’amore, in generis), si trasformano in una spirale di incontri mancati, opportunità perse, appuntamenti disastrosi (nel caso di Antonio). Il vivere si fa in un funzione di qualcosa che non c’è più, di un’emozione non più accessibile. Ecco che nella narrazione si posiziona l’utilizzo dei sopracitati flashback.

In altre parole, il nostro amato protagonista ci racconta il doloroso sentire umano dell’irraggiungibile, di quello che sarebbe potuto essere, della possibilità, del ricordo. Un sentimento molto noto agli uomini, ma che potrebbe nascondere un aspetto ancora più profondo.

L’IMMENSA FORZA DEL TRAGICO E LA FIGURA DEL DON GIOVANNI

“Il coraggio è capire che bisogna muoversi e non restare fermi, che bisogna procedere e non tornare indietro, che il drago davanti a noi ha i denti e gli artigli, ma se non lo affrontiamo non saremo mai noi stessi.”.

Questo ciò che leggiamo nelle ultime pagine del fumetto. Una squisita realizzazione dell’umanità: un’esistenza fragile, legata al discrimine dell’altro, dove sofferenza, nostalgia, melanconia, sono solo elementi dell’esperienza dell’uomo. Il “non-vivere” di un cuore spezzato, congelato fra un dolce passato ed un futuro irrealizzabile, prende le parti della meravigliosa forza del tragico, decantata da filosofi come Nietzsche e Kierkegaard.

La considerazione finale di Antonio ci ricorda ancora una volta come il pantragismo, ed in parte anche l’abbandono alla sofferenza, possa risultare in uno slancio vitale, nella dimostrazione della volontà di vivere. Nella figura del Don Giovanni, il seduttore di Kierkegaard, possiamo rivedere il nostro protagonista. Certo, nessuno lo definirebbe un seduttore, ma la sua malinconia e l’astensione alla presa di posizione lo relega ad una figura grigia e trasparente, senza contorni. La fuga dalla possibilità, dall’angoscia della scelta: nella conclusione, Antonio riesce ad esplorare tutte i possibili risvolti delle sue azioni, giungendo, in fine, alla realizzazione di dover affrontare il dolore in prima linea. Un perfetto aufhebung hegeliano.

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