
Dieci anni fa usciva nelle sale cinematografiche il film “The Social Network”. Solo una settimana fa un blackout, delle maggiori app utilizzate, di circa sette ore ha colpito gran parte del globo terrestre. Questo ci fa riflettere.
THE SOCIAL NETWORK
The Social Network è il film che parla dei primi tumultuosi anni di Facebook. In questo lungometraggio il regista David Fincher non ha solo messo in mostra i fondatori della piattaforma, ma ha anche inscenato le difficoltà e i pericoli che corrono dietro al fenomeno popolare. Film che ha incassato 200 milioni di dollari, è spopolato soprattutto negli Usa e in Europa, dove della piattaforma digitale, all’epoca, si sapeva ben poco. La rete sociale statunitense è stata ideata principalmente da, all’epoca studente, Mark Zuckerberg, il 4 Febbraio 2004. Per gli amanti del web vedere la vicenda sul grande schermo è stato come dare il giusto riconoscimento all’informatica; per altri invece è stata la scoperta di tanti segreti nascosti dietro queste vicissitudini. Quello che tutti si aspettavano era un film noioso, classico e scontato, dove il regista avrebbe messo in scena la collaborazione e l’intelligenza dei programmatori. In realtà il risultato è stato ben diverso: partendo dalla colonna sonora arrivando alle sceneggiature, post classiche, il lungometraggio si fa spazio tra gli altri film arrivando ad essere definito “miglior film dell’anno” dalla rivista Rolling Stones. Aldilà delle relazioni dei cosiddetti “nerd”, la storia racconta il dramma che si cela dietro al web accennando al discorso sulla privacy, fenomeno molto discusso oggi.
Il racconto delle relazioni tra i programmatori, a mio parere, è molto rilevante, in quanto da questo si può meglio comprendere l’atteggiamento e le personalità dei geni indiscussi. Dal film emerge che i protagonisti litigano spesso tra di loro, perché quando si parla di startup così grandi, i “misunderstanding” sono inevitabili. Nonostante le accuse reali, che vengono riportate nel film, se Zuckerberg fosse o no una buona persona poco importa. Quando si parla di innovazioni esorbitanti, come la piattaforma di Facebook, molti aspetti e vicissitudini vengono tralasciate. Specialmente in quel periodo, dopo che nel 2008 l’economia mondiale si era ritrovata nella crisi dei mutui subprime. Più che informatica si parla di potere. Non dimentichiamoci, però, che il grande fondatore è un essere umano, e come tale, anche se difficilmente, prova emozioni contrastanti, tant’è che il film termina con lui che, codardamente, invia una richiesta di amicizia alla sua ormai ex fidanzata, attendendo impazientemente una risposta.

IL “SOCIAL NETWORK ADDICTION” E IL “FRIENDSHIP ADDICTION”
La dipendenza da connessione è riassunta con due termini inglesi: “social network addiction” e “friendship addiction”. Entrambi sono degli atteggiamenti che riguardano principalmente la generazione Z, nonché la generazione nata dopo la nascita di internet e dei cellulari. I comportamenti riassunti in questi termini sono effettivamente le giornate-tipo della società attuale: aggiornamento e controllo della propria pagina web, richieste di amicizia, diffusione di like, visualizzazione di video. L’avvento di Facebook e poi successivamente Instagram, ha causato una riduzione nei rapporti e un individualismo. Il fenomeno di cui stiamo parlando, prima di parlare di “social network addiction” e “friendship addiction” è il social sharing. I termini non vengono tradotti, ma si tende a lasciarli nella loro lingua originale, proprio perché essi provengono dalla parte meridionale della San Francisco Bay Area, nella California settentrionale, meglio conosciuta come Silicon Valley (centro globale per l’alta tecnologia, l’innovazione e capitale di rischio e social media). Tornando a parlare di social sharing, si può dire che molte persone non l’hanno mai sentito nominare, ma tutti sappiamo di cosa si tratta. Il fenomeno consiste nella sensazione di appagamento che ogni essere umano vorrebbe ricevere e che con piattaforme come Instagram raggiunge; è facile soddisfare le proprie aspettative, in quanto è possibile diffondere “amore” schiacciando delle icone a forma di cuore. Nessuno sforzo, nessuna perdita di tempo, un semplice click può cambiare l’umore di una persona. Viviamo dunque in mondo di cartone, dove gli apprezzamenti sono irreali, ma è una realtà che va avanti da vent’anni e le prime conseguenze stanno emergendo. Quali potrebbero essere le conseguenze di un simile fenomeno? Beh, semplice, anche i più inesperti sanno che per mandare avanti il circuito c’è bisogno di internet, che è il motore di questo processo. Ma cosa succede se una parte del motore non funziona? O se, addirittura, è la macchina a non funzionare? Succede il panico, perché la nostra realtà è diventata ormai questa. Non esiste più una realtà senza piattaforme digitali, non è possibile al giorno d’oggi rimanere una settimana senza telefono, le città senza internet non vanno avanti, insomma tutto ciò che c’era prima di internet è cessato con la fine dell’anno 1995. La dipendenza dai social networks sembra essere dovuta al forte senso di sicurezza, di personalità e di socialità che tale forma di siti sono in grado di fornire. In realtà tutte queste dinamiche psico-emotive personali ed interpersonali si basano su qualcosa di virtuale, dando in tal modo sicurezze ed autostima fittizia.
Un altro film che evidenzia più il settore psicologico che quello informatico è “The social Dilemma”. Dal film si deduce che nonostante la società sia una “massa” talvolta non in grado di ragionare, qualcuno si è reso conto che l’era di internet ha portato tantissimi fattori produttivi ed innovativi, ma anche ritorsioni psicologiche, specialmente nei giovani adolescenti. C’è una grande differenza tra essere nato prima di Internet ed aver vissuto in un mondo in cui non avere WhatsApp non fosse strano, e nascere in una società digitale già avviata. Il dilemma di cui si parla fa riferimento sia alle implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo della tecnologia e della sovrapproduzione di disinformazione, sia ad una interessante disquisizione su come i social media mettano in atto una ‘manipolazione’ dell’individuo con lo scopo di generare profitti.
Non si parla molto del “friendship addiction” perché non sempre, fortunatamente, questo fenomeno si è verificato. Per alcuni ambienti come il lavoro, l’ufficio, l’università, essere collegati a una rete in cui si può effettuare uno scambio di informazioni è a beneficio di tutti. A volte le classiche piattaforme utilizzate dai più giovani sono il mezzo per intraprendere nuove amicizie; questo significa che non siamo più in grado di fare amicizia dal vivo? Per fortuna questo ancora non è successo. Possiamo affermare che le amicizie digitali o “false amicizie”, come qualcuno le definisce, hanno aiutato psicologicamente i ragazzi, ma anche gli adulti. Senza spingerci troppo in là è sufficiente pensare alla situazione sanitaria che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo. Oltretutto, nominando ancora una volta la pandemia, il mondo virtuale è stata la salvezza, si può dire, dell’economia mondiale: università, uffici, scuole, istituti sono andati avanti solo grazie all’esistenza di piattaforma che permettevano la continuazione del lavoro via web. Quindi è giusto dire che la tecnologia ci ha salvati, e non è certo la prima volta. Ma stiamo parlando di una situazione di emergenza, una situazione temporanea. Ciò che è sbagliato è vivere l’era digitale come l’abbiamo vissuta negli ultimi mesi.
LE GRAVI CONSEGUENZE CHE PUÒ PROVOCARE UN DOWN DI SOLO SETTE ORE
Il giorno 4 Ottobre 2021 non è stato possibile accedere a piattaforme come Facebook, Instagram e WhatsApp perché erano “down”, cioè fuori funzione. Inizialmente molti hanno pensato che si trattasse di un problema del proprio telefono, ma poche ore dopo è stato chiaro che tutto il web fosse fermo. I primi a dare la notizia in Italia sono stati i giornalisti del Messaggero, Corriere della Sera e Sky TG 24. Questo non sarebbe successo qualche anno fa, quando Instagram e WhatsApp erano ancora sotto il controllo delle vecchie società. Tra i più giovani il problema è stato fievole: alcuni non si sono accorti della gigantesca disconnessione e altri hanno tentato l’approccio con altri siti, come TikTok. Anche Twitter si è ravvivato, questo perché fortunatamente dietro al mondo digitale non c’è sempre il famigerato Zuckerberg. Le conseguenze del malfunzionamento del servizio sono state disastrose per chi, al contrario, lavora con i social. Prima di pensare ai classici influencer come Chiara Ferragni che basano la loro vita su queste piatteforme, è importante dare spazio ad altri lavoratori. Ad esempio, con Facebook down non si può accedere al proprio Business Manager e, quindi, non si può intervenire sulle pubblicità in corso per le proprie attività. Stessa situazione per WhatsApp for Business: durante queste ore di disservizio, gli utenti business di WhatsApp non hanno potuto né visualizzare né inviare i messaggi. Quindi durante il “down” gli annunci hanno continuato a scorrere, ma per gli utenti è stato impossibile inviare notifiche o reazioni, che per alcune compagnie sono l’essenza delle attività di business. Molti uffici utilizzano ad oggi WhatsApp, Instagram e Facebook per i propri clienti; quindi, l’impossibilità ad accedere a questa rete digitali ha causato la perdita di potenziali fornitori, manager e appuntamenti.
Non sono mancanti i drammi dei fashion blogger che non hanno atteso a creare video di lamentele e oggetto di discussione, pubblicati poi su Instagram una volta funzionante. Se per le imprese che basano il 60% della loro attività la piattaforma digitale è importante, quanto deve essere significativo per chi lavora totalmente e unicamente con tali strumenti?
