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Ulteriore stretta alle leggi sull’aborto in Polonia: un esempio di violazione dei diritti delle donne

Nel 1993 la legislazione polacca, in materia di aborto, garantiva la possibilità di ricorrervi in soli tre casi: il pericolo di vita della madre, lo stupro e una grave malformazione del feto.

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La sentenza di giovedì 22 ottobre, da parte del Tribunale Costituzionale di Varsavia, ha aumentato le restrizioni della legge sull’aborto escludendo il terzo caso, provocando numerose proteste da parte delle femministe e violando, secondo molti, i diritti delle donne in nome del diritto alla vita.

Un tentativo di anni portato a termine

C’è da premettere che la Polonia aveva una delle leggi sull’aborto più restrittive d’Europa già da prima di questa sentenza. A causa di queste limitazioni, secondo i movimenti femministi, ogni anno tra le 100mila e 200mila donne polacche sono costrette a ricorrere all’aborto clandestino o andare all’estero.

Nonostante i sondaggi dicano che la maggior parte della popolazione sia contraria a ulteriori restrizioni, è almeno dal 2016 che il Pis (partito politico polacco di stampo conservatore clericale), su pressioni della Chiesa, cerca di cambiare la legge sull’aborto. Quello stesso anno, però, la proposta venne bloccata dalle proteste di massa dei movimenti femministi. Lo scorso aprile ci fu un altro tentativo, anch’esso arenatosi a causa delle manifestazioni.

Purtroppo, in questi giorni, il tentativo da parte del governo polacco di attuare ulteriori restrizioni alle leggi sull’aborto, è diventato realtà ed è stato un giorno triste per i diritti delle donne.

Kate Gilmore si esprime sulle leggi sull’aborto

Kate Gilmore, il vice alto commissario dell’Onu per i diritti umani, un anno fa si è espressa a favore delle donne, definendo i divieti sull’aborto una vera e propria “violenza di genere“. La sua dichiarazione avvenne a riguardo delle leggi statunitensi che restringono la cerchia di possibilità di abortire alle donne. C’è da far presente che le leggi statunitensi sono molto più permissive delle leggi polacche in materia di aborto.

Gilmore sostenne che queste restrizioni erano anche discriminanti: le donne agiate economicamente hanno comunque la possibilità di abortire legalmente in altri Stati. Le donne più povere invece spesso rischiano la vita tentando di abortire clandestinamente.

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L’appello al “Diritto alla vita” della Corte Costituzionale di Varsavia

Il Tribunale Costituzionale di Varsavia ha giustificato le ulteriori restrizioni alle leggi sull’aborto appellandosi al “Diritto alla vita” dell’Art. 2 comma 1 della Carta Europea dei Diritti Umani.

L’articolo 2 comma 1 recita:

Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita…

Tale principio ammette un’eccezione, che però non vale per tutti quegli Stati che aderiscono al Protocollo n.6 (relativo all’abolizione della pena di morte, tranne se prevista dalla legislazione nazionale per atti commessi in tempo di guerra) o per quelli che aderiscono al Protocollo n.13 (abolizione della pena di morte in ogni circostanza).

Secondo il Tribunale, la vita di un bambino, anche se nato con una grave malformazione, non può essere troncata proprio perché anche lui ha diritto alla vita.

Le rivolte femministe in Polonia

Negli ultimi 7 giorni la Polonia ha assistito a scioperi di massa e a manifestazioni contro la Corte Costituzionale. Dalla capitale fino ai piccoli paesi delle campagne, i cortei hanno sfidato le restrizioni per il coronavirus agli assembramenti e Jaroslaw Kaczynski, leader del Pis.

Kaczynski aveva chiamato a raccolta tutti i “veri polacchi” per difendere la città dalle proteste delle donne. Non è servita a nulla nemmeno la minaccia del premier di mandare l’esercito in piazza.

Le donne polacche stanno vivendo momenti molto duri e il paese sta assistendo a rivolte senza precedenti, alimentate dall’esasperazione delle donne negli anni. Tra le cause più discusse dalle femministe c’è il diritto delle donne di scegliere circa l’andamento della loro vita in modo autonomo, definendo un feto come un essere “non senziente”. In pratica secondo le femministe, nel caso in cui si decidesse di abortire un feto, non si tratterebbe di violazione del diritto alla vita.

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