Chi è un migrante?

Il migrante è prima di tutto uno che scappa. Scappa da guerre, persecuzioni, condizioni di vita sotto la dignità umana: scappa da un mondo privo di prospettive, dal quale andare via risulta l’unica scelta possibile. Nessuno ha voglia di abbandonare la propria terra, le proprie radici e la propria famiglia. In particolare se deve affrontare un viaggio dove le possibilità di morte sono altissime. Nelle migrazioni vi è già un elemento di selezione intrinseco: chi parte (e arriva…) non lo fa per diletto, ma lo fa per creare condizioni migliori per sé e per la propria famiglia ed è dunque motivato, nel paese d’arrivo, a integrarsi. Non è vero che gli immigrati arrivano nei nostri paesi per “stare negli alberghi a non fare nulla”. Essi vengono con l’obiettivo di integrarsi, i motivi per cui alle volte non ci riescono sono successivi, e non dipendono solo ed esclusivamente da loro.

Le migrazioni nel mondo globale

Globalizzazione è una parola che Adorno definirebbe come un “infinito concreto”. E’ infatti una parola, particolarmente astratta, che ha in sé però una miriade di significati estremamente concreti. Viviamo in un mondo di interconnessioni, in una rete di relazioni, che mettono in contatto quelli che un tempo consideravamo mondi diversi (pensiamo all’espressione terzo mondo) e che oggi consideriamo invece come articolazioni d’un unico mundus. I contatti, nel mondo globale, sono inevitabili: l’oraziano “angulus mundi” è oramai ideologia, in pieno senso marxiano. Sarebbe sciocco e antistorico pensare di potersi isolare nel mondo globale: il primo passo per un’esatta comprensione del reale è senza dubbio l’accettazione della fatticità dell’essente, non perché ciò che esiste sia il migliore dei mondi possibili, ma perché semplicemente è, e come tale va accettato. Per criticarlo, certo, ma negarlo ci farebbe ricadere in un “cattivo infinito”, direbbe Hegel. Se noi abbiamo la possibilità, nel mondo globalizzato, di trovare cose a noi familiari nei luoghi più distanti da casa nostra, allora non dobbiamo e non possiamo stupirci di trovare cose a noi sconosciute a casa nostra. Le migrazioni sono inoltre un fatto storico, nel senso che entro il 2050 l’Africa aumenterà la sua popolazione di 800 milioni. “Mamma Africa” non è in grado di tenere tutti questi figli nel suo grembo, e noi dobbiamo accettarlo.

 

Le cause della paura

L’immigrazione genera paura, è evidente. Bisogna innanzitutto sfatare il mito per il quale gli immigrati delinquono più degli italiani: tra 2004 e 2013 le denunce verso gli Italiani, ad esempio sono aumentate, mentre sono diminuite quelle verso gli stranieri. Il 17% delle denunce contro gli immigrati è inoltre dovuto a “reati amministrativi”, come la mancanza di permesso di soggiorno. Bisogna poi capire se il migrante delinque in quanto migrante o in quanto marginale. La verità che soggiace alla nostra paura degli immigrati è che noi abbiamo fondamentalmente paura per noi stessi. La globalizzazione ci ha reso tutti più vicini, ma allo stesso tempo più lontani: la struttura economica, basata sul libero scambio e la concorrenza, si è sublimata in ideologia di massa, trasformando i nostri rapporti interpersonali in rapporti basati sulla competizione e l’affermazione indiscriminata di se stessi, anche ai danni degli altri. La crisi delle socialdemocrazie svolge un ruolo importante in questo processo. Per evitare di fare di termini come “democrazia”, “libertà”, “uguaglianza” o “partecipazione” dei vuoti riferimenti simbolici, è necessario che, in ogni singolo stato, sia garantita una reale possibilità di miglioramento del proprio benessere. Se questo non è possibile e, come ci sta succedendo, si blocca la “mobilità sociale”, allora gli uomini si rassegnano a una condizione di schiavi e si trovano nella situazione in cui non possono fare altro che essere comandati. Come reagiscono però a questo comando? Ecco, Rousseau ci dice che l’uomo “accetta di essere comandato nella misura in cui può comandare qualcun altro”. Questo qualcun altro è in questo caso il migrante, terzo incomodo nella lotta tra classe dominante e classe dominata. Si può dire, un po’ retoricamente, che il migrante sia parte dominata della classe dominata. L’integrazione non viene garantita semplicemente attraverso dei piani per i migranti, ma soprattutto lavorando sul diritto alla cittadinanza, garantendo poi ad autoctoni e stranieri una reale possibilità di miglioramento della vita: l’odio e la paura verso i migranti non sono la causa, ma l’effetto di una terribile crisi simbolica delle socialdemocrazie europee.

Porti chiusi, porti aperti e la guerra all’Europa

Credere che aprire i porti o chiuderli possa essere la soluzione al problema dell’immigrazione è veramente aberrante. La vera sfida sta nel permettere all’Africa di diventare un continente sovrano: tutto il resto è fuffa antistorica. E’ evidente che però noi europei, con l’aiuto degli USA, abbiamo messo un intero continente in ginocchio: l’Europa è un leone affamato, diceva qualcuno. Tuttavia è solo dall’Europa che può venire una soluzione. Se non si arriva il prima possibile a un’unione politica, o se quantomeno non ci si dota di una politica estera comune, in grado di programmare la ridistribuzione dei flussi migratori, superando Dublino, non è possibile parlare seriamente di immigrazione. Aprire i porti significa dimezzare la sofferenza dei migranti, e già è qualcosa. Ma non dobbiamo dimenticare l’altra metà del viaggio degli immigrati, che è fatta di violenze, stupri e torture nei Lager libici. Chi se non l’Unione Europea dovrebbe arrogarsi il compito di creare dei corridoi umanitari seri, redistribuendo poi gli immigrati in base alle tendenze demografiche e alle necessità lavorative dei singoli paesi? Chi se non l’Europa dovrebbe promuovere lo sviluppo sostenibile e autonomo dell’Africa, al fine di avere sotto casa un alleato di clamoroso potenziale geopolitico ed economico?

Quello che sicuramente non si deve fare è trattare il migrante come uno strumento di campagna elettorale, come un essere usa e getta che serve solo per prendere voti. Quello che non si può fare è lasciare persone su una barca in mezzo al mare in pieno inverno, per fare qualsiasi battaglia politica. Quello che non si deve fare è voler far credere che gli immigrati arrivino sugli yacht con iPhone e cuffiette. Quello che non si deve fare è permettere a un giovane di 25 anni di suicidarsi perchè non aveva ottenuto la protezione, a causa del decreto sicurezza.

Quello che non si deve fare è sentirsi giudici di una parte del genere umano, in particolare se lo si fa, come disse qualcuno, “non conoscendo affatto la statura di Dio”.

Restiamo umani.

 

Giuseppe De Ruvo

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