Trump festeggia il calo dell’immigrazione. Heidegger spiega perché non dovrebbe

Donald Trump è solo un esempio delle tante politiche di controllo sugli immigrati? Ma sono realmente efficaci? Chi sono realmente gli stranieri? Heidegger prova a rispondere riguardo uno scoglio enorme per la modernità.

 

Un recente studio statistico dell’istituto Pew Research Center sembra premiare la durezza del presidente americano Trump nei confronti dell’immigrazione clandestina, vista in un netto calo negli ultimi 15 anni, per l’esattezza dai 14 milioni di clandestini sul suolo statunitense nel 2004, ai circa 10 milioni di oggi. Trascendendo il discorso meramente politico, proviamo a domandarci chi sono coloro che subiscono questa politica. Chi è lo straniero? In che modo differisce dal migrante? E perché? E’ una categoria esistenziale o giuridica?

Lo straniero è in ognuno di noi. Lo spiega la natura della filosofia e il significato del verbo ‘abitare’

Filosoficamente parlando, nominare il diverso o pensare il diverso è un problema.Ciò costituisce anche una contraddizione in termini, poiché, analizzando in maniera profonda l’essere umano, ci accorgiamo di essere diversi e stranieri costitutivamente. Ad esempio, chi di noi non parla con sé stesso durante la giornata? Eppure appare qualcosa di pleonastico, poiché noi siamo noi, senza bisogni di mediazioni alcune. Eppure, come questo semplice esempio dimostra, ogni essere umano è scisso, è diviso, è per l’appunto, straniero di per sé, in maniera costitutiva. Siamo portati a pensare che la condizione di straniero, o ‘migrante’, che dir si voglia, sia una condizione (qualora arrivasse) arrivi solamente in un secondo momento. Prima si deve far parte di uno stato, appartenere, per poi divenire straniero. E’ un concetto forte, ma che Martin Heidegger ha provato a smontare in diversi scritti, quali il capitolo 12 di Essere e tempo, il saggio Der Ister di Holderlin e il saggio Poeticamente abita l’uomo. L’idea di base è una sola, ed è rappresentata da una domanda, in pieno stile heideggeriano, ovvero: ‘Cosa  vuol dire ‘abitare’? Per noi, spiega Heidegger, abitare vuol dire possedere una casa, viverci, svolgerci le mansioni quotidiane di studio, pulizia e riposo. La descrizione rispecchia appieno la natura etimologica del termine ‘abitare’. Deriva dal latino habeo, il cui primo significato è ‘possedere’, ma esso vuol dire anche ‘avere cura’ o ‘avere abitudine di’. ‘Abitare’ vuol dire quindi possedere un luogo, averne cura, ed essere legati a questo tramite semplici abitudini. Ma è la natura di questo possesso che inquieta Heidegger. La concezione di abitare, vista anche da l punto di vista di un popolo intero, indica il possesso della terra. Per il filosofo tedesco però, è un’astrazione bella e buona, poiché, ricalcando anche l’orma di Kant, nessun uomo può dirsi in grado di possedere il suolo più di un altro. E questo non per questioni politicamente corrette o buoniste, ma perché il punto di partenza non è la fissità, ma il movimento. Ecco perché, per analizzare questo aspetto, egli utilizza l’immagine del fiume. Un elemento che procede su un percorso che non può cambiare, rimane identico, ma che in questa staticità si muove comunque. Acqua, non terra. Erraticità e fluidità che danno allo straniero un ruolo privilegiato. Il saggio Der Ister, prende in esame una poesia di Holderlin, poeta vissuto fra il 1770 e il 1843. L’inno di Holderlin è dedicato al fiume Danubio, chiamato anche Istro. Due nomi per un fiume. Fiume che attraversa tutta l’Europa, dalla Germania, fino al Medio Oriente nel Ponto. Attraversa spazio-temporalmente la storia dell’Europa, dalla modernità, individuata da Hegel nella Germania, all’antica Grecia, cuore e anima dell’Europa. Un fiume che non è sé stesso, possiede due nomi, due fonti e due foci, parte da straniero per diventare proprio. E’ questo il punto focale per Heidegger: partire stranieri per appropriarsi del proprio. In questo senso, chiunque si definisca di casa, chiunque si definisca autoctono, si arroga un proprio che ancora non possiede. Occorre, per questo, attraversare il diverso, affrontarlo e addirittura accettare di esserlo.

Hannah Arendt e l’inconsistenza del profugo

Se dovessimo individuare un carattere distintivo della modernità, i flussi migratori non possono non essere posti in testa alla classifica. Emergenze che investono ogni angolo umano, dalla morte al diritto, fino all’etica e la religione. I cosiddetti ‘profughi’, che arrivano sulle coste Europee e attraversano valichi e confini, destabilizzando l’ordine costituito. Ma chi è il ‘profugo’? Effettivamente noi sappiamo cosa NON è. Non è italiano, tanto per cominciare. NON ha genitori nati in Italia, NON ha documenti in regola, NON ha bandiera, identità. Definire però il profugo, o lo straniero, in maniera sostanziale, cioè non tramite una privazione, è difficile. Il motivo è legato all’ordine costituito con cui il mondo è organizzato. Il mondo è interamente diviso in stati, non esiste un luogo dove non esiste uno stato. Ne viene da sé che chi ne esce fuori, come i migranti, non ha niente che gli dia un rimpiazzo rispetto a quel passaporto, al documento, e all’inno nazionale che gli altri possiedono. Gli apolidi sono quelli che Hannah Arendt nel celebre saggio Noi profughi definisce ‘schiuma della terra’. Immaginiamo una spiaggia. Le onde che si allungano sulla sabbia lasciano una leggera schiuma, che appare e scompare velocissimamente. Nel mondo diviso in modo statocentrico, il destino di chi non ha stato è quello della schiuma. Sparire. Se infatti l’umanità è divisa per stati, chi non appartiene a nessuno di essi, non appartiene all’umanità. La modernità ha la colpa di decidere della vita di un’uomo solamente in base alla legge. Il migrante è una categoria giuridica, questione di documenti e di leggi, non di esistenza e spirito. Niente che si allontani dalla categoria giuridica degli ebrei durante i famosi anni ’30.

Sconfitti, vincitori, indifferenza: gli immigrati non competitivi

Marx definirebbe il problema partendo dal sistema produttivo. Lo faremo anche noi. Il sistema economico-finanziario di oggi è quello di uno spietato capitalismo, dove regna la competizione. Ad ogni competizione corrisponde, logicamente, un vincitore e uno sconfitto. Gli immigrati sono gli sconfitti del sistema economico. Coloro che hanno perso, che hanno tagliato il traguardo per secondi, che non hanno gareggiato con il sangue agli occhi. Il discorso quotidiano sull’immigrazione è spesso costellato da parole che denotano indifferenza, soluzioni a breve termine o soluzioni non risolutive affatto. L’indifferenza deriva parimenti dalla competizione capitalista. Non riusciamo a guardare adeguatamente i migranti perché loro sono i perdenti della gara che noi abbiamo vinto. Al massimo possiamo limitarci a stringere la mano e scambiare la maglia a fine partita, ma poi noi alziamo la coppa, loro tornano a casa. Il sistema però lascerà sconfitto anche l’occidente. Con un Oriente iper-competitiva della Cina, della emergente India e della potenza Giappone. La competizione appare assai dura, perché l’occidente perde terreno esponenzialmente rispetto alle realtà sopra menzionate. La soluzione è molto utopistica, per adesso. Gli Stati devono cooperare, non lasciando alcuno indietro. Le bestie competono, e siamo anche d’accordo nel poter dire che anche gli umani sono bestie, ma, come Hegel scrisse, il libero arbitrio e la ragione, ci portano spesso lontani dalla nostra natura. Sarebbe ottimo, anche perché quando si parla di migrazioni, è la lontananza ad essere in prossimità.

Marco Braconi

 

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