Tra l’eidos e l’ousia di “Ceci n’est pas une pipe” di Magritte

Il celebre quadro di René Magritte “La Trahison des Images” meglio conosciuto con le scritte presenti nell’opera “Ceci n’est pas une pipe” è simbolo della profonda differenza attuata da Aristotele sin dall’inizio delle sue opere e portata avanti mediante significative analogie.

Tra la consistenza della realtà e l’intangibilità del quadro, tra il mutamento reale e la staticità espressa nelle opere d’arte: qui ha vita e si instaura il Tradimento delle Immagini del celebre artista belga Magritte.

La Trahison des images di Magritte:

L’opera realizzata nel 1928 raffigura l’immagine di una pipa con al di sotto una frase a dir poco sconvolgente, sia per l’epoca che per il contesto artistico: “Ceci n’est pas une pipe” ossia “Questa non è una pipa”. La spiegazione dell’opera è alquanto semplice, nonostante al di sotto vi siano profondi e turbolenti significati riguardanti il surrealismo e l’inconsistenza rappresentata nei quadri. Nel dipinto non è raffigurata una vera pipa, bensì un’immagine della pipa, si ha soltanto un’apparente somiglianza con l’oggetto preso in considerazione dal pittore. Della pipa non è rimasto nulla al di fuori del “guscio” esterno, quella pipa in realtà non può svolgere la funzione di pipa che le è stata attribuita nel corso dei secoli, quella pipa è una mera raffigurazione ideale di un oggetto reale. Lo stesso Magritte esplicando l’opera ha affermato:«Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa». Si ha dunque una profonda dicotomia tra l’immagine di una pipa, come quella raffigurata nel quadro, e una reale pipa. Quest’ultima può svolgere egregiamente la funzione che viene espressa mediante il suo nome pipa: Strumento per fumare; è costituito di un piccolo recipiente tondeggiante nel quale arde il tabacco, e di una cannuccia attraverso la quale si aspira il fumo; la prima, d’altro canto, non può svolgere nessun compito, ha soltanto conservato l’involucro somigliante a quello dell’oggetto reale e mediante il quale noi chiamiamo comunemente l’arnese attraverso il suo nome proprio.

L’ousia e l’eidos aristotelico:

Nell’opera base dell’intera filosofia aristotelica, lo Stagirita impartisce la differenza tra sostanza (ousia) e forma (eidos). Afferma che la sostanza è l’essenza necessaria che rende una cosa, un oggetto, ciò che è. E’ dunque ciò in cui le proprietà ineriscono, è la risposta alla classica domanda aristotelica del ti es ti (che cos’è?), quindi il suo responso indica la sostanza di un determinato oggetto, ciò che rende un oggetto tale. La forma invece è l’atto della materia; andando per gradi, in un qualsivoglia oggetto si ha innanzitutto la materia: un sostrato permanente che può essere un determinato oggetto in potenza, un oggetto che sarà tale solo una volta costituito; la materia deve dunque avere una serie di proprietà adatte alla realizzazione del prodotto finale, di ciò che l’oggetto sarà. Ad ogni modo l’oggetto non é ancora, dunque la materia è soltanto un oggetto in potenza: un utensile che è destinato ad essere ma che ancora non è. Per far sì che l’oggetto sia, c’è bisogno della forma: l’oggetto in atto, l’arnese che è riuscito a diventare tale e che può svolgere il compito a cui è destinato e per cui è stato costruito.

L’analogia svolta da Aristotele:

Per comprendere meglio e riuscire ad approfondire i complessi concetti di sostanza, forma e materia, Aristotele svolge un’analogia, tecnica molto utilizzata dallo stagirita sia per collegare le sue elaborazioni estremamente teoriche con la pratica, sia per esaltare e mettere in risalto il suo metodo, – completamente diverso rispetto a quello dei suoi predecessori- che potremmo nominarlo: scientifico, in quanto svolge esperimenti basati sui fatti e sulla realtà. Ad ogni modo, l’analogia in questione (molto simile al concetto che è insito nell’opera di Magritte) è con un oggetto artificiale molto comune all’epoca: una scure, un attrezzo usato per l’abbattimento di alberi e legname. La scure si chiama in questo modo a causa della sua funzione, la sua forma è l’immagine che tutti noi vediamo: un’asta di legno a cui è attaccata una lama; la materia che la compone è invece sia il ferro che il legno, per la parte posteriore. Ora, se si elimina la sua sostanza (l’unione tra materia e forma) si ha comunque qualcosa che si può chiamare scure – poichè ne abbiamo ancora un’idea nella nostra mente- ma non lo è più in realtà poichè non può più svolgere la sua funzione. Attraverso questa analogia si può comprendere meglio il collegamento con l’opera magrittiana: la pipa lì presente è soltanto il disegno dell’idea di pipa che l’artista aveva in mente, non potrà mai essere una pipa reale poichè non ha nè materia nè forma.

 

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