René Magritte, l’artista che fissò la speculazione di Hume sulla tela

Al ricorrere della nascita, ne esaminiamo l’operato: quanto si somigliano i suoi quadri e le convinzioni del filosofo scozzese?

(fonte: wsigmagazine.com)

Il 21 Novembre 1898, nasceva in Belgio il pittore che rese grande il surrealismo: René Magritte. Ben 121 anni dopo, le sue opere sparse per il mondo continuano ad affascinare ed incuriosire. Ma qual è il segreto dei suoi quadri? Hume lo sa bene.

“Nella vita tutto è mistero”

Così era solito dire l’artista belga ed è così che le sue opere vanno decifrate. Il significato ultimo dei suoi quadri è celato, nascosto, appunto un mistero. Si guadagnò ben presto il soprannome di ‘sabotatore tranquillo’, per il senso di smarrimento che le sue opere riuscirono a infondere fin da subito negli spettatori. Quasi a cozzare con l’immagine della sua persona, un uomo tutto d’un pezzo, con una certa eleganza e solidità. Solidità totalmente assente nelle sue creazioni, dove nulla è dato per scontato, nulla è per certo quello che sembra essere. Per ottenere questi risultati, Magritte va a colpire due punti deboli del ragionamento umano: l’abitudine e la logica.

(fonte: animafaarte)

Hume, decontestualizzazione e abitudine

Le opere di Magritte possono vantare una tecnica accuratissima, ma le scene rappresentate appaiono comunque estranee all’esperienza, perchè? La risposta sta nella decontestualizzazione. Lo spettatore vede davanti a sé oggetti comuni, di cui fa esperienza quotidianamente, ma che sono inseriti in contesti a loro totalmente estranei. Così in Golconda (1953) vediamo piovere uomini, anziché gocce d’acqua, ne Il tempo trafitto (1938) un treno salta fuori da un camino, e così via. Magritte ci mette davanti mondi che non siamo abituati a vedere, e qui sta il nocciolo.

Hume, nel suo Trattato sulla natura umana (1739), ci avvertiva sul fatto che la mente umana è fatta in modo tale che le abitudini abbiano il sopravvento sul ragionamento. Per il filosofo, la forza di tante verità, che ci sembrano solidissime, è la forza di una disposizione della mente, che altro non è che l’abitudine. Se siamo abituati a veder piovere acqua, la vista di una pioggia di uomini ci provocherà un senso di disorientamento, di impotenza e ignoranza, che ci stimola alla riflessione. Uno dei maggiori meriti della pittura di Magritte sta propio in questo, obbligare lo spettatore a riflettere, a cercare un senso a quello che gli si palesa davanti. Ma Magritte fa molto altro. Con la sua decontestualizzazione ci fa fare esperienza di oggetti naturali (e non) che sembrano totalmente svincolati ad alcun fine. Non c’è nessun finalismo della natura nelle sue opere, e questo significa superare un caposaldo della fisica aristotelica.

Il principio di non contraddizione

Magritte conosceva certamente il principio di non contraddizione, ma amava mandarlo a farsi benedire. Il principio, semplice quanto indispensabile, afferma l’assoluta impossibilità che una stessa cosa sia e non sia al medesimo tempo. Per cui una pipa è una pipa, e non può non esserlo o essere altro. Prendiamo a campione un’opera come L’impero delle luci (1954). Il quadro è la rappresentazione di un paesaggio urbano con in basso una strada buia dove spicca una casa illuminata da un lampione, e in alto un cielo diurno affollato di nuvole bianche. E’ giorno o è notte? Oppure, è sia giorno che notte? Per la logica classica un sistema logico in cui siano vere sia un’affermazione che la sua negazione, non comunica nulla. E’ quello che viene definito il principio esplosione. E forse alla fin dei conti, di un’esplosione si tratta. Un’esplosione di senso che Magritte sa rappresentare con grande maestria e che, proprio perchè ha troppi possibili sensi, diventa uno stupendo mistero.

(fonte: wordpress.com)

Luciano Siviglia

 

 

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