Tra Fascismo e John Locke: il paradosso della tolleranza di Popper

Popper ci insegna come possa nascere un paradosso riguardo il tema della tolleranza e come la costituzione ne sia vittima

Può una carta costituzionale contenere un paradosso riguardo uno dei temi più importanti della storia del popolo italiano? Tra Locke e Popper prende vita il “paradosso della tolleranza”

Il fascismo e l’oppressione della libertà

Tra le piaghe più violente e disumane che abbiano mai colpito l’Italia, senza dubbio il fascismo simboleggia la più cruenta. Esso non ha rappresentato semplicemente un flagello per centinaia di migliaia di uomini, nel bel paese e non, ma ha segnato una svolta decisiva nella formazione della Repubblica e della carta costituzionale nell’immediato dopoguerra. Arrivato al potere a seguito della marcia su Roma nell’ottobre del ’22, il regime ha mantenuto il primato decisionale fino al ‘43, in piena guerra. Il cosiddetto “ventennio fascista” è stato un lungo percorso che ha portato allo smantellamento dell’apparato statale, così come era conosciuto, imponendo (molto spesso tramite la violenza) l’esercizio delle leggi fasciste, fino a culminare poi, nel 1938, con l’emanazione, sulla scia della Germania, delle “leggi razziali” che abolirono non solo la libertà, ma i diritti naturali di migliaia di uomini.

Con la fine della guerra e l’instaurazione della Repubblica a seguito del celebre referendum, i padri costituzionali, nella composizione della carta costituzionale, diedero un forte peso alla tutela della libertà formale garantita dallo stato, segnando per sempre la fine dei rapporti tra stato italiano e fascismo, condannando l’apologia del regime e “…la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.” La condanna da parte dello Stato italiano ha rappresentato una fortissima presa di posizioni nei confronti dei totalitarismi novecenteschi, soprattutto avendo vissuto in prima persona un flagello di una simile portata. Tale limitazione nei confronti del fascismo rappresenta però quello che Karl Popper definì come “Paradosso della tolleranza” e che John Locke, nei suoi scritti sulla tolleranza, già andava affermando nel diciassettesimo secolo.

Il ruolo del Magistrato e quello della Chiesa

John Locke ha rappresentato uno degli intellettuali inglesi di maggior spicco nella storia del pensiero moderno. Può essere considerato il padre dello stato liberale, o almeno del suo embrione, definendo i ruoli del Magistrato e della Chiesa. A partire dal celebre “Saggio sulla tolleranza” vengono tracciate le linee guida del pensiero lockiano sui temi sopracitati ed è evidente l’influenza della corrente empirista in Locke: il fatto che la materia giochi un ruolo fondamentale nel percorso conoscitivo, consente a Locke di concedere piena tolleranza alle questioni riguardanti esclusivamente l’uomo e la divinità. Nel momento in cui le opinioni religiose sono a discrezione del singolo uomo, è necessario che queste vengano tollerate tutte singolarmente, a patto che non interferiscano con la stabilità dello Stato. In tal caso la tolleranza concessa va via via diminuendo, fino ad arrivare alle opinioni riguardanti direttamente le cose dello Stato e che devono necessariamente passare sotto la giurisdizione del magistrato, in quanto garante della pace. Alla luce di ciò, il primo passo per arrivare alla tolleranza religiosa è la divisione dei ruoli del magistrato e della Chiesa.

Locke intende per magistrato il detentore del potere legislativo in particolare il capo del governo ed attuatore di leggi e norme. Mentre per Chiesa egli intende “una libera società di uomini che si uniscono volontariamente per adottare pubblicamente Dio nel modo che credono gradito alla divinità alla fine della salvezza delle anime”. Il ruolo più affrontato da Locke è ovviamente quello del magistrato poiché è a sua opera l’adozione o meno della tolleranza religiosa. Il contesto storico in cui opera il filosofo di fatti nasconde agli occhi dei meno esperti retroscena politici molto rilevanti che spingono gli intellettuali a adoperarsi nel tortuoso tema della tolleranza. Le “sette” (o partiti, non a caso) avevano una notevole rilevanza politica e la tutela delle minoranze religiose era fondamentale per il magistrato, il cui ruolo era di mantenere il benessere e la pace nello Stato.

Il paradosso nella costituzione

Di notevole importanza, nel contesto delle sette o partiti che dir si voglia, è il ruolo dei “papisti”, i quali: “Non devono godere dei benefici della tolleranza, perché, dove essi hanno il potere, si ritengono in obbligo di rifiutarla agli altri. È infatti irragionevole che abbia piena libertà di religione chi non riconosce come proprio principio che nessuno debba perseguitare o danneggiare un altro per il fatto che questi dissente da lui in fatto di religione”. Così Locke, imparziale, si scaglia contro i servi della Chiesa di Roma. Il Papa, per Locke, è il capo di uno Stato straniero e, per giunta, nemico: pertanto, un buon cattolico che sia anche un buon suddito della Corona inglese è una contraddizione in termini; qualcosa che, puramente e semplicemente, non è possibile. Inoltre, essi sono portati a privare il prossimo del beneficio della tolleranza, e per questo devono rimanere privati di tale privilegio.

Ed è proprio qui che risiede il paradosso: in questo caso Locke, per garantire la pace e la tranquillità dello Stato è costretto a negare la tolleranza religiosa ai papisti, finendo però per commettere lo stesso reato (o peccato in questo caso) per il quale questi ultimi erano stati privati di tale privilegio. Nella carta costituzionale italiana si può ritrovare (con le dovute differenze) un caso molto simile. Il fenomeno fascista viene, non solo privato di tolleranza, ma anche rinnegato dallo Stato, al fine di garantire la libertà individuale, la stessa che in passato il regime aveva sottratto a moltissimi. In questi casi dunque, la coerenza (se di coerenza si può parlare) viene messa in secondo piano, dando priorità alla tutela della libertà dell’individuo. Già dunque a partire da Locke, l’equilibrio dello Stato era messo in primo piano rispetto alle contingenze morali, le quali venivano accantonate in nome della libertà e della pace.

 

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