Timere aude! La sottile linea tra umano e mostruoso in Kant e Attack On Titan

Perché la paura può essere il miglior strumento per capire qualcosa su noi stessi.

Il Gigante Sorridente dell’anime Attack On Titan

Cos’è che mette in moto il meccanismo della paura? Perché tutti gli uomini tremano davanti alle stesse mostruosità? Kant e l’anime Attack On Titan ci aiutano a capire che forse l’orrido, come la malizia, sta negli occhi di chi guarda.

Il terrore oltre le mura

Immaginate un mondo in cui l’umanità è costretta a vivere all’interno di colossali mura. Immaginate un mondo in cui tutto ciò che conoscete è racchiudibile in qualche chilometro quadrato, una piccola goccia in un oceano misterioso e oscuro. Immaginate un mondo in cui vi siete dovuti ritagliare un claustrofobico angoletto di pace per mettervi al sicuro dall’unica certezza che avete riguardo a quanto c’è fuori. I giganti, esseri mostruosi che si cibano di essere umani, sono questa certezza. E’ così che ci viene introdotto il mondo dell’anime Attack On Titan, di cui i giganti, come suggerisce il nome stesso, sono le figure più iconiche.

Cosa sono i giganti ? Perché tormentano gli uomini? Sulla natura di questi esseri, almeno all’inizio della storia, sappiamo poco più di quanto già non si possa già intuire a un primo sguardo: alti dai 3 ai 60 metri, hanno un aspetto umanoide, ma presentano spesso sproporzioni; nonostante l’ovvia potenza fisica, hanno movenze piuttosto goffe e ridicole, quasi bambinesche; hanno l’abilità di curarsi quasi istantaneamente da ferite anche gravi; ma sopratutto, benché curiosamente non siano dotati di un apparato digerente e quindi non abbiano bisogno di nutrirsi, divorano qualsiasi umano capiti a vista.

Pur vivendo protetti dalle mura, la paura per gli abitanti delle terre esterne è talmente radicata in tutta la comunità umana che ogni istituzioni è direttamente o indirettamente volta ad affrontare tale minaccia. Se da un lato infatti questa fobia generale è naturalmente dovuta al rischio di un cruento eccidio di massa, dall’altro si tratta di un sentimento più primordiale che non può essere ridotto a una manifestazione dell’istinto di sopravvivenza. In quel momento non è la paura per la morte ad assalirci: la sola visione di un gigante, senza che questo si lanci all’attacco, ha già in sé qualcosa di profondamente disturbante, che scatena in noi quel tacito delirio che insieme ci invita a fuggire e ci costringe a stare fermi, incapaci di muoverci davanti a una così mostruosità immensa e maestosa, per certi versi affascinante. Ciò è dovuto all’ambiguità del loro aspetto, umanoide e in parte simile al nostro, ma con evidenti sproporzioni (a volte le braccia minuscole, altre la bocca gigantesca, per esempio), e del loro comportamento, violento e distruttivo negli effetti, ma grottesco ed innaturale nei metodi (le loro camminate goffe, le loro espressioni indecifrabili e sconnessi dalla brutalità dello loro azioni, come assuefatti e assenti a loro stessi). E’ dunque lo straniamento di questa illusione di familiarità (e quindi imprevedibilità) il carattere che veramente inquieta, mettendo a nudo tutta la nostra vulnerabilità davanti ad un essere che ci è in realtà totalmente estraneo.

Un’ulteriore peculiarità che concorre a suscitare in noi quella sensazione è infatti la provenienza dei giganti: essi giungono dalle terre fuori dalle mura, colonne d’Ercole oltre le quali è l’ignoto. Come dunque è sconosciuto il luogo di origine di questi mostri, così lo è la loro stessa natura. Anche questo spiega l’ambiguità dei giganti (o meglio, dell’atteggiamento umano verso di essi), poiché da una parte è motivo di paura (dato che è inevitabile temere ciò che non conosciamo), ma dall’altra di curiosità e fascino (dato che è altrettanto inevitabile voler conoscere ciò che per noi è un mistero). E’ con questo spirito che viene istituito il corpo di ricerca, un esercito di soldati che, avventurandosi fuori dalle mura, ha il compito di svolgere ricerche sulle terre esterne e sulla natura dei giganti. Nonostante sia il corpo con meno reclute e prestigio, proprio per i rischi che comporta farne parte, è infatti evidente come sia la sezione più importante dell’esercito, quella che, confrontandosi costantemente con quel tacito delirio, approfondisce faticosamente la conoscenza dei giganti, dell’ignoto, e conseguentemente (non paradossalmente), dell’umanità.

I. Kant

Sublime matematico e sublime dinamico

Un concetto che può aiutarci a chiarire il ruolo dei giganti in Attack on Titan è quello di sublime per come viene sviluppato da Kant nella sua Critica della Capacità di Giudizio. In questa terza critica il filosofo nativo di Koenigsberg si interroga sulla natura della nostra capacità di elaborare giudizi estetici e, accanto al bello, riconosce che noi umani siamo in grado di giudicare qualcosa come sublime.

Bello e sublime però, benché siano entrambi prerogativa esclusiva degli umani (a differenza, per esempio, del piacere fisico, che può essere provato anche dagli animali), differiscono molto tra di loro. Se il primo infatti provoca in noi una sensazione di vitalità, quasi come un gioco, il secondo al contrario, almeno in un primo momento, ci atterrisce, lasciandoci privi di quella sorta di vitalità giocosa ed incutendo in noi un misto di timore e rispetto. Dunque, mentre l’uno crea un’armonia tra le nostre facoltà, dandoci come l’illusione di poter trovare una finalità in quello che giudichiamo bello, l’altro provoca invece tensione tra le nostre facoltà, facendoci apparire l’oggetto del giudizio controfinalistico, ovvero insensato ed inspiegabile: così, se ammirando un fiore o un bel paesaggio proviamo una sorta di felicità e un senso di appagamento, pensando quasi quel fiore e quel paesaggio siano fatti apposta per noi, osservando piuttosto la vastità di un cielo stellato o la distruttività di una tempesta sentiamo in noi un insieme di paura e riverenza quasi religiosa, un contrasto interno che, mettendo in luce la nostra inferiorità, ci impedisce di trovare un senso a quella visione.

Tuttavia una fondamentale caratteristica che accomuna i due sentimenti è la loro soggettività. Con soggettività, Kant intende il fatto che il giudizio estetico non rivela qualcosa sull’oggetto giudicato, non è un atto con cui ne conosciamo le peculiarità che lo costituiscono, quanto piuttosto rivela qualcosa sul soggetto giudicante. In sostanza, secondo il filosofo, le cose non sono belle o sublimi in sé, ma siamo noi a vederle come tali. Riprendendo gli esempi precedenti, un paesaggio non è bello in sé, non ha in sé il fine di piacerci, ma siamo noi ad assumere nei suoi confronti una disposizione d’animo per cui ci comportiamo cose se avesse quella finalità; allo stesso modo una tempesta di dimensioni apocalittiche non è sublime e ad esserlo è invece quella tensione che ci consuma e che nella sua inadeguatezza ci fa apparire quell’oggetto come finalizzato a mettere in mostra tale nostra infima condizione.

Ma in cosa consiste questa tensione? Quali facoltà coinvolge? In che modi si manifesta? Secondo Kant, il sentimento del sublime è ciò che proviamo quando immaginazione e ragione entrano in contrasto l’una con l’altra: mentre la seconda, davanti alla volta del cielo, può farsi un’idea di quell’infinità, la prima, tentando di starle dietro, cerca di comprendere quell’idea nella sua completezza, ma, non essendone in grado, può solo accontentarsi di una vaga approssimazione. Da un lato dunque possiamo avere un’intuizione, ma dall’altra non riusciamo a comprendere la totalità. Questa tensione può verificarsi in due modi diversi: o con ciò che è assolutamente grande o con ciò che è assolutamente potente. Nel caso di ciò che è assolutamente grande, come nell’esempio del cielo stellato, abbiamo a che fare con qualcosa in confronto a cui tutto il resto risulta piccolo, qualcosa che non può avere misurazioni, che risulta essere la più grande al di là di ogni confronto, mentre nel caso di ciò che è assolutamente potente, come nell’esempio della tempesta, siamo di fronte ad un’ente incommensurabilmente potente. E’ in questo senso che nella Critica della Capacità di Giudizio viene posta la distinzione tra sublime matematico e sublime dinamico.

Tuttavia, per entrambi i tipi di sublime, è evidente come non esista in natura, almeno per come noi la conosciamo, qualcosa che sia assolutamente grande o assolutamente potente, in quanto, attraverso misurazioni, sarà sempre possibile, nella vastità dell’universo, trovare qualcosa di più grande della volta del cielo o di più potente di una tempesta. E’ così che capiamo il motivo per cui il sublime viene descritto come un giudizio soggettivo: non esistendo in realtà qualcosa che sia propriamente sublime, non essendoci un ente sublime in sé, è inevitabile che tale giudizio derivi unicamente da noi. E questo è possibile perché nell’uomo risiede un principio sovrasensibile, che va al di là di ciò che è esperibile tramite i sensi. Questo principio è la ragione, sede delle idee morali. E’ dunque soltanto in funzione di quest’ultima che possiamo dire le cose sublimi: l’esplosione di una stella distante anni luce da noi è sicuramente più potente di un terremoto in grado di distruggere intere regioni, ma ciò nonostante, per chi riesce ad andare oltre la paura per la minaccia fisica, è ancora possibile chiamare quest’ultimo sublime in quanto ci ricorda indirettamente che, al di là della nostra corporeità, alberga in noi un principio sovrasensibile che resterà sempre invulnerabile a qualunque minaccia sensibile. Per questo motivo il sublime è un sentimento molto più profondo della semplice paura ed è in grado di mettere in luce un importante aspetto della natura umana.

Timere aude!

La nozione kantiana di sublime ci aiuta così ad inquadrare meglio la figura dei giganti: questi infatti, esseri assolutamente grandi ed assolutamente potenti, hanno le proprietà fondamentali del sublime di trasmettere un senso di controfinalità e tensione. Da qui derivano l’imprevedibilità, l’alone di mistero che li avvolge e che li rende temibili e allo stesso tempo quella falsa familiarità e quel fascino che complessivamente ci straniano. La natura sublime di quella sensazione rende poi ragione del motivo per cui percepiamo un elemento di pericolosità disturbante nella sola visione di un gigante, senza che questo attacchi, poiché, come sostiene Kant, il sublime non coincide con la paura e se la seconda ha a che fare con la preservazione della nostra corporeità, il primo, senza porre in questione alcunché di sensibile, fa emergere il carattere sovrasensibile dell’uomo. Quest’ultimo aspetto ci conduce poi ad un altro tratto del sublime che si riflette sui mostruosi personaggi dell’anime: la soggettività del giudizio. Come infatti il sublime non approfondisce la nostra conoscenza dell’oggetto, ma semmai mette in luce qualcosa del soggetto giudicante, così l’orrore attribuito alle colossali creature non è che il riverbero dell’inadeguatezza della nostra immaginazione e della grandezza della nostra ragione sovrasensibile. Conoscere i giganti è conoscere se stessi. Non è infatti un caso che nell’anime, col progredire delle indagini del corpo di ricerca sulle terre esterne, in realtà si giunga ad una comprensione più profonda della natura umana e della città all’interno delle mura stesse.

Riprendendo una famosa frase dello stesso Kant, con la quale invita gli uomini a fare uso del proprio intelletto individuale (sapere aude!), possiamo riassume quanto detto in un invito a non denigrare il sentimento del terrore e della paura: se affrontato con i giusti strumenti esso non è che il trampolino di lancio verso il sublime, attraverso il quale riscopriamo quel filo sottile che separa mostruoso ed umano, che, come Teseo nel labirinto di Minosse, può, dall’orrido, condurci verso una ritrovata umanità.

Dunque timere aude! Osate provare terrore.

 

 

 

 

 

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