Lasciarli morire in mare o accoglierli e smistarli in Europa? La questione dei migranti torna a preoccupare, assieme all’emergenza COVID-19. Possiamo imparare qualcosa dalla letteratura?

Nel mondo antico l’ospitalità era sacra, oggi un po’ meno. In un presente senza humanitas, possiamo riguardare a passato permeato da compassio e virtus.
Apparent rari nantes in gurgite vasto
I barconi punteggiano il blu intenso del Mar Mediterraneo: 2.500 arrivi in una settimana, centri stracolmi dai quali i migranti fuggono e una crisi umanitaria che è solo all’inizio.
Arrivati principalmente dalla Tunisia, devastata dalla crisi politica ed economica, i migranti cercano rifugio in Europa, nella speranza di un futuro migliore, costretti ad abbandonare la loro terra. Prima di giungere nei paesi dell’Unione però, c’è di mezzo la Sicilia, l’isola che ormai è al collasso e che non è più in grado di sostenere gli sbarchi. Iniziano a venir fuori le crepe dell’accordo di Malta del 23 Settembre 2019, che riguarda la ridistribuzione dei migranti nell’UE solo se salvati dalle ONG, e che pertanto lascia fuori coloro che arrivano con sbarchi isolati.
L’Italia, ancora una volta, si ritrova ad affrontare da sola lo smistamento e la gestione dei profughi, alle quali- senza giri di parole- non è capace di tener testa, non solo per il ritmo serrato con il quale procedono gli sbarchi, ma per la mancata solidarietà da parte delle altre regioni. I migranti, si sa, in Italia non ci vogliono restare. È solo la Nazione di transito, tappa obbligatoria per l’Europa, l’ultimo ostacolo da superare. Si presentano, nuovamente, le resistenze e i no dei politici alla decisione di provare a spostare una parte dei migranti in altre regioni d’Italia.
Intanto, mentre la burocrazia e la politica fanno il loro corso – o meglio lo bloccano e incespicano in tortuose e vacue illazioni- i migranti restano sui barconi privi di aiuti, nel medesimo luogo dove Enea, diretto in Italia, fu soccorso da Didone.

Propius res aspice nostras
Sparsi naufraghi appaiono a nuoto nel vasto gorgo
Apparent rari nantes in gurgite vasto
Quella che potrebbe passare per cronaca contemporanea, è solo l’Eneide. Si tratta del primo libro, che si apre con il naufragio dei Troiani sulla costa cartaginese, mentre sono diretti in Italia. “Ci sono troppi dispersi nel mare che fu di Virgilio, troppi cadaveri che fluttuano a mezz’acqua perché quei versi si possano solo leggere come poesia. Sono diventati cronaca”. A pronunciare queste parole è il latinista ed antropologo Maurizio Bettini, che nel 2019 ha pubblicato un’attenta analisi sul rapporto tra il senso di umanità del mondo antico e quello attuale nel suo saggio “Homo sum: essere umani nel mondo antico”.
Bettini prende il lettore per mano, facendogli vivere in prima persona gli episodi virgiliani, ma con l’occhio critico non di chi osserva sterilmente, ma che sa trarre conclusioni e parallelismi tra la tragedia di ieri, e quella di oggi. Tra il senso di umanità dei Greci e dei Romani, e il nostro.
Nel momento in cui i Troiani naufragano, sotto scorta vengono portati al cospetto di Didone, alla quale chiedono venia: pietà e benevolenza. Ilioneo, che parla alla regina, la esorta con parole che sono più attuali che mai:
Risparmia un popolo pio, esamina il nostro caso
con attenzione e pietà. Noi non siamo venuti
a devastare con le armi i Penati dei Libici,
né a rapirvi la roba, fuggendo poi in mare
come pirati: non siamo così crudeli, né tanta
superbia si addice a un popolo vinto.
Ilioneo, che qui non è più eroe, ma solo naufrago, implora la regina di osservare i Troiani, gente pia. La esorta a propius res aspice nostras, a guardarli più da vicino. È una preghiera la sua, quella di guardare bene e con attenzione lo straniero, a conoscerlo meglio per superare sconfiggere l’ignoranza, che impedisce di farci percepire lo straniero come uguale a noi.

Sunt lacrimae rerum
Nel discorso di Ilioneo c’è una parola in particolare che risuona più delle altre: hospitium, accoglienza.
Per i Romani l’ospitalità era sacra, e infatti la distanza tra le radici delle parole ospite e straniero, è questione di una lettera. Nella quotidianità si è tutti hospes di qualcun altro, è solo ed esclusivamente con la guerra che nasce la diversità e si diventa hostis. Ma quando questa cessa, ci sono alleanze, trattati, amicizia. E cosi l’hostis torna hospes. Negare l’hospitium ai naufraghi è un atto empio, che offende la divinità.
E infatti Ilioneo incalza, e dice a Didone:
“Che stirpe di uomini è questa?
O quale mai tanto barbara patria permette questi usi?
Ci nega accoglienza alla riva,
viene ad aggredirci e
ci scaccia dal margine estremo del lido.”
Ancora una volta torna la cronaca contemporanea. Che razza di uomo è l’uomo che lascia morire un suo simile privandolo dell’aiuto? Dove è finita la notra humanitas?
Bettini nel suo saggio, speranzoso, afferma che l’humanitas non è andata del tutto perduta, è solo latente dentro di noi, e può ancora uscire allo scoperto. Ma dinanzi alla tragedia attuale, ai corpi che galleggiano nelle limpide acque del Mare Nostrum – ancora una volta ritorna la condivisione perché il mar Mediterraneo era il mare di tutti – ai cadaveri che imputridiscono nell’acqua salata e che saranno mangiati dai pesci, non si può che commentare con l’emblematica e misteriosa sentenza virgiliana:
sunt lacrimae rerum et mentis mortalia tangunt
L’interpretazione è duplice: le “cose” mortali sono capaci di suscitare le lacrime, oppure sono le stesse “cose” ad essere bagnate dalle lacrime. Le due interpretazioni però si completano l’un l’altra, ma stanno ancora di più a ribadire che le vicende dell’uomo toccano la mente degli altri, e che dunque sono capaci di smuovere l’umana compassione. Perché il mondo, come ci aveva detto Virgilio, sarà sempre e solo un continuo lacrime rerum. Si tratta solo di scegliere l’interpretazione più adatta, e metterla in atto nella nostra quotidianità.