Ti reputi una persona buona? Forse non sei meno aggressivo, solo più pianificatore

Scopriamo la distinzione tra serial killer organizzati e disorganizzati alla luce della dicotomia proposta da Wrangham tra violenza proattiva e reattiva.

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Come si può compiere il delitto perfetto? Come si raggiunge per davvero la massima aspirazione di ogni serial killer? Con un’attenta pianificazione. Il crimine del secolo si mette in moto solo se ci si mette a tavolino e si studia un piano coi fiocchi. Gli amanti del true crime ascoltano le storie dei loro personaggi preferiti a ripetizione perché amano la tensione di ripassare con l’omicida tutti i dettagli che rendono il delitto memorabile. Ma qualche volta gli appassionati del genere amano pure le storie di violenza pura e feroce, in cui l’omicidio viene commesso in preda alla rabbia cieca, senza alcuna premeditazione…

Il mostro di Foligno

Eppure, non si può negare la fascinazione che hanno su di noi personaggi come il mostro di Foligno. Ad ascoltare storie come quella di Luigi Chiatti, siamo tutti affascinati, scossi e turbati allo stesso tempo. Una parte di noi si convince che assassini come lui siano davvero personaggi in gamba, che possano con la loro astuzia, raggirare le insidie mediatiche e delle forze dell’ordine.

4 novembre 1992. Simone Allegretti, 4 anni. 7 agosto 1193. Lorenzo Paolucci, 13 anni. Ciò che colpisce non è l’omicidio o la giovane età delle vittime. Il fatto che rende questa storia singolare è come i delitti venga scoperti, come l’uomo guidi le autorità sulle proprie tracce. L’opinione pubblica rimane per giorni col fiato sospeso e chiunque teme di poter essere la prossima vittima. Il mostro di Foligno prende il nome dal luogo dove viene ritrovato il cadavere, ma anche dai tratti grotteschi con cui l’autore del delitto gestisce la narrazione del proprio crimine.

A dire la verità, ad attribuirsi il nome di “mostro” è proprio Luigi Chiatti, in un biglietto lasciato davanti alla stazione ferroviaria di Foligno che guidava gli inquirenti sulle tracce del cadavere di Simone. Ne seguì un secondo, lasciato all’aeeroporto di Foligno, che presagiva l’omicidio di Lorenzo. Ma i mostri spaventano perchè sono imprevidibili. Luigi Chiatti no, è una mente lucida.

Alcuni dei tratti dei suoi omicidi sono collegati dagli esperti alle caratteristiche del serial killer organizzato. Metodico e controllato, Luigi Chiatti scrive la propria trama e ne segui gli sviluppi attraverso i media. La calma regna prima, dopo e durante gli omicidi. Perfettamente consapevole delle investigazioni e delle tecniche utilizzate per casi analoghi, si dimostra uno stratega provetto e ama giocare con la tensione. Insomma, ripercorre nella propria mente un piano già organizzato e agisce, facendo lui le regole e decidendo quando farsi scoprire.

Luigi Chiatti

Il killer delle prostitute

Nonostante ciò, non tutti i serial killer amano la pianificazione. Alcuni agiscono per caso, per sfogo, incapaci di controllarsi, di pareggiare i conti se non questi mezzi. E del delitto non amano ripercorrere le strategie, ma il puro impulso della violenza omicida.

Questi assassini seriali sono definiti disorganizzati. Per quanto essi sfuggano alla caccia delle autorità, la totale assenza di premeditazione fa sì che lascino tracce sul luogo del delitto e utilizzino armi fortuite. Sono accumunati dalla totale assenza di una vita sociale, sentimentale e affettiva soddisfacente. Hanno generalmente disturbi mentali o un quoziente intellettivo inferiore alla media.

Questo è il caso di Maurizio Minghella, definito “il killer delle prostitite”. Giunge di recente la sentenza che lo condanna a ben 200 anni di carcere. I delitti? Più di dieci donne uccise tra il 1978, a Genova, e il 1996 e il 2001, a Torino, quando era in stato di semilibertà dopo il processo per i precedenti crimini. Si allega qui, per fare un po’ di chiarezza, il riepilogo della storia e la sentenza che lo riguarda: https://www.fanpage.it/attualita/maurizio-minghella-il-serial-killer-delle-prostitute-condannato-a-scontare-oltre-200-anni-di-carcere/.

Affetto da un lieve ritardo mentale a causa di un’asfissia neonatale, Maurizio Minghella sviluppò un attaccamento morboso per i cadaveri dopo la morte del fratello Carlo. A istigare la sua attività delittuosa anche l’abbandono del padre e l’arrivo di un nuovo compagno della madre che picchiava lei e il protagonista di questa storia.

Sposatosi con una minorenne, questa esperienza segnerà la sua carriera criminale. Ossessionato dal ciclo mestruale delle donne, generalmente giovani prostitute, che stuprava e torturava prima di uccidere, si rende conto di avere una perversione per il sangue dopo aver assistito all’aborto spontaneo della giovanissima moglie. Durante il secondo periodo di attività, Minghella arriverà a minacciare e aggredire diverse prostitute senza nemmeno consumare alcuna uccisione, per il solo gusto di sfamare le proprie perversioni sessuali.

Insomma, Maurizio Minghella è la prova che si può uccidere per tante ragioni, ma anche in preda a rabbia, tormento e per rimediare a un passato traumatico. Non tutti i serial killer, a quanto pare, sognano riuscire ad architettare un piano coi fiocchi!

Maurizio Minghella

Diversi tipi di aggressione

Minghella e Chiatti, come già detto, appartengono a due categorie di serial killer. Uno a quella dei serial killer disorganizzati, l’altro a quella degli organizzati. I due modus operandi rappresentano due diversi tipi di aggressione, proattiva e reattiva, e ricordano una delle tesi più accreditate dibattute da Richard Wrangham.

Nel suo The Goodness Paradox, l’autore analizza il paradosso della bontà, ma pure dire quello della cattiveria! Gli uomini sono diventati, nel corso della propria evoluzione, sempre più docili e meno inclini alla violenza (quest’ultima da intendersi come strategia per la risoluzione dei conflitti). Si può dire, allora, che sembrino essere diventati più buoni in qualche modo.

D’altro lato, però, le guerre, le bombe nucleari, i genocidi e gli stermini di massa raccontano una storia diversa! La violenza, infatti, non è diminuita, si è solo trasformata. Invece di essere prevalentemente reattiva, cioè dettata dall’istinto e dalla rabbia, frutto dell’azione immediata, è diventata un’azione condivisa dal gruppo, accurantemente pianificata e messa in atto dopo un’attenta premeditazione.

Nella nostra specie, la violenza proattiva sembra aver preso il posto di quella reattiva, permettendo la creazione di cooperazioni più stabili, ma non una scomparsa del male che l’uomo perpetra ai danni dell’altro uomo. Le storie di Minghella e Chiatti rispondono, in qualche modo, a questa dicotomia.

Se siamo affascinati dalla storia del primo, è perchè vi riconosciamo una forza e un impulso primordiale che, nelle nostre azioni quotidiane e nella maggior parte delle situazioni, abbiamo perso. Se, invece, restiamo col fiato sospeso a leggere il resoconto della strategia attuata da Luigi Chiatti, è perchè ci spaventa e attrae allo stesso tempo quella strana idea che la violenza abbia, qualche volta, una forma calcolatrice e razionale.

Ciò che conta è sapere che, al di là delle storie di serial killer, l’aggressività è una parte della nostra specie, ma lo sono anche l’altruismo e l’empatia. Se siamo attratti dalle storie di true crime, è solo perchè, tramite esse, esorcizziamo la componente di violenza che soggiace in noi e ci risolleviamo ammaliati dal piacere di avere paura.

Richard Wrangham

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