“Ti pende il naso verso destra”: Eraclito, Protagora e Pirandello insegnano come costruiamo la realtà

Che ruolo occupa l’uomo nella realtà? É capace di controllarla oppure viene sopraffatto da essa?

Lo scrittore Luigi Pirandello

 

Viviamo credendo di avere molte certezze, ma basta niente per vederle crollare: è ciò che succede a Vitangelo Moscarda, protagonista de Uno, Nessuno e Centomila, che impazzisce a causa di questi pensieri. Cosa gli succede? A spiegarcelo sono gli antichi filosofi Eraclito e Protagora. 

Il filosofo Eraclito

Ti pende il naso verso destra 

Moscarda, protagonista del celebre romanzo di Pirandello, rimane sorpreso quando la moglie gli fa notare un piccolo difetto estetico, al quale non aveva mai fatto caso: il suo naso pende leggermente verso destra. Questo dettaglio solitamente non crea particolare attenzione nella vita di un uomo, ma in Moscarda fa scattare diverse riflessioni su come gli altri lo vedano e su come egli stesso si veda. Comincia a credere che nella realtà non esista nulla di fisso e oggettivo, come pensava Eraclito: la realtà, per il filosofo greco, non può essere ingabbiata in qualcosa di immutabile, questa muta, si trasforma in qualcosa e successivamente nel suo opposto, sfugge all’occhio dei più, e per comprendere la sua natura dinamica è necessaria una grande riflessione e una ricerca instancabile del proprio io. Ma per Moscarda è proprio questo il problema: se il suo io credeva di avere un naso dritto, ma le altre persone lo hanno sempre visto con un naso pendente, dove sta il vero Vitangelo? È quello che si immagina lui stesso, o è come lo vedono gli altri? 

Eraclito direbbe che non c’è alcuna differenza fra i due: 

“ La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli di nuovo mutando son questi”.

La sfida sta nel comprendere che la realtà non si lascia trattenere in concetti fissi, ma è in costante divenire. 

Flusso e forma 

L’uomo, trovandosi in un mondo che muta incessantemente, cerca di illudere il cambiamento: secondo la visione eraclitea, la realtà può essere rappresentata da un fiume in piena, in esso l’acqua scorre costantemente e non può essere mai uguale nel tempo, poiché cambia in ogni istante. Cerchiamo di bloccare questo flusso che è la nostra vita attraverso forme che ci costruiamo, alle quali possiamo agganciarci. Siamo partecipi di questo flusso, ma allo stesso tempo vorremmo comprenderlo, imbrigliarlo dentro i nostri schemi, renderlo alla nostra portata. Così costruiamo l’immagine che abbiamo di noi stessi, degli altri, della società nella quale viviamo, adottiamo religioni e ideologie politiche che ci permettano di dare uno sguardo completo al mondo. Queste però si ritorcono contro noi stessi, quando ci rendiamo conto che sono grandi forme che abbiamo costruito da soli: quando Moscarda si rende conto che il padre non faceva di professione il banchiere ma l’usuraio, e che quindi lui era per gli altri “il figlio dell’usuraio”, crollano definitivamente le sue “forme” e si rende conto che il suo io non coincide con l’immagine che gli altri hanno di lui. Egli dice: 

“L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa conoscervi se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma.”

Il gioco delle maschere 

Ma se la nostra vita è un continuo flusso, se noi dalla nostra nascita siamo un continuo divenire, ogni giorno, ogni ora, ogni attimo siamo diversi, com’è possibile un rapporto autentico fra gli uomini? E se ognuno si costruisce le proprie forme, come si stabilisce quali sono quelle giuste e quelle sbagliate? Com’è possibile conoscere qualcosa di autentico? A risponderci è il filosofo Protagora, che ritiene l’uomo “misura di tutte le cose”: egli è il metro di giudizio sulla realtà delle cose e del loro significato. Questa concezione ha ricevuto diverse interpretazioni dagli studiosi: che l’uomo sia misura delle cose significa che ogni singolo individuo percepisce diversamente la realtà, o che gli individui percepiscono la realtà secondo i parametri comuni della società alla quale appartengono? Probabilmente Protagora intende entrambe le cose e non le ritiene in contrasto: giudichiamo le cose prima in quanto membri di una società, e poi come singoli. Questo porta come conseguenza il fatto che ciò che una qualsiasi società o un qualsiasi singolo ritiene giusto, lo sia anche in assoluto: non c’è un’unica verità, ma “tante verità per quanti sono gli uomini”.

Moscarda arriva alla conclusione che sia la visione della società a prevalere: cerchiamo di omologarci e di vedere il mondo attraverso le maschere che la società ci fa indossare ogni giorno, sono queste le forme che la realtà ci impone di costruire per poter sopravvivere all’interno di essa. Indossiamo la maschera del figlio, del lavoratore, del cittadino, del genitore in base alla persona con la quale parliamo, e ne indossiamo una anche con noi stessi, ci modelliamo a nostro piacere. Abbiamo due possibiltà: o partecipiamo al gioco delle maschere, o ce ne tiriamo fuori, consapevoli del fatto che questo porta a un’emarginazione dalla società, perché lì dentro dovremo essere centomila persone diverse per gli altri e soltanto una per noi stessi, e se ci togliamo la maschera non saremo più nessuno. 

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