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“Tess dei D’Ubervilles” e il Darwinismo sociale: cosa vuol dire vivere da scartati

“Tess dei D’Ubervilles” e il Darwinismo sociale: cosa vuol dire vivere da scartati

La critica di Hardy al Darwinismo offre un progetto per una società più umana ed evoluta.

Pubblicato nel 1891 in tre puntate, Tess dei D’Ubervilles è un capolavoro della letteratura inglese. Attraverso le sue pagine, Thomas Hardy racconta la vita degli ultimi della società vittoriana.

UN’EROINA CHE NON PUÒ RISCATTARSI: TESS DEI D’UBERVILLES

La letteratura inglese è ricca di eroine: Jane Eyre, Catherine Earnshaw di Cime Tempestose, l’intero universo femminile ideato da Jane Austen. Tuttavia, nell’elenco è raro che qualcuno citi Tess D’Ubervilles. Eppure non solo è la protagonista assoluta dell’opera a lei dedicata, ma quest’ultima ne porta anche il nome. Perché, dunque, tale dimenticanza?

La risposta più probabile è una: Tess non è un’eroina. Tess è un personaggio straordinariamente umano. Una ragazza che cerca in ogni modo di riscattare la propria vita, ma finisce per soccombere. In lei Thomas Hardy riversa tutta la frustrazione e la critica nei confronti dell’Età Vittoriana, colpevole di generare una società escludente e crudele, intrisa di una moralismo di facciata che condanna sempre e assolve mai.

Incontriamo per la prima volta Tess all’inizio del romanzo. Giovane, bella, spensierata. Ci congediamo da lei all’ultima pagina: sporca, stanca, assopita su una pietra di Stonehenge in attesa di essere arrestata e impiccata. Rifiuta di lottare ancora e si abbandona al destino e alla società. Quella stessa società che l’ha resa un’emarginata e una peccatrice attraverso il suo sguardo spietato. Così, Tess D’Ubervilles si accosta ad altre giovani sventurate e vinte, come Fantine de I miserabili o Lia de I Malavoglia.

Il romanzo di Hardy è ricchissimo. Le possibili interpretazioni sono numerose e complesse: la caducità della vita, l’ineludibilità del destino, la critica al moralismo vittoriano. In questa sede ci vogliamo concentrare, però, su un aspetto di solito meno considerato e tuttavia fondamentale, poiché estremamente contemporaneo: la sopravvivenza del più forte nella società. Vale a dire: il Darwinismo sociale.

SOPRAVVIVE SOLO CHI PUÒ: IL DARWINISMO SOCIALE

Con la dicitura Darwinismo sociale, si intende l’applicazione delle leggi darwiniane dell’evoluzione nell’ambito dei rapporti e delle dinamiche sociali. In particolare le leggi dell’adattamento e della sopravvivenza del più forte. Tale dottrina trovò il massimo successo nell’Ottocento, periodo in cui le ipotesi di Darwin andarono a sovrapporsi all’entusiasmo per la scienza proposto dal Positivismo. Da questa unione nacquero molti figli, tra cui le letture sociologiche. La paternità del Darwinismo sociale è generalmente attribuita al suo massimo esponente: il filosofo britannico Herbert Spencer. Applicando Darwin ai rapporti umani, Spencer e sociologi affini hanno cominciato a leggere la differenza di classe ed estrazione sociale come elemento fondante e necessario per lo sviluppo della società.

Così come nella biologia la selezione naturale è avvenuta attraverso processi casuali che hanno favorito le specie meglio adattate alla circostanza, allo stesso modo in ambito sociale lo Stato deve rimanere assolutamente neutrale, negando qualsiasi tipo di sovvenzione o agevolazione economica e umanitaria. Questo assoluto liberalismo è figlio della necessità, secondo Spencer, di far progredire esclusivamente coloro i quali sono in grado di provvedere per se stessi.  La selezione naturale si trasforma in competizione sociale: il più forte sopravvive, il più debole soccombe.

Tuttavia, il Darwinismo sociale va oltre la questione puramente economica. Non si limita, infatti, a suggerire un ferreo liberalismo contro ogni tipo di socialismo o politica volta a colmare le disparità tra gli uomini. Al contrario, promuovendo tali disparità come motore per un corretto sviluppo antropologico, tali teorie sociologiche si resero protagoniste di derive oggi giudicate razziste, classiste e misogine. Il colonialismo, il “fardello dell’uomo bianco”, la frenologia, tutta la compagine di idee ottocentesche e novecentesche orbitanti intorno alla concezione di una razza perfetta e di altre subalterne, nascono dal darwinismo. Sebbene sia giusto ricordare che Darwin rifiutò questa lettura sociale delle proprie teorie, affermando che la legge del più forte debba rimanere una prerogativa della natura, non dei rapporti umani.

Ma c’è di più; ed è proprio ciò che Thomas Hardy vuole evidenziare attraverso la figura di Tess. Chiunque non sia in grado di adattarsi alle regole della società, siano esse economiche, di costume o di morale, ne è estromesso. Il Darwinismo sociale produce una “cultura dello scarto” che è tanto più forte  quanto più è interiorizzata dagli stessi “scartati”.

 

VIVERE DA SCARTATI: LEGGERE TESS OGGI

Nel descrivere le disavventure di Tess, Thomas Hardy esprime tutta la critica nei confronti della sua contemporaneità. Ma ciò che dice vale anche oggi. Tess dei D’Ubervilles è uno dei classici più attuali che ci sono stati tramandati.

In effetti, Hardy pone l’accento sull’aspetto più terribile del Darwinismo sociale e sugli “scarti” che esso produce: l’odio introiettato per se stessi. Alla fine del romanzo, Tess si consegna alla giustizia per essere impiccata. Lo fa perché è stanca di fuggire, certo. Ma lo fa soprattutto perché, in fondo, ritiene sia quello il destino che merita. Cosa può aspettarsi una giovane ragazza interrotta, madre di un figlio nato nel peccato e morto da piccolissimo senza neanche il battesimo? In fondo niente più che morire appesa a una forca.

Poco importa che Tess sia solo una vittima degli eventi e che sia impossibile non provare compassione e soffrire con lei nel suo disperato tentativo di riscatto. Tess è colpevole. Colpevole di non essersi adattata alla sua società. Colpevole di essere uno “scarto”. Come tale, porta  dentro di sé l’odio per se stessa e per la sua condizione, una reietta peccatrice.

Ora, Thomas Hardy dipinge un affresco dell’Età Vittoriana. Ma la situazione è davvero cambiata?

Probabilmente no. Certo, sono i cambiati i costumi e dunque le tipologie di “scartati”, ma non la condizione di “essere uno scarto”. Con essa, quindi, anche il senso di schifo, di sconfitta e di colpa.

Viene da chiedersi, dunque, se non sia il caso di riprendere in mano Tess dei D’Ubervilles e leggerlo alla luce dei nuovi sconfitti. Accogliere così il messaggio di Thomas Hardy: mostrare agli scartati e ai vinti che non lo sono. In effetti, anche Tess vive un fugace momento di riscatto: l’amore di Angel, l’unico che la guarda per quella che è, accogliendone luci e ombre.

Forse è questo il segreto per una società più evoluta. Ben diversa dal Darwinismo sociale.

 

 

 

 

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