Terremoto in Albania e filosofia della catastrofe: dov’è finito Dio?

La notte del 26 novembre è stata registrata una scossa di magnitudo 6.4 nella costa settentrionale dell’Albania. Le conseguenze sono tragiche: morti, feriti, dispersi ed edifici distrutti.


Nei video girati dai locali, tra grida di paura e smarrimento, emergono esclamazioni e invocazioni a Dio, apparentemente unica fonte di speranza davanti alla drammaticità dei fatti. Ma dove si colloca Dio davanti al male delle catastrofi naturali? I filosofi Epicuro, Voltaire e Rousseau hanno tentato di dare una risposta.

Epicuro e l’indifferenza degli Dei

Nella lettera al figlio Meneceo, Epicuro propone il tetrafarmaco, ovvero quattro precetti rassicuranti per affrontare la vita, abbandonando il timore della morte. Uno dei quattro punti fondamentali del suo pensiero è l’affermazione dell’indifferenza divina riguardo alle vicende umane. Epicuro riesce così a risolvere il dilemma della presenza del male. Difatti, dice Epicuro, gli dei in quanto tali sono perfetti e benevoli, è perciò impossibile che siano responsabili di qualsiasi male, in quanto ciò li renderebbe imperfetti e non sarebbero di conseguenza più considerabili dei. Dunque, la soluzione epicurea giustifica le catastrofi naturali e qualunque altro male, proponendo l’indifferenza divina.

Voltaire ed il terremoto a Lisbona

In seguito al tragico terremoto del 1 novembre 1755, con epicentro a Lisbona, ai tempi importantissima città europea, numerosi filosofi si sono interessanti alla tematica delle catastrofi naturali, domandandosi il perché di tali fenomeni e il ruolo di Dio in rapporto ad essi. Voltaire, filosofo illuminista francese, fortemente segnato dalla catastrofe, sviluppa un nuovo pensiero in seguito ad essa. Egli inizia infatti a dubitare dell’esistenza del male come provvidenza divina e assume una posizione di pessimismo scettico. Nel Poema sul disastro a Lisbona egli afferma “l’espressione tutto è bene […] non è che un insulto ai dolori della nostra vita”, aggiungendo che i filosofi che affermano il bene davanti al disastro, sono più crudeli del terremoto stesso. Il poema di Voltaire è un grande atto di accusa all’ottimismo metafisico e teologico, di cui il più grande sostenitore fu Leibniz. Nel 1759, Voltaire pubblicherà “Candide”, opera in cui criticherà ulteriormente il pensiero di Leibniz, personificandolo nel personaggio del Dottor Pangloss, tutore del giovane Candido.

L’ottimismo di Leibniz e Rousseau

Con una visione completamente opposta a quella di Voltaire, Leibniz sostiene con ottimismo che il nostro è il migliore dei mondi possibili, non perfetto, ma in cui la presenza del male è riscattata e giustificata dall’armonia del tutto. Inaspettatamente, in seguito alla lettera di Voltaire, Rousseau appoggerà la visione di Leibniz, sostenendo quindi l’ottimismo e rivolgendo dure critiche al collega illuminista. Rousseau scrive infatti che il pessimismo se lo può permettere chi, come Voltaire, disquisisce di tale tema nei salotti. Al contrario, i poveri e gli infelici hanno bisogno di credere in un mondo guidato dalla provvidenza. Rousseau, crede inoltre che gli uomini siano gli unici artefici dei loro mali in quanto, nel caso di Lisbona, hanno offeso la semplicità della natura, volendoci costruire una capitale. Per alimentare la sua tesi, aggiunge che i terremoti causano danni nelle metropoli e non in deserti e villaggi.
Nella speranza di trovare l’ottimismo di Rousseau e Leibniz, seppur non dall’alto, molti aiuti stanno arrivando all’Albania: Italia, Francia, Grecia e altri paesi si sono mobilitati per aiutare il paese, dando prova di solidarietà e rendendo possibile la speranza di un futuro più ottimista.

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