Tanatofobia, cos’è e come liberarsene: un’analisi attraverso i consigli di Epicuro e Saramago

 Una paura comune colpisce l’uomo moderno, egli è afflitto dalla solitudine a causa di una società egoistica e frenetica. La società contemporanea genera paranoia e ansia e ciò porta come conseguenza l’emergere di pensieri negativi e deprimenti.

Tanatofobia, è così denominata la comune paura di morire, pensiero che ci accompagna costantemente, la consapevolezza che prima o tardi tutto finirà e verremo allontanati improvvisamente dai nostri affetti,  avvolti da una patina scura attorno a noi e costretti a fronteggiarci con l’ignoto. A discapito dell’infanzia, durante l’adolescenza questo pensiero si fa più presente e crescendo si diventa più consapevoli dei propri limiti, le spavalderie commesse in giovane età diminuiscono, fino ad arrivare alla vecchiaia, età in cui la morte viene considerata un vero e proprio tabù. Questo suo carattere spaventoso è legato alla sua ineluttabilità, ci si rassegna all’inesorabilità che porrà fine alla possibilità di vivere ed essere felici. Sono parecchi i miti e  le leggende che si riuniscono attorno alla figura della morte, che viene popolarmente raffigurata come uno scheletro che, coperto da una tunica nera, brandisce una falce. La lista delle religioni che ricorrono all’antropomorfismo è lunga: diverse credenze raffigurano la morte come una divinità (talvolta donna) come ad esempio nella mitologia giapponese, dove la morte viene rappresentata dal Dio Emna, colui che presiede gli inferi, guardiano e giudice delle anime, mentre in quella  greca spetta a Thànatos presiedere gli inferi. Avviene perciò una personificazione dell’astratto, al quale si attribuiscono tratti psicologici e comportamentali (talvolta anche fisici) tipici degli uomini. Sono molti i film e i libri che riprendono questa concezione antropomorfica della morte, a partire dal caposaldo del 1957 “ Il Settimo Sigillo”  diretto da Ingmar Bergman, dove, accompagnati dalle note dei Carmina Burana, vediamo il cavaliere Antonius Block, ormai rassegnato al suo inevitabile destino di mortale,  sfidare la Morte ad una partita a scacchi.

Il cavaliere Antonius Block che gioca a scacchi con la morte

 

Il giorno seguente non morì nessuno

È con questa frase che lo scrittore Josè Saramago apre uno dei suoi più famosi romanzi “Intermittenze della morte”, premio Nobel per la letteratura e libro geniale, che sottolinea l’originalità dello scrittore, il quale cerca di narrare la vicenda tragicomica che vede come

protagonista un paese indefinito, dove la Morte, sotto sembianze di donna, decide di sospendere i suoi  omicidi e lascia spazio all’eternità. Così allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre, nessuno muore più, né di vecchiaia né di malattia, e il sogno dell’immortalità sembra finalmente avverato. Ma la vita senza morte non sembra affatto semplice, ma quasi un incubo. I problemi si moltiplicano con l’andare avanti dello sciopero e il Paese è al lastrico, vicinissimo al collasso economico e sociale: chi sulla morte traeva profitto perde la sua fonte di reddito, e la Chiesa comincia a perdere consensi, le divinità create possibilmente dall’uomo stesso per spiegare l’inspiegabile, smettono di rappresentare un porto sicuro. La lettura del romanzo è scorrevole, e pagina dopo pagina si intuisce la critica che Saramago rivolge alla società contemporanea, che vive nella continua speranza di un cambiamento inverosimile ed utopistico delle leggi naturali, ignorando le conseguenze disastrose. 

La terapia di Epicuro                                                                            

Epicuro, filosofo greco vissuto tra il 341 e il 270 a.C circa, fu fondatore della dottrina epicurea, filosofia che negava l’esistenza di  un aldilà e di un sovrasensibile, e fu uno dei massimi esponenti dell’edonismo utilitaristico e moderato , che sosteneva che la felicità e il piacere fossero lo scopo principale della vita, un piacere che andava cercato con moderazione e calcolo, mai indiscriminatamente. Secondo Epicuro il percorso della vita era incentrato sulla ricerca della tranquillità e delle piccole soddisfazioni (come quelle di un buon pasto o di una conversazione tra amici), ed era necessario raggiungere un equilibrio interiore attraverso la liberazione del timore della morte e vedere intorno ad essa non più quell’aura di oscurità e mistero.  La filosofia epicurea può quindi essere definita materialistica, infatti per il filosofo l’anima muore assieme al corpo. “Ogni bene e ogni male è nella sensazione, e la morte è privazione di questa”. La dottrina di Epicuro è molto semplice ed immediata, egli  riconosce l’esistenza del dolore, ma dichiara che esso sia lieve e sopportabile. E nel caso in cui questo dolore fosse troppo forte?  Non c’è da temere, un dolore così acuto è indice di morte,  e la morte porta alla fine della sofferenza. Perché disperarsi quindi? Con la morte cessa ogni cosa e con essa anche l’angoscia. In conclusione  il filosofo greco sostiene che l’uomo non è spaventato dalla morte, ma è l’attesa di essa e la paura del repentino cambiamento di stato  che lo intimoriscono, l’essere umano nutre timore su ciò che si nasconde dietro la morte e non tanto della morte in sè, l’uomo ha paura del nulla eterno ma egli non sa e non può sapere cosa avvenga soggettivamente durante l’atto del morire e di questo non deve curarsene:  “ la morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte non ci siamo noi”.

Busto del filosofo greco Epicuro                                                                                                                                                                                                                          Rosanna Sapia

 

 

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