Tacito: la tragedia del potere

Ambigua e avvolta da una tetra atmosfera, la figura di Tacito è una delle più controverse della latteratura occidentale. In bilico tra storia e dramma, tra speranza nel futuro e pessimismo travolgente, mette in atto la tragedia del potere sulla scena teatrale delle vicende storiche, dipinte in chiaroscuro e circondate da luci e ombre. Né repubblicano convinto né strenuo difensore dell’impero, la sua non è una denuncia strettamente politica, quanto etica e morale. Il reale problema che sconvolge l’umanità della Roma imperiale è il potere in se stesso, non la forma attraverso cui esso viene esercitato: destinato a degenerare fino a diventare perversione e tirannia, il potere, oggetto della cupidigia dell’uomo, è deturpato dalla sua avidità e corruzione morale. Secondo Tacito compito dello storico è trattare i fatti in modo obiettivo e imparziale, “sine ira ac studio” (senza odio o amore, senza passione). Tuttavia, ben lontano da una sterile esposizione di fatti, Tacito dà vita alla messa in scena della Storia in cui ogni personaggio diventa attore della propria vicenda, analizzato in profondità fin negli angoli più remoti e oscuri della sua psiche. Imperatori, servi, comandanti e soldati, cortigiani e congiurati si muovono con naturalezza sul palcoscenico della pagina: agiscono e soffrono, pensano, ordinano e obbediscono come se la loro reale esistenza potesse uscire dallo scritto da un momento all’altro, in un’opera dove finzione e verità si mescolano e confondono con una maestria tale da fondersi inscindibilmente, senza mai, però, impedire di distinguere dove finisce la storia e comincia la letteratura. Ciò che sembra (e, per certi versi, è) un grandioso gesto letterario, è in realtà il tentativo di attribuire a figure storiche, spesso distanti nel tempo, una logica che sia a sostegno perfino delle azioni più scellerate e incomprensibili. È il tentativo di uno storico geniale di interpretare e inquadrare le follie dei più eccentrici tiranni romani nell’ottica di un agire umano, dove anche l’inspiegabile trova le sue ragioni. Ragioni che, spesso, risiedono nelle viscere di un animo tormentato, sofferente ed estenuato dall’angoscia del potere, dalle pressioni dei cortigiani, dall’ossessione e dalla paura di essere al centro di una congiura di palazzo. Ragioni che risiedono in un’angoscia capace di condurre alla pazzia e alle azioni più nefande che si esplicano nella cupa scenografia della tragedia storica.

Gli Annales: il pessimismo e la perversione di Nerone

In De vita et moribus Julii Agricolae, Tacito afferma di voler trattare in un’opera futura degli imperi di Domiziano, Nerva e Traino contrapponendo, così, il male passato al bene presente. Già in questa sua prima opera, dedicata alla vita del suocero Agricola, il cinismo tacitiano emerge in tutta la sua potenza: alla velleità di un eroismo che sterilmente si oppone alla tirannide (la cui maggiore espressione è il suicidio stoico, perfettamente incarnato dall’atto di Seneca) e che dagli abissi della morte non è di nessuna utilità alla storia e ai posteri, l’autore contrappone il silenzio collaborativo di Agricola, da molti interpretato come vigliacca adesione ma da Tacito presentato come tentativo di stemperare le follie del tiranno, attraverso la propria azione. Inoltre l’autore contravviene al proposito presentato all’inizio dell’opera: non parlerà mai degli splendori dell’impero dell’optimus princeps, radicalmente convinto del degrado che il potere reca in se stesso e della sua capacità di consumare e corrompere l’uomo. Emblema del processo di logoramento che accompagna l’esercizio del potere è il fasto, lugubre e intrigante, della dinastia Giulio-Claudia, fulcro della narrazione degli Annales. All’egotismo eccentrico di Caligola, alle paranoie e manie di persecuzione di Tiberio, all’inettitudine di Claudio (dominato dalle potenti Messalina e Agrippina, vere registe delle dinamiche politiche dalla femminilità e prestigio proprompenti), si accosta la perversa follia di Nerone consegnato alla storia, forse anche per merito di Tacito, come uno dei più grandi, complessi e multiformi tiranni della storia dell’umanità. Amato dal popolo, temuto dai cortigiani, istrionico artista e abilissimo uomo politico, continuamente teso tra un’intelligenza governativa senza pari e una schizofrenia sempre sul punto di esplodere, il Nerone tacitiano è l’uomo-personaggio amato e odiato da generazioni di lettori. L’ombra fosca e minacciosa che accompagna il suo agire affiora prepotentemente nell’inconcinnitas di Tacito, dalla scrittura frammentata e disarmonica, carica di ablativi assoluti e participi congiunti che condensano l’azione in un’espressione lapidaria dall’intensità drammatica. Celeberrima la scena che mette in atto, con teatralità tragica e angosciante, il matricidio perpetrato da Nerone ai danni di Agrippina. Nel modicum lumen (“luce fioca”) emerge tutto l’isolamento della donna che, orgogliosa nella sua disperazione, si vede abbandonata perfino dalla sua più intima ancella; nelle sue ferme parole è incontenibile lo strazio di chi tenta un ultimo appiglio nell’auto-inganno; pieno di rabbia e di dolore l’estremo gesto: indica al sicario di colpirle il ventre, lo stesso che ha dato alla luce il figlio pronto a uccidere la propria madre.

…Quindi, dopo che l’ancella si era allontanata e dopo aver detto: “Anche tu mi abbandoni?” si volse e vide Aniceto, accompagnato dal comandante di un trireme Erculeio e dall’ufficiale dei soldati imbarcati sulle navi Obarito e disse, se era venuto per farle visita, riferisse che si era ristabilita, se invece era venuto per commettere un delitto, non credeva per conto del figlio, egli non poteva aver ordinato il matricidio. I sicari circondarono il letto e prima il comandante abbatté sulla testa di quella un bastone. Protendendo il ventre verso il centurione che già aveva sguainato la spada per ucciderla urlò: “Colpisci il ventre” e fu finita da molte ferite.

Annales, XIV 8 (traduzione da https://doc.studenti.it/versione/latino/2/morte-agrippina-tacito.html)

  Maria Chiara Litterio