Sublime e terrore: Kant ci spiega perché Stephen King non è il maestro dell’horror

Stephen King e Immanuel Kant sono sue fuoriclasse nei rispettivi ambiti professionali: entrambi nel sublime, nel senso però in cui lo intendeva il filosofo prussiano.

Qual è precisamente la sensazione che proviamo di fronte ad una visione spaventosa? Che sia Pennywise o una catastrofe naturale, secondo Immanuel Kant non proviamo paura, ma esperiamo quello che lui chiama sublime. Scopriamo di che si tratta.

Critica del giudizio: Bello e Sublime

Kant parla del sublime nella Critica del Giudizio, una delle tre principali opere del filosofo di Koningsberg insieme alla Critica della ragione pura e alla Critica della ragione pratica. Nel contesto di un discorso riferito alla natura, Kant distingue il sublime dal bello: quest’ultimo infatti è riferibile all’oggetto, a ciò che noi guardiamo. Bello può essere un quadro di Magritte, una canzone di De André o un gesto tecnico di Messi. In tutti questi casi proviamo il bello, ma in relazione a qualcosa che è finito, concluso e che quindi riusciamo a riportare nei nostri schemi razionali. Il sublime parte invece anche da qualcosa di indefinito o di ignoto, che non è concluso in una limitatezza di un oggetto. Esso può essere sublime matematico o dinamico, dove il primo identifica ciò che è assolutamente grande, al di là di qualsiasi comparazione, il sublime dinamico è invece qualcosa che desta timore e fascinazione nello stesso momento, come la vista di un’eruzione vulcanica o di una tempesta, qualcosa che ci fa avvertire la finitudine umana.

Viandante sul mare di nebbia, Friedrich,

Il sublime ci fa capire che il mondo non è alla nostra portata

La natura del sublime è essenzialmente quella di non avere natura e, allo stesso tempo, di essere nella natura. Cosa accade quando guardiamo in un fondale oceanico? Cosa accade quando ci troviamo di fronte ad un tornado? Cosa accade quando incontriamo It, o procediamo lungo la strada del vettore per impedire che la Torre Nera crolli? La paura non è abbastanza esplicativa. Proviamo l’eccessivo, inteso come ciò che eccede la nostra comprensione della realtà. L’eccessivo è un tema assai caro per la filosofia, e l’intuizione di Kant è una delle più interessanti, insieme a quella di un altro Emmanuel, stavolta Levinas, il quale poneva ciò che eccede la nostra comprensione razionale nel volto del prossimo. Guardare negli occhi una persona: quello è ciò che ci fa capire di non capire a pieno il mondo. Se guardi nell’abisso, l’abisso guarda dentro di te. Il sublime non fa paura, ma crea esaltazione, rottura, angoscia, crea una sensazine per cui è più conveniente non avere a che fare con alcune cose, è più semplice non guardare, dimenticare.

Stephen King e il sublime

Ciò che abbiamo appena descritto come sublime è perfettamente riscontrabile nella letteratura di King. L’esempio che di più ci viene incontro è quello di It, creatura terrificante in grado di assumere qualsiasi forma. Già il fatto che King scelga di non dare una forma a It, oltre al nome che ha scelto, lo pone nel sublime. Non fa paura, è semplicemente inspiegabile. Ciò è dimostrato dalla testimonianza di Stan, il quale raccontando la sua esperienza della visione di It dice:

Non è la paura il problema, io semplicemente non voglio essere immischiato in una faccenda che mi farà finire al manicomio.”

Stan non ha avuto solo paura. Ha provato il sublime, ha visto cioè qualcosa che è semplicemente al di là di ogni comprensione e che rompe la realtà così come lui la conosceva. La paura è una sensazione addirittura limitativa in questi casi. Stan era rimasto senza parole, non ne trovava alcuna adatta a comunicare ciò che aveva vissuto. Vedere un mostro ci porrebbe di fronte a qualcosa che ci palesa il fatto che i nostri schemi razionali non comprendono affatto la totalità della realtà. Noi pensiamo in base a categorie, ma il mondo va oltre ogni categoria. Il sublime non è in It, il quale non sa di essere sublime. Il sublime è invece negli occhi e nel cuore di Stan, il quale si rende conto che esistono situazioni in cui è preferibile non infilarsi, perché il rischio non è di spaventarsi, ma peggio, di impazzire. Dire che Stephen King sia il maestro dell’horror è limitativo, dovremmo piuttosto attribuirgli il titolo, meritato, di “maestro del sublime”.

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