Studiare la mente di un assassino: Sweeney Todd – il diabolico barbiere di Fleet Street

Alcuni recenti studi hanno evidenziato delle differenze tra il cervello degli assassini e delle persone violente in generale e quello di una persona normale.

 

Cervello
Studiare le basi psicologiche, biologiche e sociali di atti violenti come gli omicidi potrebbe aiutarci a comprenderli e ad evitarli.

 

L’uomo è sempre stato affascinato dalle menti malvagie, come quelle degli assassini. Nel corso del tempo si è cercato di comprendere come funzionasse il loro cervello, cosa li spingesse a livello neurologico a commettere tale crimine. Uno degli studi più recenti condotti in merito ha evidenziato delle differenze tra il cervello di un omicida ed il cervello di persone che invece hanno commesso atti violenti di altro tipo.

 

Studi precedenti

Negli anni ’90 i ricercatori hanno individuato le prime differenze a livello neuroanatomico. Gli studi di quegli anni hanno utilizzato la PET, grazie alla quale è stato possibile evidenziare una ridotta attività cerebrale in diverse aree (come ad esempio a livello della corteccia prefrontale e dell’amigdala) negli assassini. In questo studio però il campione era composto da assassini dichiarati ‘non colpevoli per infermità mentale‘, per cui è probabile che le differenze nell’attività cerebrale fossero legate ad altri tipi di problemi, come a disturbi mentali o a lesioni.

Sempre nello stesso periodo sono stati condotti studi su assassini, i quali però si basavano su un campione composto da individui violenti affetti da schizofrenia. Sono state individuate delle alterazioni a livello delle stesse aree dello studio precedente, ma le differenze da sole non bastavano a discriminare i colpevoli di omicidio e chi invece era affetto da schizofrenia. Questo perché anche la schizofrenia presenta delle alterazioni a livello di alcune aree cerebrali, per cui non era possibile capire se il danno fosse legato al disturbo mentale oppure no.

 

Cervello
Alcuni studi hanno evidenziato una ridotta attività cerebrale in diverse aree negli assassini, come ad esempio a livello della corteccia prefrontale e dell’amigdala.

 

Lo studio: la scelta del campione

Una delle differenze con gli studi del passato è che stavolta i ricercatori hanno deciso di utilizzare un campione costituito da individui che erano o che erano stati in carcere (sia per il gruppo sperimentale sia per quello di controllo), mentre prima il campione era formato da individui che non erano mai stati in carcere. Più precisamente, il campione del presente studio era composto da 808 detenuti maschi adulti e ciascuno è stato assegnato ad uno dei tre gruppi. C’era il gruppo degli assassini, cioè coloro che avevano commesso un omicidio (203 soggetti), i criminali violenti, i quali non avevano commesso un omicidio (475 soggetti) ed infine i criminali non violenti o minimamente violenti (130 soggetti).

Un’altra differenza con gli studi del passato è che i ricercatori hanno deciso di escludere dallo studio individui con disturbi psicotici e tutti coloro che presentavano lesioni cerebrali. In questo modo sarebbe stato possibile capire se la presenza di alterazioni o di differenze fosse effettivamente legata al delitto commesso. Sono inoltre stati esclusi tutti coloro che avevano sì commesso un omicidio, ma la morte della vittima era stata accidentale e coloro che non erano stati direttamente coinvolti nel reato.

 

Procedimento e risultati

Durante lo studio son state utilizzate le scansioni della risonanza magnetica e le informazioni relative all’età dei partecipanti, all’uso di sostanze, al QI e riguardanti la loro permanenza in carcere. Alla fine dello studio sono state individuate delle differenze tra il cervello degli assassini e quello degli altri partecipanti, mentre non ci sono differenze tra il cervello delle persone violente e quello delle persone non violente.

Più precisamente, i ricercatori hanno individuato deficit in alcune aree cerebrali negli assassini, in particolare a livello della corteccia prefrontale ventrolaterale e dorsolaterale, della corteccia prefrontale dorsomediale, dell’insula, del cervelletto e della corteccia cingolata posteriore. Si tratta di riduzioni della materia grigia a livello di queste aree cerebrali, deputate all’elaborazione affettiva, alla cognizione sociale, all’empatia, alla cognizione sociale, al prendere decisioni morali, alla regolazione delle emozioni ed alla valutazione degli stati cognitivi altrui.

Anche questo studio però presenta dei limiti. Gli autori infatti non hanno considerato l’impulsività dei soggetti legata alla alterazioni individuate, le quali li avrebbero semplicemente resi più impulsivi. Inoltre non è chiaro se tali deficit si siano sviluppati nel corso del tempo o se fossero congeniti. Alla luce di tutto questo, sarebbe interessante in futuro capire come e perché avvengono questi cambiamenti neuroanatomici e soprattutto se possono essere trattati o prevenuti in qualche modo.

 

Neuroscienze e le tecniche di neuroimaging

I ricercatori dello studio sopra citato hanno utilizzato alcune tecniche di neuroimaging, le quali permettono di eseguire esperimenti controllati. Tra le più utilizzate ci sono la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la tomografia assiale ad emissione di positroni (PET), la stimolazione magnetica transcranica (TMS), la magnetoencefalografia (MEG) e l’elettroencefalogramma (EEG). Queste tecniche non solo permettono di registrare l’attività cerebrale, ma anche di individuare le aree del cervello coinvolte in una determinata attività. La risonanza magnetica funzionale sfrutta il segnale BOLD (Blood Oxygenation Level Dependent), cioè l’ossigenazione sanguigna del cervello. In questo modo è possibile individuare coinvolta in una determinata attività cerebrale attraverso le variazioni emodinamiche, ottenendo le immagini dell’area in questione.

 

fMRI
Un esempio di immagine ottenuta con una risonanza magnetica funzionale (fMRI).

 

La PET invece fornisce un’analisi dettagliata dell’attività metabolica del sistema nervoso centrale, permettendo quindi di diagnosticare anche molte patologie. A differenza di altre tecniche, la PET fornisce informazioni di tipo funzionale, cioè evidenzia quali aree cerebrali metabolizzano una particolare sostanza definita ‘tracciante’. Per alcuni aspetti la PET è simile alla risonanza magnetica funzionale, ma si differenzia da quest’ultima perché le informazioni fornite sono più dettagliate ed accurate.

La TMS è una tecnica di stimolazione elettromagnetica non invasiva (come le precedenti) dell’intero sistema nervoso. Permette di studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali nel cervello, provocando delle micro lesioni transitorie che hanno la finalità di inibire temporaneamente il funzionamento dell’area cerebrale oggetto di studio. Si tratta di una tecnica non solo utilizzata per fare ricerca, ma anche nella pratica clinica poiché recenti studi stanno dimostrando la sua efficacia nel trattamento di alcuni disturbi, come la depressione resistente a qualsiasi altro trattamento.

 

Sweeney Todd – il diabolico barbiere di Fleet Street

I film sugli assassini di certo non mancano perché da sempre l’uomo è rimasto affascinato da menti del genere. Neppure Tim Burton è riuscito a resistere al fascino di una mente omicida, per questo ha co-scritto e diretto Sweeney Todd – il diabolico barbiere di Fleet Street. Il protagonista è un uomo, Benjamin Barker, ingiustamente arrestato e condannato per un reato che non aveva commesso. Dopo molti anni, riesce a fuggire dalla colonia penale e si rifugia nel suo vecchio appartamento di Fleet Street, sopra il negozio di pasticci di carne di Mrs. Lovett. Benjamin è costretto a cambiare nome e a non rivelare a nessuno la sua identità, ma Mrs. Lovett ben presto scoprirà chi è davvero Sweeney Todd. Deciderà allora di raccontargli la verità su sua moglie e su sua figlia. La prima, dopo essere stata violentata, si era tolta la vita, mentre la seconda era stata adottata dal giudice Turpin, lo stesso che 15 anni prima lo aveva ingiustamente condannato. Appresa la verità, Sweeney Todd medita vendetta.

 

Sweeney Todd
Sweeney Todd, interpretato da Johnny Depp.

Nel frattempo riapre il suo negozio (era un barbiere), cercando di passare inosservato poiché non poteva permettersi di ritornare da dove era scappato. Seguiranno una serie di omicidi, alcuni ‘necessari’ per nascondere la sua vera identità, sperando che prima o poi il giudice Turpin si presenti nel suo negozio per una ‘bella rasatura’. Si sa però che la vendetta alla fine ti svuota e che le cose non sempre possono andare come ci si augura. La vendetta ha sempre un prezzo e Sweeney Todd non è stato esentato dal pagarlo.

 

 

 

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