I muscoli del capitano: il Novecento fra Futurismo e De Gregori

Il Novecento è un secolo complicato da leggere e raccontare. Tra i tanti che ne offrono un’interpretazione troviamo anche Francesco De Gregori e Filippo Tommaso Marinetti.

Manifesto del Futurismo, Le Figaro 1909

I muscoli del capitano è uno dei singoli contenuti nell’album Titanic di Francesco De Gregori, pubblicato nel 1982. Il singolo ci offre una singolare interpretazione del Novecento e delle sue contraddizioni.

I muscoli del capitano: De Gregori canta il Novecento

I muscoli del capitano è un singolo contenuto nell’album Titanic, pubblicato da De Gregori nel 1982. Uno dei grandi temi dell’album, a cui anche il titolo rimanda, sono le grandi catastrofi umane. Questa canzone, che fa parte di una trilogia interamente dedicata all’episodio del Titanic, consiste in un dialogo fra un marinaio e il capitano, preceduto da alcuni versi introduttivi. “Guarda i muscoli del capitano,/ tutti di plastica e di metano./ Guardalo nella notte che viene,/ quanto sangue ha nelle vene.” In questi versi introduttivi De Gregori restituisce all’ascoltatore due tratti caratterizzanti del Novecento: il progresso e la violenza. Il dialogo fra i due personaggi è anche un confronto fra due modi diversi di intendere il mondo, di interpretarlo. A questo si accompagnano due registri differenti, due linguaggi differenti. Infatti il capitano utilizza un linguaggio ‘industriale‘, dove cioè la nave è una nave. Al contrario, il marinaio utilizza ancora un linguaggio poetico che potremmo definire simbolista, dove l’iceberg è una “donna bianca” (“Ma capitano non te lo volevo dire,/ ma c’è in mezzo al mare una donna bianca,/ così enorme, alla luce delle stelle,/ che di guardarla uno non si stanca”). Entrambi difendono le loro posizioni, il marinaio cercando di farsi capire e il capitano incapace di decifrare quel linguaggio che già non appartiene più a lui e al nuovo secolo. Ai dubbi del marinaio, il capitano risponde con la sicurezza che caratterizza l’uomo del Novecento, l’uomo moderno fiducioso nel progresso: “Questa nave fa duemila nodi,/ in mezzo ai ghiacci tropicali,/ ed ha un motore di un milione di cavalli/ che al posto degli zoccoli hanno le ali./ La nave è fulmine,/ torpedine, miccia,/ scintillante bellezza,/ fosforo e fantasia,/ molecole d’acciaio,/ pistone, rabbia,/ guerra lampo e poesia./ In questa notte elettrica e veloce,/ in questa croce di Novecento,/ il futuro è una palla di cannone accesa/ e noi la stiamo quasi raggiungendo.” In questi versi c’è tutto l’entusiasmo dell’uomo moderno davanti al progresso. Quel che De Gregori lascia sottinteso, ma che chiunque sa, è che questo progresso ha portato l’umanità ai totalitarismi e a due conflitti mondiali, o quantomeno non l’ha salvata da essi. In queste parole del capitano sembra inoltre di cogliere la voce di Marinetti e dei Manifesti Futuristi, paladini del progresso e della rottura della tradizione. Concluderà il capitano: “E il capitano disse al mozzo di bordo ‘Giovanotto, io non vedo niente./ C’è solo un po’ di nebbia/ che annuncia il sole./ Andiamo avanti tranquillamente”. E questo è il Novecento secondo De Gregori. 

Copertina dell’album Titanic (1982)

Il Manifesto futurista: quando la modernità plasma la letteratura

Nel 1909, su Le Figaro, Marinetti pubblica il primo della lunga serie di Manifesti che caratterizzarono il Movimento Futurista. Diviso in punti, teso al progresso e al rifiuto della tradizione, così recita a un certo punto: “La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”. Il rifiuto della tradizione poetica precedente diventa qui anche il rifiuto di un modo di interpretare il mondo, di vivere, di pensare che era ancora in uso nell’Ottocento. Tra l’altro in questi versi sembra di sentire parlare il capitano di De Gregori. “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.” Per il Futurismo la bellezza è nel progresso, e le ‘forze ignote’, davanti a cui un poeta dell’Ottocento avrebbe avuto timore, rispetto e davanti alle quali avrebbe però potuto trovare un significato profondo e universale, vengono ora fatte inchinare davanti all’uomo. “Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.” L’uomo comincia a pensare di essere il fulcro del mondo, e di essere più potente di qualsiasi altra cosa proprio grazie al progresso. Se nonché queste forze, che l’uomo riteneva di poter controllare perfettamente, porteranno solo distruzione e dolore nelle mani dei grandi potenti del secolo. Ogni punto del manifesto verte intorno alla violenza distruttrice, al progresso e al rifiuto della tradizione. Tale rifiuto è ‘giustificato’ proprio dal progresso in realtà, grazie al quale i Futuristi non vedono ragioni per dover ancora guardare indietro, ritenendosi superiori. Questa è la stessa superiorità del capitano, sarà la superiorità di ogni dittatore che sosterrà di avere più diritti di qualcun’altro. Il Futurismo è in questo senso un esempio lampante del clima ottimistico che dominava la scena a inizio Novecento, e che verrà duramente confutato dai decenni successivi.

Filippo Tommaso Marinetti

Il Novecento: bellezza, violenza e contraddizioni

Con l’illusione di Marinetti e la mesta ironia di De Gregori possiamo a grandi linee comprendere i nodi che caratterizzano, artisticamente e non solo, il Novecento. Quest’ultimo è sì il secolo del progresso, con tutto ciò che di positivo esso ha portato con sé, ma è anche un secolo di morte e sofferenza. E come possono queste cose accompagnarsi alla prima? Soprattutto se queste ultime sono state causate proprio dal progresso stesso? Forse non si può arrivare a una sintesi tra gli aspetti positivi e quelli negativi, tuttavia è innegabile che, per ogni ‘pro’, vengano in mente molti inevitabili ‘però’.

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