Strage in una scuola elementare di Uvalde, Texas: analizziamo il tremendo fenomeno degli school shootings

Ventuno le vittime, che si aggiungono al tremendo conto delle morti per stragi avvenute nelle scuole. Il presidente Biden: “Bisogna agire contro le lobby delle armi”. 

Fonte: Tim Mudd su Unsplash

Due maestre e diciannove piccoli studenti della Robb Elementary School di Uvalde, Texas, queste le vite strappate dai colpi di fucile del diciottenne Salvador Ramos. Una nuova sparatoria contribuisce al lungo capitolo degli school shootings americani, nella sofferenza generale di un popolo spaccato. Il nemico comune sembra essere la libertà delle gun laws.

IL SECONDO EMENDAMENTO CHE MIETE VITTIME INNOCENTI

A volte, anche le più onorevoli parole falliscono davanti alle tragedie più violente. Raccontare l’ennesimo – con nota su “ennesimo” – evento di questo genocidio che si protrae da anni negli Stati Uniti, con qualche sporadico, ma pur sempre allarmante, caso in altri Paesi, é un compito che spetterebbe alle testimonianze delle vittime. Il problema sorge quando queste sono bambini, addestrati fin dall’asilo a sapersi muovere in situazioni d’emergenza come queste.

Così, anche dopo i famosi casi di Sandy Hook, Columbine, Santa Fe e Stoneman, le misure di contenimento prese per rallentare la diffusione del fenomeno sono state molto limitate e gli studenti americani si sono dovuti abituare a traumatici shooting drills. In altre parole, frequentare una scuola americana comporta l’esperienza traumatica di prove di addestramento dove uomini entrano armati a sorpresa nelle classi, simulando un “vero” attacco (cfr. articolo The Guardian, 29 Febbraio 2020). Come già successo in altre occasioni simili, è stato riaperto il dibattito contro il Secondo Emendamento della Costituzione americana, quello che sancirebbe il diritto al possesso di armi da fuoco.

Eppure il caso texano sembra essere diverso, costellato dalle mille problematiche politiche del momento. L’etnia dello shooter, per meglio dire il suo cognome, ha scatenato un’ondata di razzismo, con annesse richieste di rafforzamento delle leggi sull’immigrazione, mentre la giovane età delle vittime ha attirato l’attenzione dagli attivisti pro-choice (favorevoli all’aborto), che hanno manifestato a gran voce contro l’ipocrisia di un governo che non riesce a proteggere i propri bambini, ma che ne esige la nascita.

Delle testimonianze:

“Pray for the victims, families and community. The killer was Salvador Ramos 18 years old. Did he cross the border illegally? Our nation has a serious national security crisis evolving. God help us” – @codeofvets su Twitter

e dall’altra parte:

“It’s very disturbing that a party that is willing to let women suffer & die to ensure fetuses are carried to term won’t protect actual living children by restricting gun ownership in sensible ways.” – @JoyceWhiteVance su Twitter

Fonte: Chip Vincent on Unsplash

ARMI S­Ì, ARMI NO

La discussione si fa accesa: fra conservatori (e non) che inneggiano a favore del diritto di possesso d’armi da fuoco, richiami del presidente Biden ad una presunta lobby delle armi da smascherare e i dati raccolti sulle violenze consumate con armi da fuoco nel territorio americano. Nel discorso che da sempre non trova fine, le voci si scontrano feroci e polarizzate. Il problema è evidente: l’evento non è isolato e il fatto che l’aggressore sia un diciottenne preoccupa l’opinione pubblica.

Bisogna procedere con ordine. Cosa intende il presidente Biden con “lobby delle armi”? Nel 1996, il governo americano ha sigillato il suo accordo con i grandi produttori di armi da fuoco (e la NRA, National Rifle Association) con l’emendamento “Dickey” – dal repubblicano Jay Dickey. La clausola, introdotta nei disegni di legge per la spesa omnibus, ha impedito fino al 2018 (cfr. articolo Le Scienze) che venissero condotte indagini dalla CDC (l’agenzia per la salute pubblica statunitense) che potessero minare la libertà d’accesso alle armi. Un evidente schieramento da parte del governo americano, accusato di riservare più accortezze nei confronti delle pistole che dei propri cittadini.

In un report di Amnesty (cfr. link all’articolo) si legge che, solo nel 2017, il numero di persone colpite o uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti toccava quota 134.000. Così si è espressa Margaret Huang, direttrice esecutiva di Amnesty International USA:

“Il governo degli Stati Uniti sta dando la priorità alla proprietà delle armi rispetto ai diritti umani fondamentali. Nonostante l’enorme numero di armi in circolazione e l’esorbitante numero di persone uccise da armi da fuoco ogni anno, c’è una scioccante mancanza di regolamenti federali che potrebbero salvarne migliaia.”

Il legame fra cultura della gun violence e i numeri rilevati dalle indagini sembra essere comprovato.

PRO-GUN E LA RISPOSTA DEL GOVERNO

Per avere una visione realmente completa della questione, è necessario introdurre anche il punto di vista opposto: quello dei gun rights advocates. Il titolo di un interessante articolo del New York Times riprende l’argomento esposto dai sostenitori del diritto all’arma: “The Freedom of an Armed Society“. Muovendosi nel territorio pro-gun, uno dei discorsi più celebri è quello che sostiene un’idea di libertà che coinvolge anche il possesso di armi da fuoco; essendo liberi di possedere armi, diveniamo cittadini liberi a tutti gli effetti. Ancora, la libertà del possesso delle armi da fuoco segna la possibilità di una risposta in caso di emergenza, sancendo come sacro la cosiddetta “legittima difesa“. Seppur sia vero che le armi possano essere una “protezione”, quanto può essere sicura una società armata? E come dovrebbe comportarsi il governo americano?

Per Locke, la risposta alla seconda domanda è nel concetto di consenso. La maggioranza deve decidere, in poche parole. Questo diventa più faticoso quando la maggioranza si intreccia agli interessi economici e ad una cultura che usa la libertà come escamotage per esprimere qualsiasi pensiero. Semplicemente, stando al patto istituito fra uomini per il passaggio alla società civile, il governo Biden dovrebbe essere rappresentante del volere popolare. Qual è il volere popolare, quindi?

Un reportage della BBC (cfr. link all’articolo) mostra alcuni dati interessanti: il 52% degli americani intervistati ha espresso la volontà di leggi più severe sul possesso di armi, il 35% ha richiesto lo status quo ed un impressionante 11% ha avanzato la richiesta di provvedimenti di legge meno restrittivi. Magari la risposta giace nel mezzo? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

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