Nella Vita l’autore ci racconta la sua biografia di drammaturgo destinato a grandi imprese. Oltre alla sua straordinaria carriera artistica, tuttavia, presenta i suoi segreti più incoffessabili…

Vittorio Alfieri, per chi non lo conoscesse, fu un grande tragediografo italiano: prima di lui si leggevano solo tragedie tradotte da altri Paesi e il genere non aveva nomi degni di fama. Solo qualche piccola prova era stata tentata, con scarsi risultati. In un’Italia non ancora unita lui fu il primo a parlare di unità di lingua, di patria; si scagliò più volte contro il potere e rischiò di essere linciato dai rivoluzionari durante le stragi a Parigi del 1791. Fu il grande modello di Foscolo e di Leopardi. Perfino Manzoni aderì per un primo momento al suo concetto di tragedia. Ancora adesso le sue tragedie vengono studiate, così come la sua autobiografia. Qui racconta della sua infanzia, in un percorso simile a quello delle confessioni di Rousseau, sino alla sua morte. Il suo carattere era assai particolare, e la sua vita piena di aneddoti interessanti.
1. Il tentato suicidio a soli 8 anni e il successivo da adolescente
Il suicidio inconscio
Alfieri ci racconta che sin da bambino era di animo malinconico; questa sua predisposizione d’animo fu esacerbata ancor di più dalla solitudine in cui fu allevato. La sorella, com’era comune fare all’epoca, fu mandata in un convento per essere educata, e il piccolo finì per trascorrere da solo la maggior parte delle giornate. Così, un giorno, dopo aver letto da qualche parte (e il riferimento velato a Socrate non è difficile da riconoscersi) che una volta un uomo si era ucciso con della cicuta, si apprestò in giardino. Lì cominciò a mangiare manciate di erba sperando di darsi la morte, mosso da un istinto primordiale socnosciuto. Ovviamente l’azione non ebbe l’effetto sortito, e il piccolo finì solo per essere sgridato ancor di più dalla madre.
L’atto voluto
Un secondo tentativo, questa volta volontario, fu causato dalla perdita del primo amore. Il giovane si trovava in Olanda (era tipico di quegli anni viaggiare per l’Europa con fini educativi) quando si innamorò perdutamente di una fanciulla maritata a un ricco signore del posto. La loro relazione fu intensa – e l’autore non nega la sua insistenza nel seguire i due sposi nei vari viaggi – ma ovviamente non destinata a durare.
Quando la giovane lo lasciò (dal momento che la loro relazione cominciava a divenire uno scandalo) Alfieri era disperato: così finse un malore e fece chiamare il medico che, come era consuetudine, gli “cavò il sangue dal braccio” e glielo strinse con una benda. Alfieri aspettò che se ne andasse per slacciarsi la benda e, questa volta con richiamo a Seneca, darsi la morte per dissanguazione. Per fortuna al fianco del giovane appassionato (come lui stesso più volte si definisce) v’era il fedele Elia, suo servitore per tutta l’epoca dei Viaggi. Accortosi dell’afflizione causata dalla perdita dell’amata, aveva fiutato che qualcosa non stesse andando per il giusto verso; simulando il controllo delle sue condizioni gli allacciò prontamente la benda mentre lui faceva finta di essersi assopito. Così Elia salvò la vita ad Alfieri, e nessuno dei due parlò più della vicenda.

2. Lo scandalo a Londra e il duello con il marito tradito
Sebbene il giovane Alfieri si sentisse disperato e temesse di non poter mai amare più alcuna donna, si consolò qualche tempo dopo con un’altra avvenente signorina. Si trattava di Penelope Pitt, un’affascinante giovane maritata a un tenente colonnello dell’esercito inglese. I due allacciarono una relazione talmente appassionata che Alfieri ci racconta, anni dopo, di tremare ancora a ripensarla. Tuttavia il loro amore presto fu notato dall’elité della città e dal marito stesso, dal momento che un attendente della casa in cui viveva fece presto la spia. Così, una sera, il marito decise di seguire il poeta a teatro; attese che lo spettacolo fosse finito, poi gli chiese di seguirlo fino a Green Park, dove lo affrontò. Alfieri negò, ma sotto le insistenze dell’altro, infine desistette. Così per pareggiare i conti, il marito lo sfidò a duello:
Io sono sempre stato un pessimo schermidore; mi ci buttai dunque fuori di ogni regola d’arte come un disperato; e a dire il vero io non cercava altro che di farmi ammazzare.
L’autore sa di essere nel torto, così non si impegnò nemmeno: presto venne ferito al braccio. Il contendente se ne andò senza finirlo, lasciandolo sanguinante in mezzo alla via. Per fortuna, ancora una volta, fu il fedele Elia a salvare Alfieri. Preoccupatosi per il suo ritardo, andò a cercarlo fino a che non lo trovò riverso in quel modo: e caricatoselo sulle spalle, tornò a casa.
Dopo il duello, il Lord chiese il divorzio alla moglie e Alfieri fu coinvolto durante il processo. Ma la vicenda non finisce qui: Alfieri scoprirà poco dopo che a fare la spia era stato un altro amante di Penelope, il palafreniere della casa. Ingelositosi per il suo rapporto con il poeta, era andato a confessare tutto al padrone di casa. Alfieri saprà tutto dalla confessione di lei, ma solo dopo che i giornali avevano già dato informazioni su tutta la vicenda creando un portentoso scandalo.
3. La (negata) conoscenza al generale di Napoleone
Alfieri non ebbe mai in simpatia i francesi, che difatti chiamava “Galli”. La lingua la detestava, definì Parigi più volte dall’autore “la fetente cloaca” così come ripudiava il loro re. Se inizialmente aveva poi parteggiato per il popolo e composto un’ode di esultanza per la presa della Bastiglia, le sue speranze – come quelle di molti altri intellettuali in tutta Europa – furono presto deluse. Le stragi che colpirono Parigi lo spinsero a fuggire, tornando in Italia e rifugiandosi a Firenze. Da quel momento l’autore non volle più conoscere intellettuali dei vari ambienti letterari, ritirandosi a vita privata. Quando Napoleone invase l’Italia, quindi, Alfieri era furioso. Compose il Misogallo per sfogare le sue frustrate ideologie, che volevano la nostra patria unita e libera.
Il braccio destro di Napoleone, al contrario, ammirava molto l’autore: considerato un rinomato tragediografo in tutta Europa, quando scese a Firenze non vedeva l’ora di far la conoscenza di persona con Alfieri. Temendo questo inconveniente, l’autore si ingengò con varie strategie: prima cominciò a inventare scuse facendo in modo di non farsi trovare mai in casa durante le visite del generale. Poi, quando il francese gli recapitò a casa una lettera in cui gli chiedeva esplicitamente quando avrebbero potuto incontrarsi, non ebbe più scelta. Compilò così un biglietto in cui spiegava che se era all’Alfieri cittadino a dover rispondere, egli avrebbe acconsentito. Ma altrimenti, mai si sarebbe presentato.
Il comandante francese evidentemente capì l’antifona: e così di quell’incontro non se ne fece più nulla. Anzi, precisa l’autore:
E così mi liberai di una cosa per me più gravosa e accorante, che nessun altro supplizio che mi si fosse potuto dare.