Il più grande attentato terroristico del dopoguerra, la “madre delle stragi”, la scintilla degli anni di piombo: la strage di Piazza Fontana rappresentò molte cose per il nostro Paese, ma prima di tutto fu la storia di una verità negata. Una storia che inizia qualche anno prima con l’ascesa della sinistra alle elezioni del ’68, l’entrata dei giovani in politica e le contestazioni impetuose degli operai. Fu in questo scenario politico e sociale, decisamente teso, che iniziò ad affermarsi una totale spaccatura comunicativa tra i cittadini e lo Stato, ritenuto appunto colpevole di una serie di verità mancate e incapace di esercitare la giustizia. 
La strage
Nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano, provocando la morte di 17 persone. Altri ordigni deflagrarono nel giro di un’ora: alla Banca Nazionale del Lavoro, davanti all’Altare della Patria, all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento e un ultimo inesploso, sempre a Milano, in Piazza della Scala. Dopo più di quarant’anni di processi e inchieste, Piazza Fontana rimane la storia di una strage senza colpevoli per cui nessuno è più stato condannato. Se non si è potuto (o voluto) trovare una verità giudiziaria alla base di quanto è accaduto, quella storica è ben testimoniata dal film del 2012 “Romanzo di una strage”, diretto da Marco Tullio Giordana, regista dei “Cento passi”, della “Meglio gioventù” e di “Nome di donna”. Il film mette in luce i tradimenti, le speculazioni, l’omertà e le trame confuse di quei giorni, denunciando chi doveva tutelare la verità e la giustizia e non l’ha fatto, chi doveva difendere la Repubblica e l’ha tradita. Dei sondaggi, effettuati nel 1999 e nel 2009 tra gli studenti delle superiori di Milano, hanno rilevato come il 40% dei ragazzi imputava la colpa alle Brigate Rosse, il 20% alla Mafia, solo l’8% ai fascisti e il 4% ai servizi segreti. Ma chi furono davvero i responsabili? L’ultima sentenza confermata dalla Corte di Cassazione nel 2005 attribuisce l’attentato a una cospirazione tra i Servizi Segreti e un gruppo di neonazisti veneti, guidati da Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti del Movimento Politico neofascista Ordine Nuovo.
L’accusa al mondo anarchico e la pista nera
Il giorno dopo la strage sembrava certa la matrice anarchica degli atti terroristici del 12 dicembre. La polizia, seguendo la “pista rossa” fermò più di 80 persone, tra cui Giuseppe Pinelli (ferroviere anarchico, ex partigiano delle Brigate Bruzzi-Malatesta durante la Resistenza), morto in circostanze ambigue il 15 dicembre durante un interrogatorio, e Pietro Valpreda (anarchico e ballerino italiano arrestato e poi assolto). Non tutti però erano convinti del percorso che stavano seguendo le indagini, uno tra tutti Aldo Moro (allora Ministro degli Esteri, dal ’69 al ’74, nel Governo Rumor), il quale affermerà «la pista era vistosamente nera, come si è poi rapidamente riconosciuto» (Memoriale di Aldo Moro). Infatti, iniziò solo allora a prendere corpo l’ipotesi dell’eversione neofascista. In quel periodo, in Europa, ricordiamo diversi esempi di dittature militari: la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazaar, ma soprattutto la Grecia della Dittatura dei Colonnelli. È su questo esempio che molte organizzazioni di estrema destra speravano in un golpe che avrebbe potuto frenare la crescita delle sinistre, l’ascesa dei comunisti e del “pericolo rosso” estremamente temuto in tutta Europa. Fu proprio seguendo questa pista che si arrivò, nonostante i depistaggi dei Servizi Segreti e dell’estremismo nero veneto, a incriminare nell’agosto del 1972, Freda e Ventura, non più processabili perché già stati giudicati e assolti nel primo processo. Nel 1992 la Procura di Milano riapre il caso e incrimina Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio e altri neonazisti veneti che vengono condannati in primo grado e assolti in Appello e Cassazione. Quali le conseguenze di tutto ciò? Alcuni settori dell’estremismo di sinistra impugnarono le armi e la destra produsse altri attentati. La strage di Piazza Fontana, oltre a segnare l’inizio del terrorismo politico in Italia, ne determinò una totale “perdita dell’innocenza”: anni di lotte armate, di violenza e di rivendicazioni politiche getteranno ombre nella storia del nostro paese durante gli anni successivi. “La Repubblica non potrà mai cancellare il segno profondo della ferita che le è stata inferta, ma rivendica con orgoglio il valore della risposta corale che la comunità nazionale è riuscita a fornire sia nei confronti dell’eversione nera sia del terrorismo brigatista“. (Sergio Mattarella).
