Stelle cadenti, nido, fanciullino: quanto Murubutu si avvicina a Pascoli?

Nell’album “Tenebra è la notte” di Murubutu c’è una canzone che si intitola “La notte di San Lorenzo”. Anche Pascoli, in “X agosto”, ci parla della notte delle stelle cadenti e, a ben vedere, trai due non c’è solo quest’ambientazione in comune.

San Lorenzo e il nido infranto: Murubutu come Pascoli

Illuminati di gioia sopra i muretti a secco/ e noi così felici da lasciar la scia”: nella canzone di Murubutu “La notte di San Lorenzo” è la felicità la prima a lasciare una scia. Ci troviamo in un paesino che si affaccia sul Tirreno, d’estate, e lo guardiamo dalla prospettiva bassa di due bambini che corrono. Bambini per cui “quel paese lì era un mondo intero”: un luogo che nella sua pancia li ha cresciuti e che ora nella sua pancia li vede correre: luogo noto, sicuro, eppure ancora pieno di segreti, luogo che mentre protegge si fa scoprire. E  quando il cielo si fa percorrere dalle Perseidi, le ‘stelle cadenti‘, nella notte di San Lorenzo, tale scoperta si impreziosisce di mistero e di magia: le stelle lasciano anch’esse una scia, che sarà scia di scoperta, di meraviglia e, una volta in più, di felicità.

Tuttavia, ben presto, appena qualche strofa dopo, scopriamo come l’equilibrio sereno del ‘luogo-nido’ sia stato infranto: quella che era la bambina compagna di corse e di stupori è diventata donna e se ne è andata in una “grande città”, opposta al paesino. Dunque se “all’armonia di quel mondo bastava un secondo/ un equilibrio lieve a cui servivi tu” ora quel ‘tu’ se ne è andato, lasciando il narratore solo con le stelle.

A partire a questo, quanto si avvicina Murubutu al Pascoli di “X agosto“? Senz’altro possiamo trovare una corrispondenza di temi tra i due componimenti: il tema del nido e del suo equilibrio infranto primo tra tutti.  In Pascoli, la notte di San Lorenzo è infatti la notte in cui si consuma la morte di suo padre, punto cardinale attorno a cui l’equilibrio del suo ‘nido’ ruotava, dove il ‘nido’ è questa volta non un paese ma la stessa famiglia. La morte del padre (paragonato, per altro, proprio a una rondine che muore prima di riuscire a fare ritorno al suo nido), assieme agli altri lutti che si susseguono di fronte agli occhi di un giovane Pascoli, segna un evento determinante: è l’infrangersi di quel contesto sicuro che egli ricorderà per tutta la vita senza mai riuscire davvero a dirgli addio. In entrambi i componimenti, quindi, si ha un equilibrio infranto, ed in entrambi ad infrangerlo è la dipartita di una persona.

(Nido, www.news.leonardo.it)

Le stelle di Murubutu e le stelle di Pascoli: elegia vs tragedia

Il secondo elemento di corrispondenza, che risulta in realtà più vistoso del primo, è la medesima ambientazione dei componimenti: la notte di San Lorenzo, appunto. Tuttavia è profonda la divaricazione tra le stelle cantate da Murubutu e quelle presentate da Pascoli. In Pascoli le stelle sono puro pianto di cielo che bagna la terra del dolore per il lutto subito. Sono stelle che partecipano al dolore dell’io lirico e che anzi lo caricano di forza: forte è infatti l’immagine della prima strofa, che riecheggia di disperazione: “San Lorenzo, io so perché tanto/ di stelle nell’aria tranquilla/ arde e cade/ perché si gran pianto/ nel concavo cielo sfavilla”: la caduta delle stelle è interpretata dal poeta in un’ottica privata, di compartecipazione al suo dolore (dolore che solo nell’ultima strofa si farà universale, quando il pianto di stelle inonderà una terra ora divenuta “atomo opaco del Male”).

Al contrario in Murubutu le stelle sono sin dall’inizio elemento di felicità, proprio per il fatto che la “scia” è, in prima istanza, scia di felicità: lasciandosi inseguire dagli occhi curiosi dei bambini, le stelle sin da subito sono fonte di stupore e meraviglia. Inoltre, nonostante la rottura dell’equilibrio, se il paesino continuerà ad essere luogo sicuro, continuerà ad essere casa, anch’esse continueranno ad essere capaci di suscitare meraviglia: infatti, anche se il narratore è consapevole che quelle “notti non torneranno mai”, tuttavia sta “ancora qui scalzo, felice come in quei giorni trai monti”. Tragedia in Pascoli, elegia in Murubutu, potremmo allora affermare, e i due potrebbero sembrarci distanti.

(Immagine dal video di “La notte di San Lorenzo”, Murubutu, www.rockit.it)

Il fanciullino: un ultimo punto di contatto

Forse sì, eppure non possiamo evitare di sentir risuonare Pascoli anche negli ultimi versi di Murubutu, in cui il narratore afferma di avere “sempre quella stessa età”: un narratore bambino, proprio come il ‘fanciullino’ di Pascoli, quel narratore capace di osservare il mondo con gli occhi pieni di una primigenia ingenuità che “scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose” e che è spinto a scoprirle dallo “stupore” piuttosto che dall’ignoranza. Lo stesso stupore che era il primo motore per le gambe dei bambini, che sfidavano le salite faticose, “col fiatone” pur di conquistare il “primo posto nel borgo”, il punto migliore da cui poter ammirare le stelle. Uno stupore che, se il narratore non è cresciuto, allora gli appartiene ancora intimamente: è questo a permettergli di mantenere quello sguardo puro sul mondo che, tra le note, ci restituisce.

(sguardo del ‘fanciullino’, www.frasimania.it)

Eva Simonetti

 

 

 

 

 

 

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