Anatomia di una società bloccata nel progresso, tra Bauman e Pasolini

Benvenuti nell’età moderna, nell’era in cui vige prepotentemente la norma del consumismo sfrenato. Tutto è consumo: gli stessi individui si consumano fondendosi in un’unica entità liquida.

“Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l’autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Il “progresso”, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso “progresso” sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua. Il progresso è diventato una sorta di “gioco delle sedie” senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d’oro, il “progresso” evoca un’insonnia piena di incubi di “essere lasciati indietro”, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.” (Zygmunt Bauman)

La consistenza liquida della società secondo Bauman

Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo polacco è stato il primo ad inaugurare il concetto di società liquida, mettendo in correlazione complementare la paura che l’uomo moderno ha della solidità. L’individuo moderno è privo di unicità: vive immerso in una società fatta di valori apparenti e obsoleti, si frantuma in desideri che non hanno la forza di affermarsi e che si fermano ad un limite che non va oltre la semplice immaginazione. Vive un conflitto interiore, concepisce inconsciamente la paradossalità del suo essere disperato e senza concretezze fatto di elementi prestabiliti e preconfezionati: lo scontro che si consuma dentro ogni persona si palesa in odio e in antipatia gratuita nei confronti del prossimo. Il prossimo è visto come qualcosa di abominevole ma in realtà rappresenta solo lo specchio di ciò che si è: offre la possibilità di guardarsi e di percepire la deformazione che ci appartiene, conseguentemente provoca l’astio che si converte in un malessere perenne e costante. La frammentazione di personalità si compie nello scenario di una società dettata dalle regole del consumo che ha reso vano e insignificante ogni valore umano, rendendolo merce al pari di un oggetto. Si cercano emozioni, principi e ideali come se fossero dei beni materiali che possono essere comperati in un negozio qualsiasi perché vanno di moda, perché devono essere usati. Manca una logica di fondo che permetta di ragionare in modo razionalmente autonomo: tutto è dato, ogni cosa deve essere semplicemente presa e posseduta e questo sembra essere l’unico fine, l’unico obiettivo di questa società. “Erlebnisse” è una parola tedesca che indica il desiderio appartenente all’uomo moderno di ricercare esperienze vissute, già etichettate per il solo istinto interiore di provare, assaporare qualcosa e dare un senso concreto alla propria presenza su questa terra. La comunità moderna si basa sul principio di paradosso: gli uomini non fanno altro che collegarsi tra di loro e creare reti di comunicazione nel modo più disparato ma tutto ciò che rimane è una profonda solitudine a livello globale. Ognuno si immerge nella sua liquida pateticità, sguazza nella propria inquietudine e nella consapevolezza di una disperazione comune.

 

La “mutazione antropologica” pasoliniana

“Il consumismo consiste in un vero e proprio cataclisma antropologico: e io vivo, esistenzialmente, tale cataclisma che, almeno per ora, è pura degradazione: lo vivo nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo (…) È da un’esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici” (Pier Paolo Pasolini)

Pier Paolo Pasolini è stato un regista, uno scrittore, un poeta, un giornalista e un drammaturgo capace di comprendere ogni singola contraddittorietà di una società alla deriva di una disperazione, all’ombra di una guerra lacerante. Le considerazioni di Pasolini sono estremamente attuali e riprendono concetti, principi e ideologie che possono facilmente essere osservati e applicati alla società post moderna in cui viviamo. Cosa voleva dire Pasolini con il concetto di “mutazione antropologica”? Non si tratta di un cambiamento biologico, bensì di una mutazione ideologica: una distruzione dei valori morali, un rinnegamento del proprio stato con qualcosa che possa risultare aderente con il fenomeno dell’edonismo, del conformismo incondizionato e noioso. Gli individui sono tutti uguali: rispondono a delle esigenze già costruite, non vi è più differenza di spirito, di ideologia, di principio e di morale. L’uomo è addormentato, assopito in un processo astratto che lo spinge ad associarsi a processi conformisti senza essere spinto da nulla di fremente, vivo e intenso. La mutazione antropologica è semplice impoverimento, miseria spirituale dell’uomo che considera la sua effimera esistenza come un bene di consumo, un oggetto di dominio. In questo modo, la vita umana diventa un bene materiale e l’uomo è una specie di marionetta che agisce al suo interno, riducendo in polvere il senso intrinseco della sua vita e condannandosi all’univocità, massacrando le differenze che lo rendevano autentico e unico nel suo genere.

I “destinati ad esser morti” e difesa contro la miseria spirituale

“Nostalgia”, deriva dal latino “Nas”: andare a casa, abitare, andare, ritornare e “Àlgos”: dolore, tristezza. La nostalgia è desiderio malinconico, voglia di ritornare ad uno stato passato: sentimento prevalente nella concezione ideologica di Pasolini. Egli prova un profondo senso di nostalgia nei confronti del cosmo che ogni uomo può generare dentro di sé ma non lo fa, del possibile che però non esiste, di qualcosa che dovrebbe esistere ma si arresta ad un semplice pensiero stentato. Qual è la soluzione a questo cerchio vizioso in cui l’uomo vortica ormai privo di fiducia, arreso ad ogni forma di vitalità? Fondamentale è la funzione esercitata dalla propria corporalità: forma concreta e pulsante che si muove e agisce. Bisogna avere consapevolezza della propria carne viva, istituire un’esperienza diretta con lei attraverso la realtà. Innanzitutto, occorre partecipare interamente e consapevolmente al processo e allo sviluppo prendendo coscienza di se stessi e di cosa si è fatti. Partecipazione significa essere entità pensanti, non semplici automi addormentati e asserviti ad un potere più grande. Di conseguenza, significa essere capaci di produrre un rifiuto: “Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali, i pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso“. (Pier Paolo Pasolini) Chi non abdica, chi non si rifiuta, chi rimane fermo a guardare e ad annuire perché non ha di meglio da fare è un “destinato ad esser morto”: un’entità poco consapevole di sé, impregnato di retorica infelice e ridondante su fatti stereotipati e piatti, capaci di incantare e assoggettare in modo sorprendentemente facile. I “destinati a morire” sono coloro che giustificano dei concetti deformati rendendoli perfettamente aderenti alla mentalità umana, a ciò che l’uomo medio vuole sentirsi dire. E’ il peggior trucchetto che un individuo pregno di odio nei suoi confronti e nei confronti di una società distruttiva possa utilizzare e, paradossalmente, è anche il più semplice. Cosa fare? Come difendersi? Bisogna aprire gli occhi, percepirsi ogni giorno come esseri vivi e non lasciarsi incantare da discorsi comuni. Pier Paolo Pasolini in “Lettere luterane” – libro che raccoglie una serie di articoli scritti per “Il Corriere della Sera” e “il Mondo” – scrive a Gennariello, un ragazzo cresciuto nei sobborghi di Napoli depositario di grande vitalità e, come se si stesse rivolgendo alla parte più intima di sé, lo ammonisce dicendogli: “I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.

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