Sindrome dell’epoca d’oro: Woody Allen la racconta nel film “Midnight in Paris”

Avete mai desiderato vivere in un’altra epoca? Se la risposta è sì, vediamo perché le epoche passate ci sembrano sempre migliori di quella in cui viviamo. 

Woody Allen, nei sui film, parla spesso delle nevrosi del nostro tempo in chiave ironica. In “Midnight in Paris” il protagonista è affetto dalla cosiddetta “sindrome dell’epoca d’oro”. Vediamo di cosa si tratta.

“Sono nato nell’epoca sbagliata”

Ok, “sindrome” suona un tantino esagerato ma è un sostantivo che, a quanto pare, oggi va molto di moda. Ergo, la sindrome dell’epoca d’oro è caratterizzata dall’idea persistente di essere nati nell’epoca sbagliata, idealizzando epoche passate mai vissute.
In tedesco viene riassunta col termine “fernweh”, letteralmente: nostalgia della lontananza. Anche se sembra più il nome di una grappa invecchiata, ma ok. I finlandesi, invece, la chiamano “kaukokaipu”: nostalgia di luoghi in cui non si è mai stati. Alcuni italiani la chiamano “quando c’era Lui i treni partivano in orario”.
Più che di una vera e propria sindrome, si tratta di un bias cognitivo, ovvero di un errore di valutazione della mente. In sostanza, non accettiamo che il nostro presente faccia schifo, quindi ci rifugiamo a livello immaginativo nel passato, idealizzandolo. Ed è esattamente quello che accade al protagonista di “Midnight in Paris”.

“La nostalgia è negazione di un presente infelice”

Gil, il protagonista in questione, è uno scrittore profondamente insoddisfatto del suo presente e in piena crisi creativa e sentimentale. Durante un viaggio a Parigi, gli capita un fatto bizzarro: ogni sera, a mezzanotte, viene catapultato in epoche passate. Si ritrova a chiacchierare con Hemingway, Dalì, Picasso e altri artisti e rimane talmente colpito da quell’ambiente da non voler più far ritorno nella sua Hollywood. Si innamora dell’affascinante Adriana, una donna degli anni ’20  ma anche lei, a sua volta, vuole vivere nella Belle Epoque. Tuttavia, proprio identificandosi nello stesso atteggiamento nostalgico di Adriana, Gil capisce che l’idealizzazione di un “glorioso passato ormai perduto” è un’aspirazione ricorrente nell’animo umano, in tutte le epoche storiche. Ciò accade quando si preferisce guardare a un romantico passato, piuttosto che accettare la banalità e l’insoddisfazione del proprio presente e pensare con incertezza al futuro. Quindi, sceglie di ritornare nel presente e agire per cambiarlo.

Vivere nel “qui e ora”

Quello che accade nella nostra mente quando inciampiamo nel bias cognitivo dell’epoca d’oro ha a che fare con due meccanismi difensivi: negazione e idealizzazione. Quello che idealizziamo è l’epoca passata che crediamo sia più affine a noi. E la idealizziamo per un motivo molto semplice: non l’abbiamo vissuta. Ciò che invece neghiamo è la nostra insoddisfazione per il presente e le caratteristiche negative che sono presenti in qualsiasi epoca passata, esattamente come quelle positive. Come se ne esce? Non me ne vogliano i nostalgici, anche perché gioco nella loro stessa squadra, ma la soluzione è accettare il nostro presente nella sua misera e meravigliosa totalità. Come affermano la filosofia Zen e la Psicologia della Gestalt, bisogna cercare di vivere nel “qui e ora” perché, a conti fatti, è l’unica dimensione spazio-temporale in cui esistiamo davvero. Quello che ci blocca nel passato (nostalgia) e nel futuro (ansia) è la tendenza a proiettarci, anziché vivere. Più facile a dirsi che a farsi, certo, ma un buon esercizio può essere concentrarci ogni giorno su quello che abbiamo, anziché su quello che ci manca, allenarci a sentire totalmente. Sentire quello che diciamo, che osserviamo, che mangiamo, le persone che ci parlano, in maniera profonda.
Pessoa, nostalgico per eccellenza, scrisse: “vivere è non pensare” e, forse, non aveva tutti torti.

 

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