Sicuro che la carta sia più deperibile del computer? Scopriamo perché non è (proprio) così

Anche il digitale ha i suoi limiti: tra obsolescenza, decadimento, mancanza di manutenzione e cambiamenti legali diviene sempre più difficile affidare informazioni solo alla rete.

La Cittadinanza digitale – Messina Medica 2.0

Dopo una breve illustrazione della storia dei supporti scrittori, ci si concentra sulla deperibilità di questi ultimi, sottolineando, in particolare, come anche i mezzi digitali e Internet siano soggetti allo scorrere del tempo; le sofisticate tecnologie informatiche non sono così “eterne” come potremmo pensare. Secondo uno studio condotto dal Canadian Conservation Institute (CCI) la durata di DVD, CD e Blu-ray è piuttosto varia (oltre che non facilmente prevedibile): possono sopravvivere da un paio di anni fino a più di 200.

Breve storia dei supporti scrittori

Prima si disegnava o scriveva, o meglio si incideva, su pietra, poi su argilla e tavolette cerate; gli Egizi introdussero l’uso del papiro, una pianta palustre fin dal 2000 a.C.. A cavallo tra il III e IV secolo nella gran parte dell’Europa il papiro fu sostituito dalla pergamena, fatta di pelle di animali (pecora o vitello) e originaria di Pergamo.

Nell’VIII secolo fu introdotta la carta, il cui uso nacque in Cina intorno al II secolo e venne importato in Europa dagli Arabi, nel 751, dopo che questi ne avevano carpito il segreto da alcuni funzionari imperiali.

L’affermazione della carta fu lenta e non mancarono vere e proprie opposizioni alla sua diffusione, poiché si credeva che essa, la carta, fosse sì meno costosa della pergamena, ma al contempo meno doppia e meno resistente. Tra coloro che si opposero fermamente al suo uso, troviamo: Federico II che nelle costituzioni di Melfi (1231) stabilì che i documenti pubblici dovessero essere redatti solo su pergamena; e, ancor prima, re Ruggero (1145) che vietò il ricorso alla carta poiché considerata poco solida e non duratura.

Dal XVIII secolo fino alla seconda metà del secolo scorso, il supporto scrittorio è rimasto pressoché lo stesso, quindi la carta. Anche se ovviamente l’invenzione della stampa a caratteri mobili nel 1451 da parte di Gutenberg e poi l’avvento della stampa industriale tra i secoli XVIII e il XIX hanno radicalmente trasformato la ricezione dei testi.

Il "tablet" degli antichi romani e altri supporti di scrittura | EN

Rivoluzione digitale

Tutte le innovazioni sopracitate hanno rappresentato un momento di svolta, un cambiamento problematico che lettori e studiosi hanno dovuto fronteggiare; nel corso del tempo, a volte più lentamente, altre meno, è cambiato il modo di scrivere un testo, il modo in cui esso viene letto, come viene studiato e trasmesso ai posteri.

L’ultima grande rivoluzione -in questo senso- è stata quella digitale, che si è verificata a partire dagli anni Cinquanta del Novecento; il supporto scrittorio cambia, affiancandosi alla carta e arrivando, poco a poco, quasi a sostituirla del tutto per alcune funzioni.

Ma se un foglio di carta o di pergamena sopravvive secoli e talvolta millenni, e le iscrizioni su pietra o argilla parecchi millenni, cosa si può dire dei supporti digitali? Uno dei problemi più sottovalutati del digitale è, infatti, la conservazione delle informazioni nel tempo, oltre che la fruibilità.

Già Umberto Eco (1932-2016) in “Sulla labilità dei supporti” in “L’Espresso” (6 febbraio 2009)  si era pronunciato parzialmente a favore dell’uso della tecnologia, esprimendo delle preoccupazioni in merito al suo futuro: aveva sottolineato, infatti, come lo scaffale della libreria rappresentasse una “garanzia di memoria per quando gli strumenti elettronici sarebbero andati in tilt”.

Eco ci porta a riflettere -anche facendo esempi un po’ estremi- su quanto il digitale sia fragile e deperibile al pari della carta. Certamente è vero che i mezzi digitali consentono una maggiore conservazione o riproducibilità delle informazioni, ma questi non sono immuni da deterioramento e vulnerabilità e possono portare a una perdita irreparabile della conoscenza. Insomma, Eco invita a non dare nulla per scontato e a tenere presente che anche i supporti digitali possono andare incontro a deterioramento.

Fondamentale è, quindi, adottare una serie di strategie per preservare l’archiviazione, la memorizzazione dei dati per far sì che possano essere visualizzati, letti, studiati e in generale manipolati nel lungo periodo.

Chi può ancora leggere sui computer oggi in circolazione, un floppy disk degli anni Ottanta? E, se riuscissimo a trovare ancora il lettore adatto, non si sarebbe nel frattempo smagnetizzato? Nessuna scienza mi assicura che tra sessant’anni questa chiavetta che porto così facilmente in tasca non si sia smagnetizzata. (Eco, 2009)

Cittadini Attivi. Libri di carta o digitali?

Il digitale va preservato

La preservazione del digitale è una delle tematiche affrontate da Marco Brando nell’articolo “Bit manent?“, pubblicato il 27 dicembre 2023 sul Treccani magazine e riguardante il convegno internazionale ospitato dall’Università di Pavia “Carte immateriali. Filologia d’autore e testi nativi digitali“.

Il titolo dell’articolo è un provocatorio gioco di parole che combina l’unità base dell’informazione digitale (= il bit) con l’espressione latina “Verba volant, scripta manent”: “i bit rimangono?” è una domanda retorica (ma non troppo) e ci riporta alla deperibilità dei dispositivi multimediali di memorizzazione.

Nell’articolo viene fatto presente che attualmente la trasmissione delle informazioni avviene principalmente attraverso bit e media digitali, viene sottolineata la natura propriamente dinamica delle tecnologie informatiche che si evolvono molto rapidamente e che rendono obsolete alcune risorse digitali, sostituendole senza sosta.

Si parla poi – facendo riferimento anche allo studio del CCI- di conservazione delle informazioni, contenute su floppy disk, memory card, pen drive, cd, dvd e più di recente sui cloud che non sono supporti fisici, bensì servizi online, da un lato meno deperibili (proprio perché non fisici), ma al contempo con dei limiti nell’accessibilità poiché se da un lato sono online e potenzialmente accessibili da tutti, in realtà sono di proprietà di aziende private e sono protetti da autentificazioni.

Il fulcro dell’articolo, così come del convegno, riguarda il problema della deperibilità dei supporti informatici rapportato allo studio filologico di un testo; quindi, la seconda parte, più cospicua, concerne la trattazione e la tutela del digitale nell’ambito della filologia d’autore, le modalità di acquisizione e conservazione di archivi digitali, la necessità di un cambiamento rispetto all’approccio tradizionale (cartaceo) e la nascita di una nuova metodologia che non può prescindere dalle scienze informatiche.

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