Il Superuovo

“Sicario” e “Traffic” ci mostrano l’altra faccia della guerra al narcotraffico

“Sicario” e “Traffic” ci mostrano l’altra faccia della guerra al narcotraffico

La situazione del narcotraffico in America è sempre più drastica, ma da cosa è determinato tutto ciò?

 

Il cinema americano prova a dare una risposta a questo tema così delicato senza risparmiare colpi alle proprie istituzioni.

Una guerra già persa

Il narcotraffico negli Stati Uniti è sicuramente uno dei grandi problemi del “paese della libertà”, oscurato dall’omertà e dal finto buonismo che tanto caratterizza l’America. Situazione che continua a peggiorare, solo nel 2020 sono quasi raddoppiate le morti in America dovute al consumo di sostanze stupefacenti. Ovviamente si parla di droghe pesanti, quali cocaina, eroina etc… e non dell’innocua marijuana. Ma come mai gli Stati Uniti, paese che rivendica tanto i suoi principi idealisti e la sua sicurezza, nonostante gli incredibili sforzi non riesce a migliorare minimamente la situazione? Il cinema americano non si è impegnato spesso a mostrare il problema di fondo ma possiamo comunque analizzare la situazione attraverso due grandissimi film. “Sicario” del 2015 diretto dal canadese Denis Villeneuve e “Traffic” del 2000 di Steven Sodenbergh.

 

Sicario

Il film si apre gettando lo spettatore direttamente nell’orrore della guerra. Questo non è un conflitto dichiarato tra stati ma una vera e propria guerra tra cartelli messicani rivali, con la polizia impotente che assiste. È il conflitto tra Messico e Stati Uniti, soprattutto. I cadaveri trovati da Kate, agente FBI, in Arizona fanno subito intendere che le guerre tra i cartelli si sono ormai spostate oltre il confine minacciando la sicurezza degli USA. La giovane quanto forte agente viene inclusa in un’operazione della CIA per cercare di dare una svolta a una guerra che gli USA stanno nettamente perdendo: ciò che viene mostrato è proprio l’impossibilita di cambiare la situazione. Dice bene Alejandro, un sicario che lavora per la CIA:

“finché ci sarà il 20 per cento della popolazione a sniffare quella roba l’ordine è il massimo a cui possiamo aspirare”.

Ciò a cui lavorano non è fermare lo spaccio di droga ma cercare di mantenere una situazione controllata tentando di fare in modo che un solo cartello controlli l’intero mercato e non vi siano conflitti. Tagliare la testa al toro per garantire quanto meno la stabilità. Il film ci porta oltre il confine, a Juarez, la scena del confine fa venire i brividi, tra attentati e cadaveri impiccati sotto i ponti, una città in guerra civile, dalla quale i messicani cercano di scappare attraverso la frontiera. Infatti, tutti i tunnel che venivano precedentemente usati dagli immigrati per fuggire in USA ora sono sotto il controllo dei narcotrafficanti. Fa ridere il fatto che Trump stava costruendo un muro sul confine quando i veri problemi gli passavano proprio sotto. Villeneuve contrappone il deserto sterminato alla giungla urbana di Juarez, dove ogni sera vi sono “fuochi d’artificio” davanti alle montagne che recitano “La Biblia es la verdad leela”.

Emblematica la scena che mostra la casa di uno dei più terribili boss del cartello, il quale mangia a tavola con la sua famiglia in una villa gigantesca costruita col sangue e la sofferenza del prossimo. Il confine tra i buoni e i cattivi diventa quindi sottilissimo, la CIA/FBI si macchia degli stessi crimini (seppur più moderatamente) dei criminali “pensi che siamo così diversi? Da chi credi che l’abbiamo imparato…” dice il boss. Da entrambi i lati vi sono cattivi, ognuno opera per i propri scopi creando una guerra senza fine. L’unica parvenza di giustizia è rappresentata da Kate, sfruttata dalla CIA per motivi burocratici che vorrebbe denunciare il loro modus operandi, alla fine dovrà piegarsi anche lei. Così, nel finale, gli spari in lontananza, durante una partita di calcio tra bambini in una giornata di sole a Juarez, mostrano che effettivamente non è cambiato nulla e l’unica cosa da fare è girare la testa e continuare a giocare.

Traffic

Traffic invece racconta il tema attraverso tre storie, ognuno contrassegnata da una fotografia diversa.

La prima in Messico con protagonista un onesto poliziotto (uno straordinario Benicio del Toro) e un suo collega coinvolti dal generale Salazar in un’operazione per scardinare il cartello di Tijuana. Con una fotografia patinata di giallo e una ripresa documentaristica con camera a mano segue l’operazione fatta di rapimenti e torture per poi scoprire che lo stesso Salazar lavora per il cartello rivale di Juarez con lo scopo di prendere il controllo del narcotraffico. Ritrovatosi in un vortice di violenza, il protagonista denuncerà tutto alla DEA con la richiesta di una sola ricompensa: l’installazione di luci nei campi da Baseball per i bambini a Tijuana.

La seconda parla di un giudice capo del dipartimento anti droga a Washington con una figlia tossicodipendente. La ragazza, di buona famiglia, che frequenta la scuola privata con il massimo dei voti si ritrova del tunnel della droga, un rapporto estraneo con i genitori, impegnati nel lavoro e non aiutata dal loro comportamento, una ragazza che ha tutto ed è annoiata da tutto. il padre di conto suo si trova in un sistema già corrotto e poco propositivo che lascia intendere che effettivamente l’America si sia già arresa.

La terza invece vede un’operazione di polizia a San Diego contro un trafficante locale, grazie a un testimone. Qui possiamo vedere l’omertà della moglie che, assuefatta dal lusso, non si è mai domandata da dove venissero tutti quei soldi. Dapprima ignara, successivamente la situazione la spingerà a fare un cambiamento radicale al punto di diventare più mostruosa del marito, ordinando l’omicidio del testimone e lavorando al posto suo fino alla scarcerazione dell’uomo.

Tre storie condite dal dramma dell’impossibilità di vittoria in una guerra combattuta contro chi non ha regole, dove l’onesto è costretto a piegarsi o pagherà con la morte. Ciò che viene rappresentato è che finché la domanda sarà così alta non c’è speranza, e anche se fermi un cartello ecco che ne arriva un altro a sostituirlo. E allora ci si pone un interrogativo: vale la pena tutto ciò?

Mentre in “Sicario” vi è un finale completamente pessimista, in “Traffic” Sodenbergh dà un barlume di speranza nella mano tesa del giudice verso la figlia, nel sorriso del poliziotto di San Diego e in quello di Benicio del Toro in Messico, mentre guarda le luci nei campi da Baseball dove i bambini possono finalmente giocare liberi dalla paura.

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: