Il Superuovo

Il tempo scorre, ma come? Rispondono Giovanni Pascoli e Luciano Ligabue

Il tempo scorre, ma come? Rispondono Giovanni Pascoli e Luciano Ligabue

Giovanni Pascoli e Luciano Ligabue contrastano il fluire del tempo, cercando addirittura di dilatarlo. 

Lʼora di Barga e Niente Paura affrontano, a distanza di 107 anni, la stessa tematica, cogliendo lʼuomo nella sua eterna fragilità.

Come quando copri il viso col cuscino

Un raggio di sole entra timido dallʼimposta e si riflette sul nostro cuscino a comunicarci che la notte è finita ed è ormai mattina.
La bocca è impastata, le braccia sono intorpidite e le dita rincorrono il guanciale fino a prenderlo e a buttarcelo di nuovo sulla faccia con pesantezza.
Non ci vogliamo alzare, non vogliamo che sia mattina e allora ci nascondiamo nella tenebra, rifuggendo ogni sprazzo di luce, finché…finché, di solito, non arriva mamma a tirare le tende e a spalancare i vetri, dicendo che sì, è lʼora di alzarci.

I tempi stringono e tu li vorresti allargare

Una scena come questa, quotidiana e verosimilmente accaduta a tutti, poteva aver in mente Ligabue, nel 2007, quando ha lanciato Niente paura.
Un risveglio ritardato, una manciata di secondi rubati alla notte e dilatati allʼalba, sono quanto di più familiare e dolce io immagini, quando la sua voce roca canta che i tempi stringono e tu li vorresti allargare.
Peccato, però, che nella inclemente lotta contro il tempo, esso, tronfio e destinato per sua natura ad avere la meglio, ci ricordi soltanto che non fa che adempiere al suo dovere: scorrere.
Peccato pure che, mentre fluisce e mentre ci affanniamo a espanderlo, ritardando la sveglia o elemosinando un bacio in più alla fine di quellʼappuntamento andato bene, sʼallarga soltanto la nebbia, quando noi avremmo potuto vivere al mare.
Inutile, dunque, affannarsi ad ampliare gli istanti. Inutile, dunque, disperdere energie a gonfiare momenti come fossero palloncini, sapendoli poi destinati comunque a scoppiare.
Controproducente addirittura, canta Ligabue, perché perduto è tutto quel tempo che spendiamo a rincorrerlo, soprattutto perché non ci consente di realizzarci in altro, perché ci fa annaspare nella nebbia, quando avremmo invece potuto increspare le labbra in un sorriso, di fronte alle increspature delle onde.

Pascoli insegna: siamo tutti allievi, di fronte allo scorrere delle ore

Concetto non nuovo, certo.
Già la letteratura classica, Seneca in particolare, educa al controllo consapevole del tempo, al suono di quel vindica te tibi che apre le sue Lettere a Lucilio e ad ognuno di noi.
Eppure…eppure paiono parole spesso vane, parole spesso vane, peraltro, anche agli occhi e agli orecchi di chi sui Classici si è formato, ma, di fronte ai rintocchi delle campane che son come lancette, allʼhumanitas degli studi fa prevalere lʼumanesimo della vita.
Giovanni Pascoli, infatti, fine studioso e pregiato insegnante di Letteratura Greca e Latina, appare immemore degli apprendimenti maturati studiando e insegnando, tra gli altri, Orazio o Seneca, quando sente risuonare lʼeco delle campane di un non veduto borgo montano ne Lʼora di Barga.
Il Pascoli, esattamente come un bambino che porta il piumone fino a sopra il naso quando il primo sole bussa alla finestra, al suon dellʼore che viene col vento, chiede di potersi intrattenere ancora un poʼ.
Il Pascoli, dunque, chiede alla voce che rintocca che è tardi e che è ora di andare di poter guardare ancora un poco lʼalbero, il ragno, lʼape e lo stelo.
Cosa sta chiedendo, quindi, il poeta di San Mauro di Romagna?
In una sera del 1900, esattamente come Ligabue in una giornata del 2007, Giovanni Pascoli sta chiedendo al tempo che stringe di dilatarsi, dimentico del fatto che, allora come ora, vano è ogni tentativo al riguardo, ché, mentre non solo il tempo non si dilata, lo spazio si contrae.

 

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