Il Superuovo

“Siamo un paese di esauriti”: scopriamo cosa significa vivere lo stress della modernità

“Siamo un paese di esauriti”: scopriamo cosa significa vivere lo stress della modernità

Sentire di essere sempre ad un soffio dalla catastrofe, correre senza poter riprendere fiato: lo stress è l’aporia dell’uomo moderno.

La routine. Il ripetersi incessante delle giornate, una dopo l’altra. Senza tregua: vivere è diventato sinonimo di non vivere; siamo attaccati allo stato delle cose, a ciò che conosciamo come “normalità”, eppure siamo sempre più stressati. Non staremo forse omettendo un passaggio?

LA “GENERAZIONE DELLO STRESS” E LA VELOCIZZAZIONE DELLA QUOTIDIANITÀ

Siamo la generazione più veloce. Le nostre parole sfrecciano a millesimi di secondo da una parte all’altra del mondo, tutto è connesso da fibre ottiche e magnifiche invenzioni ipertecnologiche: chi rimane indietro è perduto, non c’è tempo per fermarsi. Siamo macchine in costante movimento, sempre pronte alla prossima mossa, perdute nel momento in cui ci ritroviamo senza qualcosa da fare. Bisogna riempire ogni momento; il nostro peggior incubo è perdere tempo. Risvegliarsi e capire di non aver vissuto a pieno, una prospettiva quasi più tenebrosa dell’oblio. Non possiamo concederci alla noia, non possiamo fermarci: ogni nostro minuto è calibrato in modo da inibire qualsiasi rallentamento. Per questo, proprio per questo siamo la “generazione più veloce”.

Non si tratta di audio Whatsapp a velocità aumentata (o forse sì?), eppure nessuno sembra essere immune al processo di velocizzazione della quotidianità: il problema è stare al passo. È così che questo movimento ci fa sentire come se fossimo pronti ad annegare in un mare pieno di impegni ed aspettative. Una specie di inerzia, un rumore di sottofondo che si nasconde subdolo nelle nostre giornate: dal pesante risveglio al mattino, agli innumerevoli stimoli da “intrattenimento veloce” di cui si ciba la nostra attenzione, sempre più pigra e selettiva.

LO STRESS: UNA DEFINIZIONE CLINICA DEL FENOMENO

Siamo sopraffatti dai nostri impegni e dalle nostre responsabilità: dobbiamo soddisfare lo standard, un’asticella che si alza ogni volta di più. Dobbiamo rispettare consegne, date, turni di lavoro, molte volte nemmeno sostenibili: ma davanti alla competizione, non possiamo abbassare la guardia nemmeno un minuto. La paura ci guida e funge da carburante dell’epoca liquida (cfr. Bauman). Il risultato? Il distress cronico.

In generale, lo stress è una risposta psicofisica a situazioni che il corpo recepisce come sforzi, che siano emotivi o cognitivi. In una situazione di emergenza (che sia effettivamente “di emergenza” o che venga così recepita), entra in gioco il sistema nervoso autonomo: in primis si attiva l’ortosimpatico, il quale produce lo stato di adrenalina ed ansia che aiuta ad affrontare il momento critico (vasocostrizione, tachicardia, insomma, ciò che attiva la reazione fight or flight del nostro corpo); a seguire, il sistema parasimpatico ristabilisce l’equilibrio nel corpo stressato. (vasodilatazione, diminuzione del battito cardiaco, broncocostrizione).
Da un punto di vista clinico, lo stress è dettato da una prolungata attività del sistema ortosimpatico: in questo caso, vengono rilasciati nel corpo i glutocorticoidi, la causa dei sintomi psicosomatici. Ciò che viene a mancare è l’equilibrio fra le due parti.

L’OMEOSTASI DEL CORPO E LA FILOSOFIA DEL GIUSTO EQUILIBRIO

La soluzione del rompicapo è semplice: l’omeostasi. In altre parole, la tendenza del corpo all’equilibrio psicofisico. Il problema sorge quando non è possibile ristabilire la condizione di partenza, la quiete. Di conseguenza, restiamo intrappolati in un’estenuante stato d’allerta ed accusiamo la fatica di una vita “da funamboli”.

I primi accenni alla questione risalgono alla filosofia di Alcmeone di Crotone, un medico e filosofo presocratico, il quale definì salute e malattia in relazione al concetto di equilibrio e squilibrio degli opposti.
Lo stato di benessere sarebbe da attribuire all’isonomia fra le coppie di contrari (come caldo e freddo o, ancora, umido e secco), ovvero ad uno stato di coesistenza pacifica che, se interrotta, causerebbe la malattia (il dominio di uno dei lati degli opposti, ad esempio del freddo).

Più tardi, Platone parlerà della teoria dell’anima e della sua tripartizione in logistikòn, thymoeidès ed epithymetikòn. A riguardo, le parole tratte dall’intervista di Rai Cultura a Giuseppe Gambiano (2017):

La tripartizione dell’anima implica la possibilità che l’anima sia sede di conflitti, che ciascuno di noi può vivere a seconda della prevalenza di una parte o dell’altra. Non c’è solo la dimensione razionale dell’anima ma ci sono delle forze irrazionali e il nostro compito è trovare un equilibrio tra questi vari aspetti.

In ultima istanza, non si possono di certo ignorare le parole del grande filosofo stoico Seneca (4 a.C. – 65 d.C.). Nel suo famoso “De brevitate vitae”, sono numerosi i riferimenti ad una certa galleria degli occupati, abitata uomini affannati dalla paura del tempo, che riempiono la giornata con faccende ed affanni. Il consiglio dell’autore, espresso nel “De tranquillitate animi”, è chiaro e conciso: in medias res, occorre inseguire il giusto equilibrio per un animo felice.

 

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