Siamo schiavi o padroni del tempo? In Time risponde con la filosofia africana

Le due opposte visioni affiorano all’inizio e alla fine del film.

Immaginate di vivere nel 2169. Immaginate di non invecchiare mai, di rimanere bloccati nella forma fisica dei 25 anni. Però c’è una fregatura: avete sul braccio un timer, che indica inesorabilmente quanto manca alla vostra morte. Se siete fortunati e vivete nella zona 1, sul vostro braccio saranno segnati 500 anni, che potete continuamente aumentare. Siete potenzialmente immortali. Se invece vivete nel ghetto, la zona 12, rischiate di avere solo 24 ore: il tempo serve per comprare da mangiare, per pagare l’autobus, per vivere. Finchè non scade: e quando scade, in un secondo, in un battito, siete morti.

Schiavi del tempo

Il protagonista, Will Salas (interpretato da Justin Timberlake) vede la sua vita cambiare quando uno sconosciuto gli regala oltre 100 anni di vita. Abituato a vivere nel ghetto, arriva nella zona 4, dove entra nell’aristocrazia. Senza entrare nei dettagli del film, quello che si capisce è che in un modo o nell’altro tutti gli uomini sono schiavi del tempo: cercano continuamente di averne di più, perché solo quello permette di vivere.

I secondi passano inesorabilmente, senza sosta. Non c’è un modo per fermare questo incessante fluire. Noi europei siamo schiavi della concezione temporale di Newton:

Il tempo assoluto, vero, matematico scorre in sé e per sé in virtù della sua natura, uniformemente e senza dipendere da alcun fattore esterno.

Il tempo ha leggi oggettive, ingovernabili. Non possiamo manipolarlo, ma solo obbedirgli. Ci illudiamo di controllarlo, lo dividiamo in secondi, minuti, anni, ma se non ci fossimo non cambierebbe assolutamente nulla. Tra uomo e tempo esiste un conflitto eterno, che si conclude sempre nello stesso modo: il tempo annienta l’uomo.

Justin Timberlake e Amanda Seyfried, protagonisti del film

Quando parte l’autobus?

Fingendo che i mezzi pubblici siano sempre in orario, per noi è abbastanza semplice rispondere a questa domanda. Basta controllare su internet gli orari e più o meno sapremo quando farci trovare alla fermata per prendere l’autobus.

Immaginate di fare questa domanda in un qualsiasi paesino del Kenya, o di un altro stato africano a vostra scelta. “Quando parte il matatu?” illudendovi di poter avere una risposta che vi dia un orario o almeno la certezza che prima o poi partirà. Il conducente di turno, molto semplicemente, vi dirà che partirete quando il matatu sarà pieno. Non un minuto prima, non un minuto dopo – ma qui nessuno ha un orologio per contare i minuti, per cui quest’espressione risulta essere un semplice clichè. Per lo stesso motivo, non ha senso chiedere a che ora inizia il discorso del presidente, a che ore inizia la Messa: quando lui sarà pronto, quando la gente si sarà riunita.

Finissimo conoscitore del continente africano, il giornalista Ryszard Kapuściński scrive che per loro il tempo è una categoria elastica, soggettiva. Il tempo viene creato dall’uomo. L’esistenza del tempo infatti si manifesta attraverso gli eventi, e gli eventi ci sono soltanto nel momento in cui è presente un uomo a viverli.

Se due eserciti non si danno battaglia, la battaglia non avrà luogo: il tempo non manifesterà la sua presenza, e di fatto non esisterà.

Verso la fine del film, Will Salas riesce a liberare il tempo, distribuendo l’astronomica cifra di un milione di anni. Il sistema dei ghetti temporali va in crisi, il tempo è così tanto che non serve più a nulla, cade in uno stato di torpore. Almeno finchè qualcun altro non deciderà di risvegliarlo.

un matatu percorre la strada tra Nairobi e Mombasa, in Kenya

Sasa e Zamani

Nel complicato mondo della filosofia africana, il concetto di tempo è stato affrontato da John Mbiti nel libro African Religions and Philosophy, pubblicato in Italia col titolo Oltre la Magia – Religioni e culture del mondo africano, e riassunto da Martin Nkafu Nkemnkia ne Il pensare africano come vitalogia.

Partiamo dalla definizione di tempo: come già diceva Kapuściński, esso è semplicemente una composizione di eventi. Viene definito attraverso due parole swahili, sasa e zamani.

Sasa indica il tempo vicino alla persona, ciò che sta per accadere o che è appena accaduto. È futuro prossimo, presente e passato prossimo contemporanamente. Zamani viceversa è il futuro illimitato, o il passato ancestrale, che si realizza unicamente nella distanza. Sasa confluisce o proviene da Zamani, che diventa così il periodo che collega tutto. Secondo Mbiti, Zamani è il cimitero del tempo, il tempo oltre il quale il tempo stesso svanisce. Oltre Zamani non si può procedere, tutto viene assorbito in quest’unica realtà che non è più né prima né dopo.

Ma Zamani ha anche un valore positivo: in quanto macrotempo, collega tutte le cose esistite. Tutta la storia dei popoli africani va letta in questa luce; tutto parte da Zamani, nulla può procedere oltre Zamani. La vita umana dunque ha un andamento circolare, comincia con la nascita e finisce con la morte. Ma la morte rappresenta una seconda nascita, in quanto con essa l’individuo entra nella dimensione magica degli spiriti, degli antenati.

Cercare di comprendere Sasa e Zamani con categorie di pensiero occidentali, come scrive Nkemnkia, è fuorviante. Ad esempio, per gli africani non esiste il futuro. Nessuno proietta il proprio pensiero quotidiano in un futuro distante e incerto: la coscienza del futuro si esprime nella vita quotidiana.

Quando si pianta un albero, si sa che darà frutto tra quattro o cinque anni, e si sa che il proprio figlio di dieci anni si sposerà un giorno, poco importa se tra dieci o quindici anni.

Per gli africani insomma il fine del vivere è la vita stessa, le ore sono semplici numeri dati allo scorrere del sole. Non esiste l’anno, non ne esistono uno né due, né cinque né settantacinque, né cento né mille. Esiste solo l’uomo, esiste la vita.

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