Siamo molto più di un’etichetta: le proteste negli USA e la teoria dell’etichettamento chiariscono il perché
  • Oggi, come 60 anni fa, negli USA ci sono proteste per le disuguaglianze etniche: allora si è tentato di ridurre il divario tra bianchi e neri anche grazie ad un’influente teoria criminologica, oggi cosa ci possiamo aspettare?

 

La situazione odierna negli Stati Uniti non è tra le più rosee, ma purtroppo non è la prima volta che gli statunitensi scendono per strada a manifestare con forza contro il razzismo: la storia sembra ripetersi.

“The news ain’t gonna show this!”

In seguito alla morte di George Floyd, assassinato il 25 maggio scorso da un agente di polizia con alle spalle decine di denunce per comportamenti violenti, le proteste per le discriminazioni razziali si sono diffuse quasi ovunque negli USA. Recentemente la situazione sembra essere degenerata: accanto a gruppi di manifestanti che hanno iniziato a perpetrare violenze, si sono aggiunte vere e proprie bande organizzate per rubare quanto più possibile dai negozi delle grandi metropoli, come sta accadendo a New York. Video, immagini e notizie a riguardo sono all’ordine del giorno nei telegiornali, ma bisogna sottolineare il fatto che in molti Stati sono state condotte anche manifestazioni pacifiche, prive di qualsiasi forma di violenza. Migliaia di cittadini di qualsiasi etnia si sono ritrovati insieme per dare forza alla voce degli afroamericani: una voce che tenta da decenni di smantellare l’idea che il rispetto per una persona dipenda dal colore della pelle.

 

Donald Trump accusato di essere razzista

Il presidente degli Stati Uniti ha minacciato di mobilitare l’esercito al più presto, se gli Stati colpiti dalle violenze non saranno in grado di gestire la situazione. Servendosi dell’Insurrection Act, una legge che in casi eccezionali permette al presidente degli USA di mobilitare l’esercito federale e la Guardia Nazionale per sostenere la polizia, Trump ha già assegnato 18 mila uomini della Guardia Nazionale in diversi Stati.
L’intervento federale già in corso e la minaccia di mobilitare l’esercito hanno attirato dure accuse al presidente. Joe Biden, avversario democratico di Donald Trump alle prossime elezioni, ha dichiarato: “Le sue parole ‘quando cominciano i saccheggi cominciano gli spari’ non sono degne di un presidente, ma di un capo di polizia razzista nella Miami degli anni Sessanta”.
Con questa affermazione, Joe Biden si riferiva agli eventi della fine degli anni Cinquanta, quando gli afroamericani protestavano contro le pesanti discriminazioni che colpivano qualsiasi aspetto della loro vita sociale. L’istruzione divenne il tema centrale del movimento per i diritti civili e nel campo della giustizia, soprattutto quella minorile, furono messi in atto programmi con lo scopo di evitare che i giovanissimi potessero finire in carcere, con il rischio essere stigmatizzati a vita con l’etichetta di ‘delinquenti’. Tale etichetta era allora largamente applicata agli afroamericani e a coloro che appartenevano alle classi più povere.
Era la prima volta che un intervento al sistema di giustizia penale americano si ispirava a una teoria criminologica piuttosto particolare: la teoria dell’etichettamento tendeva infatti a sensibilizzare alle cause sociali, piuttosto che esclusivamente individuali, che spingono una persona al comportamento criminale recidivo.

La teoria dell’etichettamento

La criminologia è una disciplina che nel tempo ha sviluppato numerose teorie per spiegare quali fattori producono un comportamento deviante. Alcune hanno chiamato in causa malattie mentali, altre fattori statistici, altre ancora caratteristiche di personalità: la teoria dell’etichettamento sostiene che il semplice considerare una persona come un delinquente e trattarla come tale, anche se effettivamente non ha commesso alcun reato, la spinge ad adattarsi a questa nuova identità imposta, convincendosi di essere davvero un criminale e comportandosi di conseguenza. Si tratta di una vera e propria profezia autoavverante, di cui parlo anche nell’articolo https://www.ilsuperuovo.it/la-sindrome-di-rebecca-quando-gli-ex-degli-altri-diventano-unossessione/ .
Il maggior sostenitore della teoria dell’etichettamento, Howard Becker, spiega che è molto difficile togliersi di dosso un’etichetta così negativa come quella di ‘criminale’. Di conseguenza, gli altri tenderanno a trattare sempre un individuo come un delinquente, anche nel momento in cui ci fosse stato un sincero pentimento. Inoltre, etichette di questo tipo acquisiscono uno status egemone, mettendo in ombra altre caratteristiche della persona.

 

 

Nonostante la teoria dell’etichettamento sia stata sviluppata nell’ambito della criminologia, ha valore anche al di là di questa disciplina. La mente umana ha infatti la naturale tendenza ha classificare le informazioni secondo etichette, perché consentono di organizzare rapidamente le informazioni, senza un eccessivo dispendio di energie. Le etichette possono essere positive (laureato), neutre (biondo) o negative (delinquente) e permettono di avere conoscenze ulteriori immediate: ad esempio, ci si aspetta che un laureato sia specializzato in un determinato ambito di studio.
Le etichette sono come degli stereotipi, che in alcuni casi rischiano di essere estremamente riduttivi e di indurre in errore. Potremmo scoprire che in realtà il ‘criminalespacciava droga come unica possibilità per mangiare, il ‘negro’ ha ottenuto una laurea in medicina con il massimo dei voti e ora cura i tuoi figli e il ‘produttore cinematografico di fama mondiale’ ha per anni messo in atto violenze sessuali.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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