Shutter Island: sarebbe peggio vivere in amnesia dissociativa o morire lobotomizzato?

Due agenti federali, un istituto psichiatrico, una scomparsa misteriosa e un crimine atroce… La labirintica vicenda sull’isola del terrore fa luce su ulteriori casi irrisolti: quelli nel mondo della psicologia.

Un film che parla di un manicomio contiene già tutti i presupposti per diventare un successo, soprattutto se vanta la firma di Scorsese e l’interpretazione di Di Caprio. Infatti, la storia dell’agente dell’FBI che indaga sulla scomparsa di una paziente dell’Ashecliff Hospital si presenta inizialmente come il più classico dei gialli, per avventurarsi man mano nelle falle psichiche dei personaggi, dove l’assurdo si mescola all’inquietante realtà e dove il dubbio permea ovunque, persino nei propri sensi.

Shutter Island: incubi e intrecci

Nel dopoguerra degli anni ’50, l’agente Edward Daniels e la sua spalla Chuck Aule sono chiamati a investigare sulla presunta fuga di una paziente dell’ospedale per criminali malati di mente. La paziente in questione, Rachel, è colpevole di aver ucciso, affogandoli, i suoi tre figli, tragedia di cui non ha la benché minima memoria, tanto che è convinta di abitare ancora nella sua casa suburbana, in una delirante commedia grottesca in cui gli altri pazienti interpretano i vicini di casa e gli operatori il lattaio o il postino. Per quanto Daniels non si aspettasse certo una gita a Gardaland quando ha accettato il caso, percepisce un’atmosfera preoccupante e piuttosto ambigua: sente di non potersi del tutto fidare di chi l’ha ingaggiato. Inoltre, da quando si trova sull’isola ha incubi frequenti e visioni della moglie (morta in un incendio cinque anni prima) che gli intima di stare in allerta perché lì si trova anche Andrew Laeddis, il piromane che ha appiccato il fuoco che l’ha uccisa.

Interrogando i pazienti, i suoi sospetti si fanno sempre più accesi: “sono in molti in questo posto, ma nessuno parla… è come se avessero paura di qualcosa”. Così scopre che nel faro di quell’istituto vengono messi in atto esperimenti sui ricoverati e che vengono somministrati psicofarmaci illegali. Quando finalmente trova Rachel, nascosta in una grotta giù dalla scogliera, i suoi dubbi si fanno certezze e la donna gli rivela che lui stesso potrebbe essere già stato drogato. Dopo l’incontro, Daniels, tornato all’ospedale, crea un diversivo per raggiungere il faro e lì, nella stanza in cima alla torre, il dottore dell’istituto svela un’amara sorpresa a lui e agli sbigottiti spettatori: l’agente Edward Daniels è in realtà il paziente Andrew Laeddis.

Coup de théatre: amnesia dissociativa

Ecco la verità: la moglie di Daniels (aka Andrew Laeddis) non è morta cinque anni prima a causa di un incendio, bensì per mano del suo stesso marito, che un giorno, tornato a casa dal lavoro, l’aveva trovata con i vestiti fradici perché, in preda a una crollo psichico, aveva annegato uno a uno i loro tre bambini. “Mettiamoli a tavola, Andrew! Prima li asciughiamo, gli cambiamo i vestiti… Saranno le nostre bambole! E domani li portiamo a fare un pic-nic”. Agghiacciante. Un trauma del genere ha portato la psiche del protagonista a cancellare quasi totalmente la tragedia e a crearsi di sana pianta un’identità alternativa e fantastica, una nuova vita. In risposta all’evento traumatico si è verificata, quindi, una dissociazione dell’identità, per cui nello stesso individuo Andrew Laeddis sono presenti due identità distinte (Andrew e Edward) che creano discontinuità nel Sé, alterandone la coscienza, il comportamento, la memoria. L’enorme lacuna di memoria lascia credere che il personaggio di Di Caprio soffra di un disturbo chiamato “amnesia dissociativa”, in particolare quella generalizzata, che comporta la quasi totale rimozione dei ricordi legati alla propria biografia e alla propria identità, oltre che, ovviamente, quelli legati al trauma subito.

Che la dissociazione sia una risposta difensiva al trauma è ancora oggi argomento di accese discussioni. C’è chi ritiene che si possa creare una nuova identità alternativa per proteggersi dal dolore dell’esperienza traumatica, quasi a cancellare la sofferenza di quel momento semplicemente creandosi una nuova vita (secondo Steinberg e Schnall). D’altra parte c’è chi crede, come lo psicologo Liotti, che una tale risposta non sia un tentativo di proteggere il proprio Sé, ma una “disgregazione del tessuto della coscienza” conseguente al trauma che può avere anche gravi ripercussioni e annientare la psiche facendola sprofondare nell’abisso. Sarebbe quindi, secondo questo autore, come la frattura di un osso che ha subito un forte colpo, un tessuto a brandelli che non si è distrutto semplicemente per “difendersi dal dolore”, ma come effetto drammatico di quel dolore.

Lobotomia: il vero film horror

Forse è proprio per questo che si ha la sensazione, nel finale, che il paziente Andrew Laeddis sembri accettare pacificamente l’estrema soluzione della lobotomia, come una liberazione definitiva da tutto il male che porta con sé. Proprio in quegli anni si assisteva a una vasta diffusione della pratica delle lobotomie transorbitali, ora ovviamente considerate abominevoli, ma che ai tempi sono valse al loro ideatore Antonio Moniz addirittura il premio Nobel. Questo particolare tipo di neurochirurgia aveva l’obiettivo di asportare o recidere le connessioni della corteccia prefrontale (che si credeva generassero deliri e ossessioni) per curare gravi disturbi della personalità, come il disturbo bipolare o la schizofrenia. Per scendere nei dettagli più cruenti dell’operazione, dopo aver usato l’elettroshock per “anestetizzare” il paziente, si utilizzava una specie di enorme ago, l’orbitoclasto, e si inseriva nelle orbite sotto le palpebre; dopodiché, con l’aiuto di un martelletto si praticava un foro profondo circa cinque centimetri nel lobo frontale e si muoveva lateralmente lo strumento per recidere la materia bianca. Scene che sembrano tratte da un thriller di fantascienza erano purtroppo la cruda realtà degli anni ’50, in cui si faceva di tutto pur di rendere i malati mentali un po’ più “docili”.

Un film come questo dà di che pensare e lascia parecchie questioni aperte. Quanto è veramente fragile la nostra mente? Possiamo fidarci di noi stessi? Chi sono i veri malati? “Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da uomo per bene?”.

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