Il Superuovo

Dillo con una parolaccia! La volgarità tra le emozioni e l’indignazione di Giovenale

Dillo con una parolaccia! La volgarità tra le emozioni e l’indignazione di Giovenale

Un linguaggio colorito riesce bene ad esprimere le nostre emozioni? Dall’indignazione di Giovenale agli studi di Vito Tartamella.

Se nel pieno della notte ci alziamo un attimo e urtiamo l’ultimo dito del piede contro lo spigolo del comodino, cosa ci spinge ad esclamare una parolaccia piuttosto che a coccolare il povero dito ferito? Il turpiloquio esprime le nostre emozioni, e spesso lo pronunciamo come riflesso, prima ancora di accorgercene. Lo studioso Vito Tartamella, autore del sito www.parolacce.org, analizza il fenomeno da anni.

Perchè si dicono le parolacce? Risponde Vito Tartamella

In un articolo pubblicato sull’ultimo volume della rivista “Focus”, Vito Tartamella descrive i suoi studi sull’uso ricorrente delle parolacce nel linguaggio. Le espressioni volgari, controllate da aree specifiche del nostro cervello, sono diventate veri e propri riflessi neurologici e spesso, davanti ad una situazione importante, escono fuori dalle nostre bocche prima che ce ne accorgiamo. Le loro principali funzioni, esposte da Tartamella, sono principalmente: enfatizzare, imprecare, maledire e insultare. Una frase che presenta delle parolacce, rispetto alla stessa privata dei termini volgari, presenta maggiore realismo e fornisce delle informazioni in più circa il tono dell’espressione, il contesto, le intenzioni dell’emittente e il suo rapporto con il destinatario. Una parolaccia urlata in un momento di rabbia può essere liberatoria tanto quanto un pugno sferrato contro il muro (e salva la parete!).

Nella seconda metà del Novecento un esperimento compiuto da due psicologi americani ha dimostrato che la volgarità non deriva da una degenerazione del linguaggio. Le parolacce nascono in riferimento a comportamenti che si contrappongono a quelli ritenuti positivi: lo scimpanzè femmina Washoe, adottata ed educata dai suoi 10 mesi d’età, dopo aver imparato a comunicare ha imparato ad insultare. Dopo aver imparato 132 parole si è servita del modo che utilizzava per dire “sporco” in riferimento ad una scimmia che non le piaceva.

L’indignazione nella satira di Giovenale

Il linguaggio umano, quello della realtà, ha caratterizzato la produzione delle satire dell’autore latino Giovenale. I suoi componimenti fanno parte di quel genere ispirato dalla cosiddetta “Musa pedestre“, meno idealizzata, che compie a piedi il suo cammino, da un’espressione oraziana ripresa dal latinista Mario Citroni per indicare un genere che voleva rappresentare la voce del malcontento popolare. Giovenale si distacca dai toni magniloquenti solitamente adoperati in letteratura, in favore di uno stile che presenta diversi livelli espressivi. Sono versi, come scrive Giovenale stesso, dettati direttamente dell’indignazione.

Si natura negat, facit indignatio versum, qualemcumque potest.” Giovenale, Satira I

Se il genio non me lo concede, detta i versi l’indignazione, così come può.

Un linguaggio più colorito, più aderente alla realtà, che presenta una maggiore espressività è dunque dettato dall’indignazione. L’indignazione della protesta sociale di Giovenale, che inveisce contro una società immorale e corrotta, contro l’ipocrisia e contro quelli che riteneva dei falsi valori. Tra questi, una satira non condivisibile quale quella nei confronti delle donne e quella contro l’omosessualità.

Parolacce sì o no?

Dimostrato che il turpiloquio sia liberatorio e assolva a diverse funzioni, certo è che non si utilizza in ogni circostanza e che spesso la società ci impone delle giuste limitazioni. Non a caso il linguaggio della realtà della letteratura si serve di un linguaggio più colorito senza sfociare nel cattivo gusto di una pesante volgarità. Tuttavia un linguaggio concreto, capace di sintetizzare in un solo termine o in una breve espressione le emozioni può tuttavia rendere la nostra umanità: “è l’unico baluardo che ci distingue dalle macchine intelligenti“, afferma Vito Tartamella. Un’indagine ha posto duemila persone davanti ad un quesito: “se apparisse sullo schermo di un computer una sola parola, quale permetterebbe di capire se l’ha scritta un uomo o un’intelligenza artificiale?”. “Cacca” è stata la risposta più gettonata.

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