“Sei nel cielo sbagliato”: lontananza e addio spiegati da Derrida e Mango

Non si impara mai a dire addio a chi se ne va. Un viaggio tra dolore e rassegnazione tra le note di Pino Mango e il discorso di Derrida al funerale di Lévinas.Quando un legame si interrompe non si sa mai come dire addio, soprattutto se questa interruzione è causata dalla morte. Persi, soli, abbandonati sulla Terra, i sopravvissuti sono immersi in un universo di dolore che non sanno esprimere, nemmeno a sé stessi. Talvolta, però, parlare in prima persona a chi ci ha lasciato e riunirsi con i vivi per mantenerne attiva e vibrante la memoria, aiuta quello che viene oggi chiamato “l’elaborazione del lutto”.

ll funerale

Momento straziante e consolatorio al tempo stesso è quello del funerale. Riunirsi nel proprio privilegio di essere vivi per ricordare chi ci ha lasciato. Parlarne, per esprimere attraverso le parole un dolore condiviso. Questo è quello che si fa quando ci lascia qualcuno che amiamo, qualcuno di cui non sappiamo elaborare la scomparsa se non come un trauma.

La distanza tra questo e l’altro mondo e la paura che l’ultimo sia infestato da spiriti malvagi e punizioni ci spingono a creare un immaginario che colmi la nostra ignoranza nei confronti della morte. Nessuno sa con certezza cosa succeda dopo di essa, ma tutti siamo più inclini a credere l’una o l’altra cosa. In un certo senso, questa illusione volontaria è necessaria per potersi rivolgere a quel momento pronti da tutta la vita. Difatti, tutti dobbiamo morire e lo sappiamo. Quello che non sappiamo è come rimanere sulla Terra quando un altro muore.

“Sei nel cielo sbagliato”

Proprio per raccontare delle difficoltà legate alla separazione, Pino Mango scrive La Rondine. Il singolo, estratto dall’album Disincanto e scritto nel 2002, fa un viaggio infinito, in cui viene riadattato secondo i diversi significati che gli devono essere conferiti. Mango lo canta al Festivalbar e per lui è la canzone di una lontananza, ma non radicale. Non è un brano di disperazione, piuttosto un testo che prende la forma dell’anima. Canzone di addio, associata alla morte e al ricordo, diventa per Angelina, sua figlia, che la canta durante la serata cover di Sanremo 2024 in onore del padre, morto prematuramente nel 2014.

Questo passaggio di testimone e di significato è reso possibile dall’amore che lega i due, dal cambiamento di voce e musica, ma soprattutto dalla reinterpretazione del testo, già carico di immagini. Basta pensare al ritornello per rendersene conto:

Nonostante tu sia
La mia rondine andata via
Sei il mio volo a metà
Sei il mio passo nel vuoto
Dove sei? Dove sei?

La rondine diventa metafora del volo migratorio, lontano da qualcuno che è ancora investito nel rapporto e che ha scommesso tutto su di esso. Ma, quando Angelina canta

Sei nel cielo sbagliato,

intende dire ad alta voce quello che tutti pensiamo quando qualcuno a cui vogliamo bene ci lascia: che non era tempo di andarsene, che non ce n’era motivo, che, per quelli che restano, non ci sarà mai ragione sufficiente a giustificare tutto questo.

“Addio a Emmanuel Lèvinas”

La metafora della rondine che vola via, però, non è l’unica disponibile a descrivere l’ansia e la difficoltà dell’abbandono. Quando Jacques Derrida, tra i più importanti filosofi dell’epoca contemporanea, scrive il discorso di addio che pronuncia nel 1995 al funerale del proprio maestro, Emmanuel Lèvinas, decide di servirsi di una metafora differente.

Tra i tanti e commoventi dettagli che condivide con la platea, decide di ricordare una strana caratteristica di Lèvinas: la paura dell’interruzione della conversazione. Questo portava Lèvinas a continuare a dire meccanicamente “pronto? pronto?” quando la linea del telefono cadeva e a richiamare rapidamente e disperatamente l’interlocutore. Questa ansia della fine del discorso tipica di Lèvinas simboleggia la paura che tutti proviamo nei confronti della morte. La morte è una chiamata senza risposta.

Tuttavia, l’addio che Derrida pronuncia nei confronti di Lèvinas si apre con una curiosa fenomenologia del funerale. Difatti, chi si ritrova a pronunciare un dicorso lo fa per i vivi, ma rivolgendosi a chi non può risponderci, parlandogi direttamente. Derrida scrive:

Con le lacrime nella voce gli danno talvolta del tu mentre gli tace, lo interpellano senza giri di parole e senza mediazioni, lo apostrofano, persino si affidano a lui. […] Lo si fa […] dove ci mancano le parole per attraversare la parola, perchè ogni linguaggio che tornasse su di sè, su di noi sembrerebbe indecente […].

In sintesi, Derrida, nell’ultimo elogio al suo maestro e amico, conclude ricordandoci della necessità umana di dare il giusto spazio a chi ci ha lasciato, alla vera vittima di questa storia e di parlargli liberamente.

In altre parole, conclude ricordandoci di quando, anche se la conversazione è interrotta, continuiamo a sollevare la cornetta e a richiamare. Di quando continuiamo a chiederci dove sia volata la nostra rondine nella speranza di poterla, un giorno, ritrovare.

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