Se in città vuoi restare, a Parigi devi andare: l’estate baudelairiana da ‘French Kiss’

Estate è sinonimo di vacanze. Si possono cercare in campagna, al mare, in montagna o nelle città. Cosa hanno da dire la cultura alta e quella pop su questi luoghi?

Audrey ha girato molti film a Parigi, celebrando la città anche con una cultura pop

Estate non vuol dire solo mare, ma anche città. Sempre più persone scelgono le città d’arte come meta dei loro viaggi: Firenze, Roma, Milano, Napoli, Venezia, Bologna, Palermo e chi più ne ha più ne metta solo considerando il nostro Paese. Il mondo è pieno di queste (più o meno) piccole perle, che attirano persone da qualunque nazione. I fortunati che già vivono in mezzo a queste bellezze probabilmente non vedono l’ora di lasciarle e prendersi il loro meritato riposo, ma chi invece è abituato a vederle solo attraverso i pixel di Internet prenota infatti anche mesi e mesi in anticipo per assicurarsi un weekend tra la storia.

Si pensi anche solo a Parigi, la ville lumière. Non solo coppie si riversano tra le strade della città dell’amore, ma anche piccoli avventurieri spinti dalla curiosità per quella città dalle mille sfaccettature. Magari poi si potrebbe incappare in una Meg Ryan alla ricerca del fidanzato scomparso (o del suo portafoglio rubato). Oppure ritrovarsi davanti una Audrey Hepburn insieme a Humphrey Bogart, scappati dagli obblighi americani.

Quale che sia la città scelta per le proprie vacanze, la cultura, che sia alta o pop, ci avrà scritto sopra qualcosa. La città affascina, con la sua rete di vene che si dirama tra l’asfalto. La città è il simbolo della genialità e dell’invenzione umana, eretta dal nulla solo usando l’ingegno. Forse per questo Baudelaire l’amava tanto (o forse perché non c’era quella natura maligna che non sopportava?). Ma la città può anche essere il nostro luogo di nascita, a cui bene o male, come De André, saremo legati per sempre.

La Parigi di Meg Ryan

Meg Ryan in ‘French Kiss’, a cui la famosa torre continua a scappare alla vista

Era il 1995 quando Meg Ryan vinceva la sua paura dell’aereo per oltrepassare l’oceano ed andare a riconquistare il suo fidanzato scappato con una femme fatale durante una vacanza di lavoro a Parigi. Lawrence Kasdan, il regista di ‘French Kiss’, però le tira un brutto scherzo: durante il volo di andata per la città dell’amore le fa conoscere Luc, aka Kevin Kline, un ladruncolo francese che sta cercando di acquistare un terreno in Provenza per creare la sua vigna. Fra i due nasce una strana alleanza, che li porterà a girare il Paese intero alla ricerca dell’ex fidanzato della ragazza, per poi scoprire, alla fine, che il vero amore non era quello che stavano inseguendo.

Ma tralasciando la commedia d’amore e i vari ostacoli che questa pellicola propone, ciò che interessa ora è l’attenzione che questa punta sulla città dell’amore. Parigi, meta per eccellenza di turisti da ogni parte del mondo, è raccontata attraverso le sue strade. Soprattutto, però, è interessante come si usa lo stratagemma della famosa torre simbolo della città. Meg Ryan per tutto il suo soggiorno a Parigi non riesce a vederla, continua a sfuggirle alla vista. È forse una metafora per far comprendere ai visitatori che Parigi non è solo Tour Eiffel?

Probabilmente no, magari un senso non ce l’ha, come diceva una volta Vasco Rossi. Ma sarebbe bello se così fosse. Un film molto amato che parla di una delle città più raccontate in assoluto in modo differente. Una Parigi nuova, senza troppi cliché, che descrive la storia di una vacanza anticonvenzionale. Tutto perfetto per il tema di cui si sta parlando.

 

Tra la Tour Eiffel e la Lanterna

‘Tableaux Parisiens’ è una sezione de ‘Les Fleurs du Mal’ di Baudelaire

Anche la letteratura non si dice immune al fascino della città. La sua poeticità non è passata inosservata agli occhi di grandi autori, che hanno trovato in lei il modo migliore per descrivere quell’umano da cui erano tanto affascinati. Che si prenda ancora una volta Parigi come esempio. Baudelaire ne ha svelato i più singolari angoli, uscendo da quelle descrizioni idilliche che spopolavano al periodo.

Il poeta disprezzava la ville lumière, essendo il simbolo dello Spleen, ma allo stesso tempo ne elogiava le prodezze. Solo lei, proprio per la sua natura ossimorica, poteva costituire allo stesso tempo sia l’infezione che la cura; solo Parigi era la fonte di quel malessere esistenziale e, contemporaneamente, uno dei modi per fuggirne. Grazie alla sua natura artificiale infatti costituiva un rifugio dalla natura maligna che la circondava. Inoltre era anche il luogo perfetto per analizzare la natura degli emarginati che la società disprezzava. Un modo perfetto per dare voce a chi non ne aveva. Non è un caso se una sezione della sua collezione di poesie è chiamata ‘Tableaux Parisiens’ –‘Quadri Parigini’-.

Prendiamo ora una città italiana, tanto per sottolineare che non sono solo le mete turistiche più in voga ad essere protagoniste della cultura cosiddetta alta. Genova per esempio è cantata dalle note di Fabrizio De André. Il Faber, come Baudelaire, ha messo su un piedistallo quelle zone più popolari, che sono poi anche le stesse che rendono il colore della città. Per esempio in una delle sue canzoni più celebri, Crêuza de mä, il cantautore si è recato a registrare nei pressi del mercato comunale. Se si presta attenzione infatti si possono sentire i rumori della compravendita del pesce: una donna che grida per sovrastare le urla circostanti per esempio. Pochi e semplici dettagli che fanno percepire cosa sia davvero una città: non solo un luogo da visitare, non solo un luogo da vivere. E, ancora una volta, se è protagonista sia della cultura pop che di quella alta, allora probabilmente anche la città avrà qualcosa da offrire.

Sabrina Ciamarra

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