Scopriamo come il dialetto può essere punto d’incontro tra Pasolini e il Canto dei Sanfedisti

Pasolini e la canzone napoletana di primo acchito potrebbero non avere nulla in comune, tranne una cosa: l’uso del dialetto. Scopriamo come.

Il dialetto è una forma di comunicazione che varia da regione a regione e soprattutto in Italia è visto quasi come una seconda lingua di ogni italiano. La crescente globalizzazione e il conseguente accorciamento delle distanze potrebbe far svanire l’uso di una lingua così bella, anche se negli ultimi tempi è stata rivalorizzata ad esempio grazie alla musica, con fenomeni come quello di Liberato, cantante napoletano sconosciuto ascoltato in tutta Italia. Riscopriamo la bellezza di una lingua che si divide tra convenzioni sociali e tradizione, tra arte e letteratura.

I dialetti

In linguistica (ovvero la materia che studia come è fatta e come funziona la lingua), il linguaggio verbale umano è la facoltà innata dell’essere umano di comunicare e la comunicazione altro non è che un passaggio di informazione. In questo senso il dialetto e le lingue storico-naturali, cioè tutte le lingue che si sono sviluppate nel corso del tempo (attualmente ci sono circa 6000 lingue al mondo), non presentano alcuna differenza. Per convenzioni sociali, storiche e culturali si prediligono le cosiddette lingue statutarie, cioè le lingue riconosciute da ogni nazione, come l’inglese, lo spagnolo, il cinese, eccetera. Dal punto di vista della comunicazione, però, un messaggio recapitato in dialetto ha la stessa valenza di uno recapitato in italiano standard. Tutte le lingue sono manifestazioni del linguaggio verbale umano, quindi anche il dialetto. Sul suolo italiano per moltissimo tempo si parlavano solo vari dialetti e con l’avvento dell’italiano questi non sono scomparsi, ma restano come una seconda lingua di ogni italiano, come un simbolo di appartenenza.

Alle origini: la purezza

Molte persone nel corso della storia hanno realizzato opere in dialetto, per riportare in auge il suo grande fascino. Tra queste, Pasolini, con le Poesie a Casarsa (1942) scritte in dialetto friulano. Il poeta scriveva: “Il fascismo non tollerava i dialetti, segni dell’irrazionale unità di questo paese dove sono nato, inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti”. Le poesie a Casarsa, che è il paese d’origine della madre in Friuli, nascono da un viscerale rapporto sia con la madre che con quel mondo arcaico e contadino. Le poesie sono la contemplazione di un’innocenza e una purezza incontaminata che solo un linguaggio intatto e primordiale poteva restituire: il dialetto. Tutta la purezza di quel mondo che non conosceva consumismo, ma solo l’importanza della natura, celava in sé un senso di morte, di peccato, dovuto al fatto che Pasolini si sentiva in colpa per la sua natura omosessuale, colpa che affondava le sue radici in un’educazione cattolica. Forse è per questo che la raccolta è dedicata al padre, un uomo con cui ha sempre avuto un rapporto difficile in quanto Pasolini odiava tutto ciò che è autoritario, perché per quanto brutte certe cose ci appartengono lo stesso.

                                                        DILI

Ti jos, Dili, ta li cassis                                                 
a plòuf. I cians si scuníssin                                        
pal plan verdút.                                                           
Ti jos, nini, tai nustris cuàrps,                               
la fres-cia rosada                                                        
dal timp pierdút.                                                         
traduzione
Tu vedi, Dilio, sulle acacie
piove. I cani si sfiatano
pel piano verdino.
Tu vedi, fanciullo, sui nostri corpi
la fresca rugiada
del tempo perduto.

                                     AL FRATELLO 

Tu vévis rasòn, fràdi, in ché sere – ‘i ricuàrdi – quànt che tu ti às dit: “Ta la tò man l’è il segn d’amor e da la muàrt”. Ridèvis tu, cussì, ma jo soi stat sigur. Cumò làssa che sùni la ghitàre e l’accompàgni il di.

Tu avevi ragione, fratello, in quella sera (io ricordo) quanto tu hai detto: “Nella tua mano c’è il segno dell’amore e della morte”. Ridevi tu, così, ma io sono stato sicuro. Ora lascia che suoni la chitarra e l’accompagni il giorno.

Liberté, egalité…

Qual è quell’avvenimento che per lungo tempo smuove le coscienze, fa schierare le persone e pone un definitivo punto e a capo? Naturalmente, il nobile concetto della rivoluzione. Tra le più famose rivoluzioni della storia, la Rivoluzione Francese ha un posto speciale, perché ha segnato definitivamente un’epoca, niente sarebbe più stato come prima. Si pensi a una nazione divisa in tre macro gruppi sociali: il clero, la nobiltà e il popolo (il terzo stato). Il popolo, che viveva in condizioni di assoluta miseria, oppresso dagli altri due ceti, dilaniato da tasse e povertà, rappresentava ben il 98% della popolazione francese. La Rivoluzione nasce da questa presa di coscienza e i suoi grandi ideali di conquista dei diritti erano forti, tanto da portare i giacobini,i rivoltosi, il popolo, al governo.

Dipinto raffigurante la presa della Bastiglia

Quando la Rivoluzione esce dai confini francesi e approda in sud Italia, dove c’era il re borbone, nasce la Repubblica Partenopea. Bisogna tenere ben presente, però, che una Rivoluzione imposta dall’alto, una libertà portata come un dono da Babbo Natale non è una vera libertà, anzi, può inchiodare catene ancora più rigide delle precedenti. La libertà non è un regalo, ma una conquista. A Napoli gli ideali della Rivoluzione non avevano fatto breccia nel cuore dei contadini napoletani, la Repubblica aveva emanato una serie di riforme che andavano a colpire ancora di più il ceto basso con pesanti tasse e le truppe napoleoniche che si aggiravano per la città non erano viste come una guida ma come nemiche. È così che nasce Il canto dei SanfedistiIl Sanfedismo era un movimento antirivoluzionario nato proprio in questo periodo per contrastare l’occupazione francese. Una canzone scritta dal popolo, come inno di protesta, per dire basta a un governo che pretendeva di amministrare Napoli come se fosse Parigi, non conoscendo niente di questa splendida città, per dire basta a delle facce che predicavano la libertà ma di fatto opprimevano il popolo. Proprio quel popolo da dove era cominciato tutto. Il canto dei Sanfedisti nel corso del tempo è rimasto come uno spettro per le strade di Napoli, fu la Nuova Compagnia di Canto Popolare, storico gruppo musicale nato nel 1967, a resuscitarlo. La NCCP ebbe da subito un grande successo anche oltreoceano per la volontà di presentare di nuovo quei suoni e quei ritmi originali, così com’erano, perché erano stati dimenticati.

La prima strofa del canto:

A lu suono de grancascia
Viva lu populo bascio.
A lu suono de tamburrielli
So’ risurte li puverielli.
A lu suono de campane
Viva viva li pupulane.
A lu suono de viuline
Morte alli giacubbine.

traduzione

Al suono della grancassa
viva il popolo basso.
Al suono dei tamburelli
sono insorti i poverelli
Al suono delle campane
viva viva i popolani
Al suono dei violini
morte ai giacobini.

I riferimenti all’oppressione francese nel testo sono più che espliciti:

[…]Liberté… egalité…
Tu arrubbe a me
I’arrobbo a ttè.

traduzione

Liberté… egalité…
tu rubi a me

io rubo a te.

 

[…]Li Francise so’ arrivate
‘Nce hanno bbuono carusate
E vualà e vualà
Cavece ‘nculo alla libertà.

traduzione

I francesi sono arrivati
ci hanno ripulito per bene
et voilà et voilà

a calci in culo la libertà.

 

Vi sarete sicuramente accorti dalla traduzione che il testo perde d’enfasi in italiano. Quale lingua migliore del dialetto napoletano poteva esprimere tutta la rabbia e l’ingiustizia subita da popolo?

Lascio il link per sentire “Il canto dei sanfedisti” della Nuova Compagnia di Canto Popolare:

Nel corso degli anni questa canzone è stata rivisitata, modernizzata e ripresentata in modi diversi. Ecco un esempio ben riuscito:

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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