Il Superuovo

Scopriamo 6 curiosità sul “De vulgari eloquentia” che non ti hanno insegnato a scuola

Scopriamo 6 curiosità sul “De vulgari eloquentia” che non ti hanno insegnato a scuola

Ecco 6 cose che non sapevi sul “De vulgari eloquentia”.


Dante è il padre della lingua italiana…” ha detto la vostra professoressa con l’aria di chi la sapeva lunga, e in effetti il concetto non è sbagliato (tranne che per noi cavillosi e precisini che diremmo più correttamente il nonno”, dato che il padre è Pietro Bembo), se non fosse per il continuo della frase che spesso è “…perchè ha scritto la Divina Commedia”, nulla di più errato o di più falso: una convinzione spicciola passata alla storia perchè il 90% dei lettori trascura sempre le opere minori.

La paternità della lingua italiana attribuita a Dante non risiede infatti nella Commedia, ma in un’altra opera: il De vulgari eloquentia.

Scopriamo quindi 6 curiosità su quest’opera.

 

1 La scelta della lingua

Il DVE è scritto in lingua latina, questa notizia, a primo acchito, potrebbe sembrarci contraddittoria: perchè scrivere in latino un’opera sull’eloquenza del volgare? 

La risposta peró non tarda ad arrivare ed è più semplice del previsto: Dante vuole che il trattato arrivi ai nobili e ai colti, per far sì che anche loro si convincano della superioritá del volgare rispetto al latino.

 

2 Dante linguista

Dante è il primo dopo Erodoto a fare una divisione dei popoli in base alla lingua che parlano, ed è il primo in assoluto a farla in base al modo in cui i popoli dicono sì; nasce quindi la divisione in tre lingue: lingua d’hoc, lingua d’oil e lingua di sì.

 

3 Il parlar materno

Dante porta a sostegno della sua tesi della superioritá del volgare un esempio semplice e chiaro: il latino volgare è il parlar materno che le nutrici insegnano ai bambini; a tal proposito ci racconta un aneddoto Salimbene di Parma: Federico II, nel tentativo di scoprire quale fosse la lingua primigenia dell’uomo, prese dei neonati e disse alle nutrici di non parlargli mai, o coccolarli, o raccontargli storielle, così da poter scoprire quale lingua avrebbero parlato spontaneamente, purtroppo per il “buon” (n.d.a. ma neanche troppo) Federico, i bambini morirono tutti in poco tempo.

4 La metafora della potio

La metafora della potio (pozione) è una delle die metafore presenti nel DVE, ma a lnor del vero dobbiamo da subito precisare che non è di paternitá prettamente dantesca, prima di Dante infatti era stato Lucrezio ad utilizzarla nel suo De rerum natura;

Lucrezio spiega come il compito del poeta sia quello di diffondere la verità, ma siccome quest’ultima non è sempre facile da far comprendere al popolo, allora il poeta, così come un medico, deve ricoprire il bordo del bicchiere di questa medicina amara con un po’ di miele, per addolcirne il sapore.

Dante utilizza la potio come mezzo linguistico per arrivare a Dio: la lingua è infatti una dolcissima pozione, e attraverso la sua dolcezza, l’uomo puó ricongiungersi col trascendente; l’investitura del poeta puó quindi considerarsi divina: il poeta puó donare luce alla vista degli uomini che brancolano nelle piazze (la lingua italiana) come dei ciechi, confondendo lo scritto col parlato e l’ordine delle parole, assolvendo alla missione di ridare ordine e dignità alla lingua, così come Dio che ha disposto tutto con “ordine e misura”.

 

5 La metafora venatoria

La vera protagonista dell’opera è quindi la lingua, descritta da Dante come una pantera dall’alito soave, che lui, cacciatore, cerca di catturare con “solerti studio”, (quindi con tutta la dedizione e l’arte possibili) vagando per tutta la Penisola italica, analizzando uno per uno i 14 volgari italiani. 

La scelta della pantera non è casuale, questa si differenzia dalla lonza (che Dante incontrerá in Inferno I) per via del pelo, infatti mentre il pelo della lonza è ricoperto di macule (macchie, che per Sant’Agostino rappresentano la varietas e quindi il peccato), il pelo della pantera è lucido e uniforme.

 

6 Le caratteristiche del volgare

Il volgare ricercato da Dante peró non è un semplice volgare, ma è “illustre, cardinale, aulicum et curiale”.

Illustre perchè deve dar lustro (luce) a chi lo usa e servire per illustrare (cioè far luce/chiarezza); curiale, cioè degno della curia e delle corti; aulicum, cioè degno delle aule (corti) signorili; e, in ultimo, cardinale, cioè, come le cerniere (i cardini) della porta, deve fungere da fulcro.

 

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