Il Superuovo

Esistono i processi politici? Socrate risponde al processo dei Chicago 7

Esistono i processi politici? Socrate risponde al processo dei Chicago 7

Sette giovani attivisti vengono accusati di cospirazione dal grand jury americano e condannati a un processo che ha un sapore antico

I Chicago 7 raccontati dal film Netflix

E chi ha detto che la storia non è destinata a ripetersi? Al ricambio dell’amministrazione politica, segue la persecuzione dei salvati, dai Chicago 7 a Socrate, la distanza politica è brevissima!

 

“Il nostro è chiaramente un processo politico!”

“Non esistono i processi politici!”. Così l’avvocato Kunstler apostrofa un brillante Abbie Hoffman nel nuovo film firmato Netflix: The Trial of the Chicago 7. Il film, disponibile in streaming in Italia dal 30 settembre 2020, ha ricevuto ben 6 nomination agli Oscar 2021.

Un cast d’eccezione impersona gli attivisti americani che nel marzo 1969 furono indiziati per associazione a delinquere e cospirazione, dando vita a uno dei processi più eclatanti del XX secolo. I Sette, infatti, avevano avuto un ruolo importante nell’allestimento della protesta che nell’agosto del 1968 aveva interrotto la Convention Nazionale Democratica di Chicago.

Sebbene l’accaduto sia tra i meno noti dai libri di scuola, la produzione si è chiaramente avvalsa di documentazione d’archivio, filmati, testimonianze. Nulla è lasciato alla fantasia, al punto che siamo spettatori di un ironico e pungente docu- film. Il processo è raccontato con lo sguardo disincantato del regista, Aaron Sorkin, e si sofferma sulla sua natura essenzialmente politica.

È Abbie Hoffman (interpretato da un intenso Sacha Baron Cohen) nel film a farlo presente, smentito ripetutamente dall’avvocato dei giovani attivisti. L’avvocato Kunstler non ha ripassato bene la storia, perché i processi politici esistono eccome. Anche in questo caso, il paradigma viene dall’antica Grecia, dal processo a Socrate.

The Trial of the Athenian Socrates

Il processo a Socrate fu un processo politico. Ma nell’antica Atene democratica, non destava alcuno scandalo. Il filosofo viene accusato di empietà sulla base di un decreto, approvato su proposta dell’indovino Diopite. Secondo Plutarco (Pericle, 32.1) il decreto recitava: “Sono passibili di denuncia e vanno processati coloro che non credono negli dèi e insegnano dottrine sulle entità celesti.”

Il decreto era pensato per colpire Anassagora, maestro di Pericle. Ma Pericle riuscì a far fuggire il filosofo prima del processo. Poiché non c’era un canone di ortodossia, il procedimento per empietà potè facilmente essere sfruttato come un vero e proprio processo “politico”.

Nel 399 a.C. la democrazia, restaurata dopo la sconfitta nella guerra del Peloponneso e il colpo di stato dei Trenta Tiranni, si sentiva tanto debole da avvertire il bisogno di dimostrare la propria integrità culturale. Gli accusatori di Socrate, Meleto e, dietro di lui, Anito, appartenevano, significativamente, alla parte democratica.

Quella socratica era una vera e propria “controcultura”, che combatteva ogni giorno contro lo strapotere dei sofisti e il semplicismo apprezzato dal popolo. Secondo Luciano Canfora, non a caso, il mandante morale della morte di Socrate fu proprio il comico Aristofane, il rappresentante più spavaldo della vox populi.

Morte di Socrate, quadro di Jacques Louis-David

La storia è destinata a ripetersi

Chi ha avuto il piacere di guardare The Trial of the Cicago7 non potrà fare a meno di notare significative tangenze. In primis, la più evidente consiste nell’occasione: entrambi i processi iniziarono dopo un cambiamento di gestione del potere.

Socrate viene ritenuto “empio” dopo il passaggio dal regime tirannico alla democrazia. Gli attivisti erano stati assolti dalla precedente amministrazione, e chiamati a processo dalla nuova. Come la democrazia ateniese, anche la nuova amministrazione americana, uscita vincitrice dalle elezioni del 1968 voleva ostentare un cambiamento radicale nella gestione della cosa pubblica, oltre a una più umana volontà di vendetta politica.

In secundis, in entrambi i casi, il processo assunse la forma di un processo farsa. I giudici che giudicarono Socrate conoscevano sin dall’inizio il verdetto, proprio come Julius Hoffman, il giudice che presenziò al processo dei Sette.

Nel film, il carattere di processo farsa è evidente dalla selezione di alcuni momenti ritenuti paradigmatici. Mi riferisco alla costrizione fisica ordinata dal giudice ai danni di Bobby Seal, inserito nel processo esclusivamente a causa del colore della sua pelle, e alle continue battute di Abbie Hoffman, che riuscirono a smorzare i toni di 4 mesi di un processo dal sapore antico.

Sacha Baron Cohen nei panni di Abbie Hoffman nel film

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