“Scappa-Get Out”: è possibile una via di fuga dal pregiudizio?

Un film che svela gradualmente il meccanismo subdolo con cui la società permea i nostri pensieri, al punto da farci dubitare della nostra stessa integrità.

Il razzismo è un atteggiamento tanto discusso quanto condannato ed è arduo riuscire a dire qualcosa che non sia già stato detto a riguardo. Eppure questo thriller del 2017 è stato molto ben accolto dalla critica statunitense proprio per la sua capacità di mettere in luce quegli aspetti del razzismo più latenti e difficili da estirpare, talmente sono radicati nella società e, inconsapevolmente, in ognuno di noi.

Un horror dal gusto tragicomico, lo specchio di una diffusa ipocrisia

Chris, giovane e talentuoso fotografo di colore, deve fare i conti con la pressione del primo incontro con i genitori della sua fidanzata Rose, una classica famiglia bianca borghese. La ragazza lo rassicura: non deve aver motivo di preoccuparsi perché i suoi genitori non sono assolutamente razzisti, anzi, l’avrebbero adorato. Quando arrivano dagli Armitage, la calorosa accoglienza che viene riservata al ragazzo sembra promettere per il meglio, ma più tempo passano dentro quella casa, più l’atmosfera si fa strana e spiacevole. Quello che si cela dietro l’ostentata e apparente cordialità è molto più che razzismo: un piano malvagio e surreale minaccia Chris, qualcosa di neanche lontanamente immaginabile. Eppure questa famiglia appare così disponibile nei confronti del giovane. Il signor Armitage è un chirurgo affermato e di orientamento democratico, “Avrei votato Obama anche per il terzo mandato” è una delle sue frasi preferite. La governante e il giardiniere sono afroamericani, ovviamente non perché pensano che i neri debbano servire i bianchi ma solo perché erano stati assunti dal padre tanti anni prima e ormai erano diventati “parte della famiglia”, sarebbe stato doloroso mandarli via. Il fratello di Rose, Jeremy, sta studiando per diventare chirurgo sulle orme del padre, è appassionato di lotta libera e considera un peccato che Chris non vi ci sia mai cimentato, con il suo patrimonio genetico sarebbe stata sicuramente una scommessa vinta. Anche al pranzo con i parenti gli invitati sembrano tutti adorabili e pieni di complimenti come “Il nero va molto di moda” e di riferimenti a Tiger Woods e alla nota prestanza sessuale dei neri. Impossibile sentirsi a disagio in un contesto del genere! E’ così che, in un climax di black humor (è proprio il caso di dirlo) e crescente suspense, il segreto degli Armitage viene allo scoperto e lancia un forte monito: vedere nelle persone il colore della pelle prima della loro unicità è molto più semplice di quanto non si creda.

Le radici profonde del pregiudizio, solide e inflessibili

Se la domanda che vi state facendo è “Allora anche io, come gli altri, ho degli stereotipi nei confronti dei neri?”, la risposta è: “Sì, ma questo non ci rende tutti razzisti”. Il mondo sarebbe sicuramente più armonioso senza questa infelice realtà, non ci sarebbero discriminazioni, muri, conflitti tra le persone solo per l’appartenenza a gruppi sociali diversi. L’unico problema sarebbe che probabilmente non ci capiremmo nulla. Per comprendere e reagire a tutto quello che succede intorno a noi è necessaria la presenza di precisi schemi mentali, euristiche, derivati dall’esperienza diretta o dall’educazione che abbiamo ricevuto e dall’esperienza di altri. Gli stereotipi fanno parte di questi schemi mentali e ci aiutano a semplificare la realtà attribuendo a tutti i membri di un gruppo sociale delle caratteristiche prototipiche, le quali possono essere positive oppure negative. Alle persone di colore, nel nostro caso, vengono stereotipicamente attribuiti, ad esempio, prestanza fisica e un ottimo senso del ritmo da una parte, violenza e ignoranza dall’altra. Purtroppo non possiamo liberarci di questa falsa generalizzazione, ma ci si può impegnare ad insegnare alle future generazioni a non avere pregiudizi. Infatti, stereotipo e pregiudizio non coincidono, nonostante il primo sia parte del secondo. Infatti, secondo la definizione di Gordon Allport del 1954, il pregiudizio è un atteggiamento negativo di rifiuto e ostilità verso una o più persone perché appartenenti ad un altro gruppo. Quindi, in quanto atteggiamento, il pregiudizio è costituito da una componente cognitiva, che è appunto lo stereotipo, una componente emotiva, che riguarda le emozioni suscitate da un particolare gruppo (paura, disgusto, antipatia…), e una componente comportamentale, che può rimanere implicita in certi contesti oppure sfociare nella discriminazione in altri. Se, inizialmente, il pregiudizio veniva considerato come il riscatto di tanti bambini che, per sfogare la rabbia nei confronti dei genitori autoritari che li hanno cresciuti, la riversavano nei gruppi minoritari, si è successivamente capito, data l’ampia diffusione del pregiudizio, incongruente statisticamente con la scarsa percentuale di genitori autoritari, che tale atteggiamento è in realtà l’esito di un processo cognitivo, la categorizzazione sociale per semplificare la realtà, e motivazionale, cioè la preferenza verso il gruppo di appartenenza che sfocia in una cattiva considerazione degli altri gruppi.

Il pregiudizio non gioca a carte scoperte

Per rilevare l’effettiva presenza di pregiudizio all’interno della popolazione, si è presto giunti alla conclusione che non basta chiedere alle persone di esprimere un’opinione nei confronti di certe categorie sociali attraverso dei questionari, perché tale metodo presuppone che i partecipanti abbiano intenzione di condividere le loro opinioni, cosa non sempre realistica: nessuno in pieno possesso delle sue facoltà mentali ammetterebbe pubblicamente di avere dei pregiudizi razziali. Ecco perché è necessario indagare in maniera più subdola gli atteggiamenti più sconvenienti che non vengono manifestati e che a volte presenti in modo inconscio nelle persone. Tra i metodi più efficaci vi sono quelli che rilevano i “bias verbali”, cioè gli errori nelle scelte lessicali che determinano il grado di pregiudizio nei partecipanti. Infatti, l’aumentare dell’astrazione nel descrivere una scena visiva che presenta una caratteristica stereotipica del gruppo consideratosi fa riferimento a fattori disposizionali che indicano un atteggiamento negativo nei confronti di quel gruppo. Ad esempio, viene presentata l’immagine di una persona di colore che tira un pugno ad un bianco e viene chiesto di scegliere la frase che meglio descrive la scena tra le alternative riportate, che aumentano gradualmente a livello di astrazione, da “il nero sta tirando un pugno al bianco” fino a “il nero odia il bianco”. Scegliendo l’ultima alternativa si dimostra di avere un pregiudizio nei confronti dei neri. Si tratta di un processo impossibile da controllare (a meno che non si conoscano questi antefatti), per cui estremamente veritiero.Uno studio recente si è ispirato a dei fatti di cronaca avvenuti nel 2014, in cui un uomo di colore è stato ingiustamente ucciso da dei poliziotti convinti che avesse estratto dalla tasca una pistola, quando si trattava semplicemente del suo portafoglio. Si è chiesto a dei partecipanti, tutti poliziotti, di simulare una situazione di presunto pericolo in cui avrebbero dovuto decidere se sparare oppure no di fronte ad un’immagine target presentata solamente per la durata di un secondo. Le immagini prevedevano di volta in volta un soggetto diverso per colore della pelle che tenesse in mano una pistola oppure uno smartphone. Nei margini di inaccuratezza verificatisi si è riscontrato un errore sistematico, “shooter bias” per cui venivano sparati molto più frequentemente i soggetti neri disarmati rispetto ai bianchi, così come si decideva erroneamente più spesso di non sparare a dei soggetti bianchi armati. E’ interessante come anche tra i partecipanti di colore all’esperimento si sia riscontrato il medesimo sbaglio, per cui sparavano più spesso ai soggetti neri anziché ai bianchi, nonostante non ci sia assolutamente ragione di presupporre in loro un pregiudizio nei confronti del proprio gruppo di appartenenza. Ciò dimostra che i pregiudizi sono talmente radicati e stratificati che anche chi rigetta lo stereotipo del “nero=violento” si comporta come se lo avesse interiorizzato, suo malgrado e inconsapevolmente.

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