Che le canzoni dialettali stiano spopolando è certo, e per fortuna aggiungerei! Scopriamo come questo proteggerà i dialetti.

Ascoltare musica in dialetto, e non parlo solamente di neomelodico napoletano, fa sì che, fin dai più giovani, questo tipo di musica goda sempre più di attenzione e considerazione e con esso anche il retroterra regionale che vi si cela.
Sei italiano, parla in italiano
“Parla in italiano!”
Non so se proprio tutti una volta nella vita hanno sentito questa frase, certo è che per alcuni cittadini italiani è un mantra ripetuto quasi allo sfinimento. Parlo di quegli abitanti di alcune regioni che sentono ancora netta la differenza tra la propria parlata e quello che viene considerato italiano. È probabilmente una delle particolarità più intense del nostro paese e della nostra lingua: la moltitudine di varietà regionali e dialetti fa dell’Italia un crocevia pulsante di identità. Perché è proprio così, il dialetto unisce, crea legami che vanno al di là dell’appartenenza a uno stesso gruppo di pari e non, è come quando sei in vacanza all’estero e incontri un altro italiano, ti senti a casa. Allo stesso modo, avviene col dialetto: ti senti a casa anche tra persone che non conosci.

L’ostracismo del dialetto
C’è stato, però, un momento nella storia della lingua italiana in cui chi parlava in dialetto era etichettato come ignorante, perché l’italiano esiste e va usato (mia nonna sarebbe d’accordo con questa affermazione ndr), niente di più sbagliato.
L’italiano esiste ma – qui si potrebbe dar via a una tesi di dottorato – è frutto di decisione prese a tavolino nel XIX secolo, anni in cui si stava raggiungendo l’unità politica dell’Italia ma di quella sociale e linguistica non c’era traccia. Per cercare di velocizzare i tempi e di formare persone che riuscissero a comunicare senza l’aiuto di un traduttore, si è pian piano optato per l’ostracismo di qualsiasi forma di dialetto, facendo in modo che, soprattutto a scuola, venisse sentito come la parlata di chi non aveva studiato, di chi non poteva fare grandi cose nella vita, di chi era rimasto indietro. Ancora una volta, niente di più sbagliato.
La verità, come sempre, è legata a qualcosa di più pratico (momento aneddoto ndr): durante la prima metà del Novecento era raro che gli insegnanti andassero ad insegnare nella stessa città o regione d’origine; succedeva quindi che insegnanti del nord andasse a insegnare al sud e viceversa, dovendo scontrarsi con parlate totalmente differenti dalle proprie: ecco spiegata la necessità di imporre l’italiano come unica lingua.
Fortunatamente, dalla seconda metà del Novecento ci si è resi conto che la soluzione giusta non è quella di eliminare ciò che costituisce il retroterra fertile dell’alunno, quanto piuttosto quella di insegnare dove e quando il dialetto non è fuori contesto e fa sentire a casa.
Le occasioni possono essere luoghi fisici o figurati, come il bar, i soliti amici, a casa o nei testi delle canzoni.
Fateme cantà in dialetto
Il panorama musicale è da sempre un perfetto catalizzatore di tendenze e contesti, riesce a leggere dentro e attraverso le crepe del sociale: lo spopolare di canzoni come Fateme cantà di Ultimo o di artisti come Geolier o Luchè, ossia di canzoni parzialmente o interamente in dialetto, fa sì che ci sia un avvicinamento sempre maggiore all’affascinante ma misterioso mondo dialettale.
Per quanto siano complesse da capire del tutto, spopolano, sono ascoltate da tutti, soprattutto dai più giovani, ai quali è richiesto uno sforzo di comprensione – se non parli lo stesso dialetto – e nei quali nasce, contemporaneamente, la curiosità per ciò che sta dietro a quella parola, a quel termine, a quel modo di dire.
Il retroterra di cui si parla nelle Dieci Tesi pensate e redatte nel 1975 dai soci del GISCEL – Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica – passa anche da qui: la comunità di parlanti ha generalmente rispetto per il mondo musicale, al di là del proprio gusto. Questo rispetto, se declinato col mondo dialettale troppo a lungo ritenuto non valido, potrebbe aiutare a capire che non è cercando di eliminare ciò che è il nostro bagaglio linguistico e culturale che l’italiano e l’italianità potranno essere salvaguardate.
All’VIII Tesi si legge infatti:
“La scoperta della diversità dei retroterra linguistici individuali tra gli allievi dello stesso gruppo è il punto di partenza di ripetute e sempre più approfondite esperienze ed esplorazioni della varietà spaziale e temporale, geografica, sociale, storica, che caratterizza il patrimonio linguistico dei componenti di una stessa società: imparare a capire e apprezzare tale varietà è il primo passo per imparare a viverci in mezzo senza esserne succubi e senza calpestarla”