Il Superuovo

Risuona l’eco hegeliano nel signore degli anelli, il fantasy più acclamato

Risuona l’eco hegeliano nel signore degli anelli, il fantasy più acclamato

Il signore degli Anelli, il grande capolavoro di John Ronald Reuel Tolkien, pubblicato il 29 luglio 1954. La trilogia fantasy si intreccia con le argomentazioni Hegeliane.

Sono passati 67 anni dalla prima divulgazione del romanzo, nonostante tutto questo tempo la famosissima saga è riuscita a mantenere il suo primato da celebrità del fantasy. Non è una fama mantenuta casualmente, tale importanza deriva sicuramente dalla vastità dei temi trattati. Il valore dei contenuti trasmessi dall’autore risuona tramite gli scritti hegeliani. Tolkien difatti riesce a trattare allegoricamente parte della Fenomenologia dello spirito.

UN CASO LETTERARIO: IL SIGNORE DEGLI ANELLI

La trilogia si divide in: La compagnia dell’anello, Le due torri e Il ritorno del re. In breve la trama si sviluppa intorno alla storia della Terra di Mezzo, un territorio popolato da Hobbit, maghi, elfi e tante altre creature magiche. Questa regione è costantemente minacciata da Sauron, altrimenti detto il Signore Oscuro, ed il suo esercito.

La trama ruota intorno al giovane Hobbit, Frodo Baggings, il quale assieme ad alcuni amici, intraprende un’impresa eroica. Partono dall’amato villaggio, Hobbiville, per avventurarsi fino alla Terra di Mezzo. Qui dovranno riuscire a sottrarre l’anello del potere all’Oscuro Signore, per poi distruggerlo tra le fiamme di Monte Fato.

L’opera di Tolkien è un testo allegorico. Prende ispirazione dalla mitologia norrenna, scandinava e finlandese. Tolkien non voleva scrivere un semplice romanzo. Il suo desiderio era quello di riuscire a costituire un corpus mitologico tutto suo. Fu il lavoro di  una vita che purtroppo non riuscì a concludere. Il figlio in seguito alla sua morte decise di pubblicare il Simarillon nel 1977. Si tratta di un’opera mitopoietica che racchiude in un corpus gli studi di mitologia antica del padre.

Il Signore degli Anelli venne immediatamente acclamato dalla critica, fu tradotto in 38 lingue e diventò una pietra miliare della letteratura fantasy. E’ il regista neozelandese Peter Jackson a prendersi la responsabilità di portare al cinema il capolavoro di Tolkien. Complessivamente ha ottenuto 17 premi Oscar.

A rendere così speciale quest’opera fantasy è in primis la cura per i dettagli. Tolkien, nel suo studio meticoloso, riuscì a ricreare anche una lingua apposita per il suo scritto, il quenya, una lingua elfica ispirata al finlandese.

L’ANELLO DEL POTERE E LA DIALETTICA SERVO – PADRONE

Ogni personaggio ha il compito di realizzare pienamente sé stesso all’interno della saga, a prescindere dalla natura maligna o benigna del suo essere. L’anello è ciò che dona potere a colui che lo detiene. Amplificando il potere del possessore, però, è come se ne modificasse la natura, non permettendo più all’Io di esprimersi per come realmente è. Questo è uno dei motivi per cui Frodo ha il compito di distruggerlo. La forza diventa corruzione tramite l’anello, comporta una degradazione esistenziale, è abbrutimento. Indossare l’anello comporta la perdita della propria anima. A livello simbolico non è più chi indossa l’anello a detenere il potere. Ne diventa automaticamente schiavo, è il potere a possedere lui. Si tratta di una droga illusoria che in realtà comporta solamente schiavitù.

Si tratta del solito, vecchio inganno del serpente: “Eritis sicut dii”, l’illusione di diventare altro da ciò che si è.

Questa tematica non è stata affrontata per la prima volta da Tolkien, bensì molto tempo prima. Friedrich Hegel, il filosofo ottocentesco, all’interno della Fenomenologia dello spirito, analizza il tema della dialettica servo-padrone. Ha di seguito influenzato numerosi filosofi di stampo socialista come Marx, Engels. La dialettica vuole descrivere la lotta continua tra due esseri: il signore che tenta di schiavizzare il servo. Inizialmente lo pone in una condizione di sottomissione, ma di seguito i ruoli si invertono. Infatti il servo tramite il suo lavoro rende il signore dipendente. Il padrone non produce, ha bisogno del lavoro del servo, per questo motivo la situazione si ribalta e viene a galla la temporanea ed illusoria detenzione di potere da parte del padrone. Proprio come quando Sauron indossa l’anello e si illude di essere diventato l’essere più potente.

IL CONFLITTO ETERNO: LA DIVISIONE TRA BENE E MALE

Un altro tema, forse il più evidente della storia, è lo scontro tra bene e male. Sono in continua contrapposizione. Il dualismo non si manifesta soltanto tra i protagonisti del romanzo. La lotta tra i buoni e i malvagi è presente anche al di fuori del mondo umano, permea in tutta l’atmosfera nordica. Si passa attraverso boschi dapprima fatati e di seguito maledetti. Ad esempio la foresta della Grande Paura, un bosco al principio incantato, ma corrotto in seguito all’avvento del Signore Oscuro.

Tolkien questa volta rifiuta totalmente la dialettica hegeliana. Secondo la tesi di Hegel della realtà, il male, ovvero l’antitesi, viene sempre superata ad un certo punto grazie alla positività della sintesi finale, che riesce in ogni circostanza a riaffermare il bene. La sintesi è data dal compromesso, un punto in comune che riesce momentaneamente a stabilizzare la contrapposizione tra bene e male.

Tolkien al contrario divide nettamente il bene dal male, sono due ambiti in toto indipendenti. La sua argomentazione è molto semplice: esiste il bene, tutto ciò che è assente di bene rappresenta il male. Non è concepibile scendere a compromessi ed effettuare una sintesi tra i due. L’unica cosa che rimane da fare è lottare, sempre, per ristabilire l’armonia e affermare con ancora più forza il Bene.

Il successo del romanzo e della filosofia Hegeliana sono dovuti alla profonda correlazione con la natura umana. Tanto crudele quanto a tratti affascinante e compassionevole, una contraddizione continua senza via d’uscita, come in un circolo vizioso.

 

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