Turbe giovanili, temi sociali e canti di lotta: tutto questo è il primo album dei Rage Against The Machine, debuttante negli Stati Uniti del 1992.
Una copertina che sconvolge l’America dei perbenisti, un sound pronto a sconvolgere i tradizionalisti e dei testi esplicitamente crudi: questi gli ingredienti del successo di Rage Against The Machine. Il primo disco della band omonima, infatti, esce nel 1992: è un fulmine a ciel sereno. Da allora, il rap metal sarà per sempre condizionato da queste dieci tracce potentissime, ma, soprattutto, le coscienze di ogni cittadino del mondo (soprattutto se statunitense) saranno irrimediabilmente risvegliate, rinnovate, se non dilaniate. In occasione del trentennale da questo disco, facciamo un salto nel passato e vediamone le radici politico-sociali.
Rage Against The Machine
Il 3 novembre 1992, l’America intera si sveglia all’urlo di “Killing in the Name“: da allora, niente sarà più lo stesso. E’ l’ora della consapevolezza, della resa dei conti e, soprattutto, della responsabilità. I fautori di questa richiesta di esame di coscienza collettivo sono una giovanissima band di Los Angeles, i Rage Against The Machine. Nel loro primo album, i quattro conferiscono un’impronta essenziale alla loro produzione (e non) futura, fondando, quasi dal nulla, il rap metal. Il cantato aggressivamente rap di Zack de la Rocha e l’estrosa chitarra hard rock di Tom Morello si miscelano alla perfezione con la solida base funk-metal costruita dal potente basso di Tim Commerford e dalla batteria quasi latin di Brad Wilk. Il risultato è l’esplosione di suoni ed emozioni che conosciamo in molti, così ben calibrata da far conquistare al primo lavoro discografico del gruppo il titolo di uno dei 20 migliori album del 1992.
L’album della presa di coscienza statunitense
Tornando all’album Rage Against The Machine, non si può fare a meno di notare quanto questo sia stato uno spartiacque, non solo nella storia della musica metal, quanto nelle coscienze di ognuno di noi. Le dieci tracce di cui si compone trattano tutte di temi politico-sociali alla ribalta nel 1992, ma che, a distanza di 30 anni, non possiamo ancora definire inattuali. Dalla lotta contro il militarismo, alla richiesta di giustizia per l’attivista politico nativo americano Leonard Peltier, passando per la protesta contro la brutalità poliziale e per una critica gridata all’american way of life. Un disco che ha fatto andare in effervescenze la stampa, divisa fra coloro che riconoscevano il potenziale del lavoro e chi, invece, ne criticava le prese di posizione e lo stile musicale “contaminato”, ma anche l’opinione pubblica. Perché, diciamocelo apertamente: a quasi nessuno fa piacere essere ferito nel vivo della propria cultura e dei propri valori. E questo hanno fatto i Rage Against The Machine con il loro primo, irriverente album: non attenzionare, ma colpire per affondare l’ipocrisia del sogno a stelle e strisce. Anche bruciandolo, se necessario.
Le lotte del 1992, 30 anni dopo
As we move into ’92,
Still in a room without a view
Questo cantava la formazione di Los Angeles in Know Your Enemy, celeberrimo brano della sua prima fatica discografica, divenuto presto un cult nel mondo del rock. Definita come una delle band più politiche di sempre da innumerevoli critici musicali, fin dalla primissima traccia, Bombtrack, questa vena di protesta rivoluzionaria è ben ravvisabile. E contro a chi puntare il dito per tutte queste rabbiose manifestazioni contrarie al sistema, se non contro al sistema stesso? Il 1992 è l’anno successivo a uno dei casi di brutalità poliziale più sconvolgenti d’America, quello che vede come protagonista il tassista di colore Rodney King. Ma è anche il periodo della globalizzazione spietata, del consumismo fine a se stesso e del ritorno al conservatorismo politico e giuridico. E per i quattro membri dei Rage Against The Machine, è proprio il momento giusto per levare alta la voce del dissenso. Anche perché, come diranno qualche anno più tardi:
It has to start somewhere
It has to start sometime
What better place than here?
What better time than now?
All hell can’t stop us now