Il Superuovo

The Battle of Los Angeles: le proteste del 1992 raccontate dai Rage Against The Machine

The Battle of Los Angeles: le proteste del 1992 raccontate dai Rage Against The Machine

Alzi la mano chi, negli ultimi mesi, non ha sentito parlare del movimento ‘Black Lives Matter’. Scommetto nessuno: è una tematica attualissima, ma, soprattutto, sempreverde. Scopriamo perché con i Rage Against The Machine.

Breonna Taylor, George Floyd, Ahmaud Arbery: sono solamente tre recentissimi casi dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine americane nei confronti di persone di colore. In tutti questi casi, il braccio armato dello Stato ha ucciso cittadini statunitensi per futili (o nulli) motivi. E’ una costante della storia a stelle strisce, è un fatto istituzionalizzato, come spiegano i Rage Against The Machine nel loro terzo album, ma perché ora se ne parla così tanto? Se è sempre esistito, qual è lo scopo di ribellarsi ora? Cerchiamo di scoprirlo attraverso la musica.

The Battle of Los Angeles: RATM docet

E’ il novembre del 1999 quando i Rage Against The Machine, affermata band nu-metal americana, pubblicano il loro terzo lavoro in studio, ossia The Battle of Los Angeles. Da sempre appassionati alle questioni sociali del loro Paese, Zack de la Rocha, Tom Morello, Brad Wilk e Tim Commerford decidono di dire la loro sul clima stagnante di fine anni ’90. In un’epoca di speranze deluse e sogni infranti, questi musicisti denunciano, ancora una volta, la critica situazione a stelle e strisce. Fra disgregazione della collettività, disordini sociali e razzismo istituzionalizzato, il gruppo ha molto da raccontare, ma, soprattutto, ha molte persone contro cui puntare il dito. Difatti, il titolo dell’album è fortemente evocativo per il popolo americano: oltre a fare riferimento al presunto attacco giapponese su L.A. del 1942, è un chiaro richiamo ai sei giorni di proteste avvenute in città nel 1992. Il messaggio è cristallino: in un Paese guerrafondaio come gli Stati Uniti, comandato da uomini corrotti e avidi di potere, non si può andare avanti. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in una fedele imitazione dell’Oceania orwelliana di 1984, tra abusi di potere da parte dello Stato, discriminazioni e tensioni sociali.

La figura di Rodney King nelle rivolte di Los Angeles 1992

29 aprile-4 maggio 1992: ecco gli estremi temporali delle proteste di L.A. La città californiana viene messa a ferro e fuoco da migliaia di riottosi, che chiedono giustizia per l’arresto ed il successivo pestaggio di Rodney King. Quest’ultimo, un tassista afroamericano, viene sorpreso da alcuni agenti del Los Angeles Police Department sul lavoro, mentre guida sopra i limiti di velocità. Egli, però, decide di non fermarsi al posto di blocco, in quanto teme di perdere la sua licenza: da qui inizia un inseguimento da telefilm, terminato dopo 13 chilometri. Dopo ciò, King scende dalla vettura sorridente, con i passeggeri illesi, e si consegna volontariamente ai militari. La reazione è durissima: l’uomo è vittima di un pesante pestaggio, ripreso da un videoamatore, George Holliday, che viene poi trasmesso da tutte le maggiori emittenti nazionali e mondiali. Dapprima, viene usato su di lui un taser per due volte, poi, resistendo all’arresto e sembrando armato e alterato, viene circondato da cinque agenti e picchiato con manganelli. Il capo della polizia di Los Angeles, Daryl Gates, si dice incredulo della violenza criminale dimostrata dai suoi uomini, tale da colpire 56 volte un uomo indifeso, senza ragione. Ma è solo l’inizio: il processo contro i cinque poliziotti termina con un proscioglimento dalle accuse da parte della giuria.

Sleep Now in the Fire: le rivolte di L.A.

Dopo il verdetto del tribunale, si radunano centinaia di attivisti, soprattutto afroamericani. Infatti, già da anni essi denunciano le violenze da parte del dipartimento locale di polizia, ma le loro voci rimangono inascoltate. Solo con la sottomissione dei fatti all’opinione pubblica, si riscopre la scoperta dell’enorme problema sociale rappresentato dal razzismo. E’ questa la prima volta in cui si riconosce il forte strutturalismo della discriminazione, tema ancora oggi molto ostico. Alle 20.00 del 29 aprile, due ragazzi di colore pestano, filmando il tutto, un camionista bianco: la situazione è fuori controllo. La risposta dei pubblici ufficiali è lenta e inefficace: la notte è funestata da saccheggi e violenze. Il giorno seguente, il sindaco Bradley, afroamericano, impone un coprifuoco per alcune zone della città, presto ampliato. Per difendersi dalle razzie, i proprietari dei negozi si appostano sui tetto dei negozi del centro e sparano con le loro armi personali. La sera del primo maggio, il presidente George H. W. Bush condanna le proteste in un messaggio televisivo alla Nazione, dicendosi pronto a schierare l’esercito. Con l’arrivo delle truppe nei giorni seguenti, la rivolta inizia a placarsi: il tutto termina con una grande marcia di pace. Nonostante ciò, i morti sono 63, i feriti 2000, gli edifici distrutti 1100 e gli incendi appiccati 3600. Le violenze, inizialmente, si concentrano sui bianchi, ma, in seguito, arrivano ai coreani. Difatti, gli afroamericani di L.A. credono siano loro la principale causa della povertà della loro etnia. Una lunga scia di sangue, insomma, che non ha lasciato particolari benefici sulla società americana. Dovremo aspettare il 2020 per proteste così agguerrite: ecco che il movimento Black Lives Matter torna in auge.

 

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