Il Superuovo

“Ragazze interrotte”: il buio profondo dei manicomi finalmente svelato grazie a Goffman e Fanon

“Ragazze interrotte”: il buio profondo dei manicomi finalmente svelato grazie a Goffman e Fanon

Una realtà oscura, dimenticata, anime disperate che con voce strozzata chiedono aiuto senza successo. I manicomi sono quanto di più terribile la realtà umana sia riuscita a creare. 

Migliaia di volti hanno perso i loro tratti, andati dimenticati, smarriti. Basterebbe poco per farli rivivere, un pensiero non distratto, intenso rivolto a ciascun lineamento andato perduto.

RAGAZZE INTERROTTE

Un titolo perfetto, vivo come l’immagine che disegna.

“Ragazze interrotte” è un film del 1999, racconta di una ragazza che soffre di disturbi di borderline, tenta il suicidio e, come spesso accade per chi soffre di questi disturbi ,le radici di queste problematiche devono ricondursi al nucleo familiare; Susanna Kaysen ha infatti un terribile rapporto con i genitori, i quali si rivelano tutt’altro che comprensivi lasciandola cullare sempre di più nella sua solitudine, diventata la sua unica amica.

M A N I C O M I O

Il manicomio è il prodotto di un positivismo autoritario dove all’interno di mura e fili spinati si presenta una realtà terrificante che spesso va oltre persino l’immaginazione più tetra.

Figure come Erving Goffman hanno mostrato che l’allontanamento di questi individui fragili dalla società o meglio dalla realtà, si rivelava una condanna senza vie d’uscita. L’interesse primario delle strutture psichiatriche era infatti quello di guardare esclusivamente alla condizione del personale sanitario ignorando completamente quali potessero essere le ripercussioni di determinate scelte, se così possono definirsi, sui pazienti. Gli esempi sarebbero miliardi, uno più terrificante dell’altro per cui ci limiteremo ad evidenziarne due: l’asportazione dell’utero, affinché non potessero nascere altri “soggetti difettosi”, come erano soliti chiamare i pazienti; l’estrazione di tutti i denti a qualsiasi paziente avesse la tendenza a mordere.

FOCAULT E FANON METAFORICAMENTE UNITI PER UNA NUOVA LUCE

Michel Focault raccoglie questa realtà paradossale e nel 1961 con la sua opera “Storia della follia” la mostra con una luce nuova e veritiera. Secondo Focault il malato mentale, così come il criminale, altro non è che un prodotto sociale; analizza il rapporto tra paziente e psichiatra e mostra come questo sia totalmente asimmetrico, peggiorando gli squilibri invece che migliorarli, l’obiettivo del dottore non si rivela essere, infatti, quello di ascoltare il paziente creando quella relazione che Freud aveva chiamato “transfert” (paziente-medico) e “contro-transfert” (medico-paziente) bensì dichiarare la sua infermità mentale a tutti i costi, assicurandosi un non ritorno del paziente alla vita fuori dalla struttura, facendo così la volontà di chi si trova al di là del filo spinato.

Un gesto esemplare è quello di una figura iconica: Fanon, psichiatra e anticolonialista che da sempre si è battuto per quelli che sono i diritti degli uomini e che decise di lasciare il suo posto da primario dell’ospedale psichiatrico algerino per la disumanizzazione di cui si erano impregnate tutte le pareti. Fanon scrisse al ministro francese codeste parole: “Se la psichiatria è la tecnica medica che si propone di permettere all’uomo di non essere più estraneo al proprio ambiente, devo affermare che l’Arabo, alienato permanentemente nel suo proprio paese, vive in uno stato di depersonalizzazione assoluta […]. Una società che costringe i suoi membri a soluzioni disperate non è una società vivibile, è una società da sostituire.”

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