Qualche tempo fa, mi sono imbattuto in una serie televisiva svedese, targata Netflix, dal titolo Störst av alltQuicksand. Inizialmente, mi sembrava in un certo senso ricalcare le orme del già veduto e abbondantemente considerato 13 Reasons Why, in cui una scuola viene rappresentata alla stregua di un’organizzazione criminale organizzata e strutturata. Mi sono ricreduto. Ciò che Quicksand intende inscenare condivide con Tredici unicamente il background scolastico. La trama, al contrario, si fonda su una tematica che in quest’ultimo viene solamente accennata e neppure in modo particolarmente specifico: l’impatto mediatico sull’opinione pubblica, il potere dei mass-media di influenzare le persone e i loro giudizi.

Quicksand Störst av allt

La giovane attrice Hanna Ardéhn nei panni di Maja Norberg

Quicksand è una serie televisiva svedese messa in scena da Pontus Edgren e Martina Hakansson e basata sull’omonimo libro di Malin Persson Giolito. La prima – e a quanto pare unica – stagione è stata pubblicata recentemente su Netflix, nello specifico il 5 aprile 2019. Il tutto inizia in medias res, attraverso uno tra i suoni che si ritroveranno maggiormente durante il proseguimento della visione: colpi di arma da fuoco, cinque per la precisione. Dopo una sparatoria in una scuola di Stoccolma, Maja Norberg, una studentessa trovata sul luogo ricoperta di sangue e visibilmente scioccata, viene arrestata con l’accusa di omicidio e tentato omicidio. La serie, nel suo complesso, si basa su tre principali situazioni: anzitutto, il ricordo di Maja, la quale, probabilmente a causa dello shock, ha scordato i dettagli di quanto accaduto. Dopodiché, il processo e la sua preparazione. Infine, il rapporto tra la protagonista e un ragazzo di nome Sebastian.

Invito chi volesse evitare qualunque tipologia di spoiler ad interrompere qui la lettura…

Il ricordo, il processo, Sebastian

Una volta portata in carcere, Maja viene interrogata ripetutamente dall’ispettore Nilsson, ma i suoi ricordi recenti si dimostrano ben poco vividi e lucidi. Ella non ha ben chiara la situazione, rivedendola unicamente a fasi e tratti confusi, tanto che la ricostruzione dell’accaduto risulta impossibile. Così, gli interrogatori vengono anzitutto focalizzati sul rapporto della studentessa con un ragazzo di nome Sebastian, una delle vittime della sparatoria. Questi è descritto come tremendamente impulsivo e imprevedibile, per non dire folle. Di famiglia benestante, seppur disastrata, Sebastian organizza spesso feste a base di alcol e droga, dimostrandosi inoltre caratterizzato da un evidente squilibrio mentale.

Maja, innamorandosene e frequentandolo, viene travolta da un vortice e trascinata verso il basso, quasi come fosse caduta nelle sabbie mobili – Quicksand. Al momento della ricostruzione definitiva, i ricordi affiorano nella sua mente in modo incontrollato e incontrollabile. La strada diretta al processo e al giudice, che può deliberare di farle scontare una pena di ben 14 anni, si dimostra tanto difficoltosa quanto chiarificante. L’opinione pubblica – e degli spettatori –, in un certo senso proiettata verso la colpevolezza della ragazza, viene illuminata dalla stessa conclusione della serie, che inscena finalmente la sparatoria per come realmente avvenuta.

Il potere massmediatico

Durante la serie, cosa che si comprende unicamente al termine del processo, l’opinione pubblica viene creata, modificata e indirizzata dai mass-media. Ciò che si credeva in primo luogo, infatti, si fondava sulle sole informazioni che questi potevano o volevano fornire. L’influenza esercitata dai mass-media trova origine e sviluppo dalla collettività, che pensa e agisce sulla base delle rappresentazioni sociali del gruppo di appartenenza. In tal senso, come scritto da Sartori nel 2012, essi creano “un immaginario collettivo fatto di immagini, simboli e informazioni” atto a diffondere la cultura dominante.

Pertanto, i giudizi, le opinioni e gli atteggiamenti di un individuo mutano a causa di tale influenza e i mezzi di comunicazione di massa si dimostrano in grado di modellare una determinata realtà sociale. Ciò che avviene, però, non consiste in un totale assoggettamento dei valori vecchi a quelli nuovi. Anzi, le persone tendono ad adeguarsi a questo potere, trasferendo le informazioni mediatiche nella percezione che possiedono riguardo al mondo (Latrofa & Vaes, 2013). In breve, gli individui spesso non sono soltanto influenzati, ma scelgono di credere a tutto ciò che ascoltano e a cui sono esposti.

Plasmare pregiudizi

Se i mezzi di comunicazione di massa riescono ad influenzare l’opinione pubblica, allora ciò significa che la loro forza comprende altresì la possibilità di alterare la realtà, distorcerla, creare un sistema di credenze che non rappresenta obiettivamente un fatto. Dunque, i mass-media non soltanto influenzano l’opinione delle masse, ma la plasmano. Alcuni studi hanno infatti dimostrato come questi siano i maggiori responsabili della genesi di atteggiamenti discriminatori, stereotipi e pregiudizi. Basti pensare al preconcetto legato ai migranti, agli omosessuali o ai mussulmani, i quali vengono quasi sempre rappresentati nella cornice di un contesto negativo. La figura di un normalissimo cittadino arabo tende ad essere associata a quella di un terrorista, incrementando il grado di pregiudizio nei suoi riguardi. Allo stesso modo, l’immigrato è spesso accostato al criminale, come se non vi fossero altri criminali ad eccezione degli immigrati.

Così, nella serie Quicksand – punto tra l’altro sottolineato dall’avvocato di Maja Norberg – il pubblico dentro e fuori dallo schermo si focalizza sulla colpevolezza della protagonista seguendo l’onda dell’opinione plasmata dai media. Come si scopre al termine, Maja è innocente e ha sparato a Sebastian unicamente per difendersi dalla sua aggressione. Ella ha sì ucciso una ragazza, ma non volontariamente, bensì sbagliando mira a causa dell’ovvia tensione. E questo lascia a dir poco sgomenti, siccome, fino a pochi minuti prima, si era pronti a sbattere in galera una pazza omicida, che in verità altro non era se non una vittima innocente.

– Simone Massenz

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