Quattro modi per stare bene: gli antichi ci indicano la via per la felicità

La ricerca della felicità accomuna tutti noi: dall’alba dei tempi l’uomo ha intrapreso questa attività, in diversi modi, seguendo diverse strade, provando diverse esperienze. Le parole dei filosofi ci insegnano che non c’è un modo unico per raggiungerla.

“Chi dice di non cercare la felicità è un bugiardo” scriveva Aristotele. Per lo Stagirita la ricerca è quasi un’istinto naturale. In fondo, tutti vogliamo essere felici, per quanto ognuno intenda la felicità in diversi modi e forme. Gli antichi avevano particolarmente a cuore questo tema: lo vedevano come il principale obiettivo della vita e, soprattutto, come il fine della filosofia. In tantissimi hanno provato a dare soluzioni: vediamo qualche esempio tra i più singolari.

1. Eraclito

Ricordato tra i più noti e suggestivi filosofi antichi, Eraclito di Efeso è celebre per la sua scrittura semipoetica, dal tono quasi oracolare, che lascia a noi spazio per trovare, riflessa nel suo pensiero, una nostra personale opinione. La sua dottrina riguardante la felicità parte da una singolare distinzione: quella tra “svegli” e “dormienti”. Quest’ultimi sono gli infelici, che vivono nel mondo senza farsi domande su di ciò che li circonda, senza pensare se non in modo superficiale, ma non trovandosi mai del tutto soddisfatti in quanto schiavi dell’apparenza. Sono quelli che, a detta di Eraclito, “pensano a saziarsi come bestie”, compiono solo gesti automatici per la sopravvivenza.  I “desti” sono coloro che invece possono raggiungere la felicità. Essi riescono a comprendere l’essenza delle cose compiendo una sorta di analisi filosofica innanzitutto di se stessi, del proprio pensiero e dei propri stati d’animo, e cercando anche di penetrare la superficie di ciò che li circonda. Sono quelli che provano un forte sentimento dell’eternità: non si accontentano di nascere, crescere, morire come animali. Si pongono obiettivi alti; raggiungerli coincide con la realizzazione piena, con la felicità.

2. Epicuro

Fondatore della corrente che porta il suo nome, la Scuola Epicurea, il filosofo di epoca ellenista è uno dei maggiori esponenti dell’edonismo, quel pensiero per cui la felicità coincide con il piacere. L’edonismo epicureo, però, non è inteso come ricerca dell’estremo piacere sensoriale e carnale (come invece volevano i cirenaici), ma come ricerca di un equilibrio, di stabilità, senza stati d’animo troppo intensi, né quindi troppa gioia né troppo dolore. Viene definito piacere catastematico, l’unico che può avere una lunga durata, raggiungibile con la moderazione, imparando ad “accontentarsi” di ciò che la vita ci offre. I piaceri cinetici, quelli ovvero legati alla carne e alle emozioni, non sono da escludersi, ma portano con sè un grande rischio: quello di lasciarci ancor più vuoti e insoddisfatti di prima.

3. Plotino

Il pensiero del neoplatonico Plotino è oscuro, spesso ha un tono quasi profetico: le sue scritture sono in un certo senso confuse, lasciano spazio alla libera interpretazione, sono pervase da una forte vena mistica. La felicità di Plotino, coerentemente con la sua filosofia, non è qualcosa di concreto, raggiungibile con gli sforzi terreni. La felicità coincide con l’Uno, entità ineffabile, origine e fine di ogni cosa. L’uomo è separato dall’Uno a causa del suo egoismo, che non gli permette di “aprire la mente”, comprendere ciò che lo circonda e vedere oltre al suo mondo personale. Solo con la meditazione, con il distacco dai beni materiali e dall’idea di possesso può avvenire la ricongiunzione con la propria origine e, di conseguenza, il sentimento di completezza e felicità.

4. Seneca

A dedicare un’intera opera alla ricerca di una vita felice, invece, è stato il filosofo latino Seneca. Nel “De vita beata” Seneca afferma innanzitutto: Nessuno è infelice se non per colpa sua. Allo stesso modo, la nostra felicità dipende totalmente da noi, dalle nostre azioni e dal nostro impegno. Seneca sa che la felicità non è un obiettivo facile da raggiungere, anzi, la strada da percorrere per conquistarla è ardua, le tappe sono molte. Intanto bisogna fare un percorso in “verticale”, un’ascensione della nostra anima, eliminando il confronto che continuamente facciamo con gli altri e l’invidia per le loro vite. Mai sarai felice finché accetterai di tormentarti per il fatto che qualcuno è più felice di te. Poi bisogna drasticamente ridurre i piaceri: Seneca però, non vuole di certo suggerire uno stile di vita ascetico. Ciò che è da eliminare, più che il piacere in sè, è il desiderio spasmodico di raggiungere questo piacere. L’ossessione, infatti, ci porta a un soddisfacimento brevissimo, e al conseguente desiderio di un piacere maggiore. Paradossalmente, secondo Seneca, per raggiungere la felicità bisogna smettere di cercarla.

 

 

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