Perché la Bielorussia è in rivolta? Ragioni di un popolo che segue le orme di “Noi”

I manifestanti scendono in piazza contro il rinnovato mandato di Aleksandr Lukashenko e le autorità reagiscono con la forza. Quanto ancora può insegnarci il precursore dei romanzi distopici sui meccanismi dittatoriali?

Ormai da giorni migliaia di persone in Bielorussia stanno manifestando contro il regime politico di Aleksandr Lukashenko, da poco investito del suo sesto mandato di governo consecutivo! Accusata di brogli elettorali e di abuso di potere, la classe dirigente ha reagito prontamente e con veemenza, impiegando su larga scala le forze dell’ordine e maltrattando chiunque fosse sorpreso e catturato in atteggiamenti di protesta. Evgenij Zamjatin, scrittore russo dei primi del Novecento, inaugurò il fortunato genere del romanzo distopico con un’opera, “Noi“, che parlava degli sviluppi di una dittatura centralizzata e di forte repressione nei confronti dei dissidenti. Molte cose che disse allora questo autore visionario adesso tornano più attuali che mai.

Aleksandr Lukashenko, al potere in Bielorussia ininterrottamente dal 1994

Una vittoria sospetta, un regime mal voluto

Lo scorso 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali in Bielorussia, dove a trionfare è stato di nuovo Aleksandr Lukashenko, leader indiscusso dello stato in quanto ormai governa senza interruzione da ventisei anni, dal luglio 1994. con circa l’80% dei voti si è affermato alla guida del paese per la sesta volta di seguito, un successone. Se non che ai bielorussi qualche sospetto è venuto, a maggior ragione perché pare che nei sondaggi il partito del presidente uscente avesse circa il 21% dei consensi contro il 67% della principale rivale nella corsa, Svetlana Tikhanovskaja (che, per la cronaca, è fuggita in Lituania). La cosa puzza e non poco. I bielorussi sono dunque scesi in piazza alzando la voce e accusando il nuovo ma vecchio presidente di brogli elettorali. Da lì poi le proteste si sono allargate ad altri problemi interni come la gestione del Covid: nonostante i circa 69.000 casi confermati (quasi 600 decessi) su una popolazione di nove milioni e mezzo di abitanti, Lukashenko è il portavoce di alcune perle di saggezza come “Per rimediare al Covid consiglio ai miei concittadini di lavorare più di prima, fare delle belle saune e bere tanta vodka“. E il paese già si era mobilitato da solo durante la pandemia per chiudere i locali in autonomia e attuare un lockdown automatico senza che dal governo negazionista pervenissero direttive. Il numero di contagi è stato contenuto grazie ai cittadini in sostanza, non grazie alle autorità. Adesso la rabbia è aumentata e il paese non sembra essere più sostenitore della sua longeva guida. Le proteste, sempre pacifiche, si sono limitate a catene umane in piazza, manifestazioni e marce per le strade delle città o scioperi, come quelli degli operai della BelAZ, azienda automobilistica di stato. Tra l’altro non si tratta di proteste coordinate e organizzate su larga scala, perché sono piuttosto sparpagliate e originate da gruppi Telegram, di modo che i messaggi non potessero essere tracciati e censurati dai blocchi ad internet del governo.  I bielorussi chiedono libertà di espressione, giustizia e le dimissioni di un governo che è in carica pressoché da quando lo stato ha ottenuto l’indipendenza dall’URSS (agosto 1991). Ma il problema è che Lukashenko sembra non volerne sapere e la reazione è stata degna di un regime totalitario vero e proprio.

La reazione del governo

Subito dopo l’inizio delle manifestazioni, il neo insediato governo ha preso delle contromisure drastiche. C’è stata una poderosa mobilitazione delle forze dell’ordine e delle forze armate che fronteggiano la folla manifestante, con l’utilizzo di lacrimogeni, di proiettili di gomma, di manganelli e granate stordenti. Con intento intimidatorio e insieme propagandistico, sono stati diffuse sulle televisioni nazionali immagini degli arresti e delle violenze al fine di scoraggiare la popolazione a continuare con le proteste, anche se queste trasmissioni hanno perlopiù sortito l’effetto contrario: empaticamente, infatti, la popolazione si è schierata dalla parte dei perseguitati, cioè gli arrestati e i manifestanti malmenati. Gli arresti hanno già superato quota settemila e, tra coloro che sono già stati rilasciati, non pochi hanno denunciato maltrattamenti all’interno delle celle in cui sono stati reclusi. Per giunta nessuno si è fatto scrupoli ad arrestare chiunque capitasse a tiro o che abbia manifestato un minimo di simpatia per i manifestanti: in manette sono finiti anche atleti importanti (un calciatore della nazionale) e, neanche a dirlo, giornalisti. Una grande quantità di donne, tutte vestite di bianco, si è radunata per protestare pacificamente (ma a gran voce) in quanto non hanno alcuna notizia dei mariti, coinvolti nelle manifestazioni e arrestati dalla polizia. Le ultime notizie rivelano che da ora in avanti le forze armate potrebbero essere dotate di munizioni vere e non più di gomma per fronteggiare una folla sempre più numerosa e arrabbiata. Ex militari bruciano la loro divisa, funzionari statali simpatizzanti per i manifestanti si dimettono e persone in vista dello stato appoggiano le proteste. Ma Lukashenko non fa marcia indietro e conta anche sul sostegno internazionale della Russia di Putin. All’inasprirsi delle proteste il governo reagisce con la mano pesante e viceversa: maggiori sono i “soprusi” del regime maggiore diventa l’intensità della rivolta. Una certezza in tutto questo caos c’è: Lukashenko ha perso la fiducia e l’unità del paese e se il consenso al regime non è spontaneo, se non si canta tutti ad una voce sola, allora rimane soltanto ripristinare l’ordine con la forza. E questo ce lo diceva già Zamjatin.

Evgenij Ivanovic Zamjatin (1884-1937)

Il sistema (im)perfetto

Uno stato unico, dove non conta più l’io ma il “Noi“. Questa parola è quella che dà il titolo all’opera dello scrittore russo Evgenij Zamjatin, scritta nel 1921 ma pubblicata in Russia solo nel 1988. Considerata un’opera dannosa e nociva per il regime comunista sovietico, in effetti è una proiezione futura ed estremizzata di un regime totalitario in cui ognuno ha perso le sue libertà in favore della suprema libertà: rimettersi completamente allo stato per marciare all’unisono verso il benessere comune. Il prezzo è il proprio libero arbitrio, la possibilità di prendere decisioni sulla propria quotidianità, perché tutto è organizzato e vincolato secondo l’eccellente sistema di stampo tayloristico: ogni cosa è sorvegliata e controllata, non si può nemmeno passeggiare dove e come si vuole perché ci sono i percorsi predefiniti per ottimizzare il tempo. Le persone vivono in case trasparenti dove tutti vedono tutto e la privacy si ottiene in rarissimi casi. Tutto è ben organizzato e nessuno può sgarrare ma solamente piegarsi e praticare l’abnegazione di se stesso in favore di regole opprimenti, presentate come la suprema soluzione per essere davvero felici e liberi. “L’unico mezzo per liberare l’uomo dalle azioni criminali è liberarlo dalla libertà” afferma il protagonista, chiamato con l’alfanumero D-503 (nessun nome, solo numeri, perché tutti sono parte dell’equazione perfetta che è il regime) il quale è estremamente convinto del fatto che la società in cui vive sia il massimo a cui possa aspirare una persona. Pensare con la propria testa è sbagliato, è egoista e l’egoismo non porta mai al bene. E aggiunge ancora che “Ai due abitanti del Paradiso fu data l’opportunità di scegliere: felicità senza libertà o libertà senza felicità. Tertium non datur. E loro, asini, scelsero la libertà“. Sottomettersi al volere del regime, che è specchio del volere di tutti, è il primo e più importante passo verso la libertà, in quella che diventa una specie di società-catena di montaggio. Questo è quello che D-503 pensa, almeno finché non si innamora di una donna, I-330, che per giunta è anche una dei ribelli, identificati con la sigla “Mefi” (da Mefistofele). A quel punto l’ingranaggio si sgretola piano piano dentro di lui, combattuto tra ciò che è giusto per il regime e ciò che desidera nel profondo. La donna lo aiuta ad aprire gli occhi e ad accorgersi che tutti sono privi delle loro libertà, che sono schiavi del volere altrui e che questo non porterà a niente. Il sistema non è perfetto come volevano fargli credere, ha una falla e loro, i ribelli, la apriranno ancora di più, perché stanno preparando una rivolta. Quando poi scoprirà che probabilmente gli azzereranno, tramite un intervento chirurgico, la memoria e la fantasia, allora decide di dare una possibilità ai rivoltosi.

Copertina di una delle edizioni del romanzo di Evgenij Zamjatin, dove si possono vedere gli edifici in vetro e le persone che marciano allo stesso passo, vestite con uniformi tutte uguali

Una formalità

Zamjatin delinea benissimo, con punte di estremizzazione distopica ma piuttosto realistiche nell’insieme, una perfetta dittatura, con una sola guida che possiede (almeno secondo la propaganda) il consenso di tutto il popolo e che opprime le libertà individuali nel nome di un benessere comune. La guida unica del mondo di Zamjatin si chiama “il Benefattore” ed è visto come una figura imponente, mistica e nettamente superiore, la guida indiscussa del paese per prestigio e saggezza che, per il bene di tutti, è giusto che sia al comando. Ovviamente costui si serve di burocrati, che hanno il compito di far funzionare la macchina dello Stato e di scovare, interrogare, imprigionare e, se possibile, riconvertire al giusto i dissidenti. Ognuno è osservato, controllato e tenuto d’occhio, per fare sì che tutto vada come vuole il benefattore. Il quale non è un vero oppressore, perché ogni anno si presenta davanti all’Assemblea popolare per rimettere il suo incarico nelle mani del popolo, salvo poi essere rieletto all’unanimità.

Domani assisterò a uno spettacolo che ogni anno si ripete uguale, ma ogni volta emoziona in modo nuovo: si leva il possente calice della concordia, si alzano braccia devote. Domani è il giorno delle elezioni annuali del Benefattore, Domani affideremo nuovamente al Benefattore le chiavi della incrollabile fortezza della nostra felicità. Va da sé che sono diverse dalle elezioni caotiche e disorganizzate che si svolgevano presso gli antichi, quando – ridicolo a dirsi – era addirittura sconosciuto in anticipo il risultato stesso delle urne. Costruire uno stato in base a casualità assolutamente non calcolabili, alla cieca: cosa può esserci di meno sensato? E invece, a quanto pare, ci sono voluti secoli per capirlo. Non è forse superfluo dire che, presso di noi, in questa e in tutte le altre circostanze, non c’è spazio per alcuna casualità, che imprevisti non ce ne possono essere? Le elezioni stesse, del resto, hanno un significato più che altro simbolico: mirano a ricordare che siamo un unico, possente organismo.

Diciamo che anche ai giorni nostri sembra che le figure forti, proprio come Lukashenko, godano dell’incontrastata fiducia di un popolo saldo e unito attorno al suo leader. E il rinnovo del mandato di governo probabilmente era (o doveva apparire tale) cosa certa. Ma un giorno, proprio come oggi accade in Bielorussia, all’elezione generale, di fronte a tutti, qualcuno vota a sfavore, stanco dell’oppressione delle libertà e scoppia la rivolta per le strade, con scene di guerriglia urbana. La reazione del Benefattore e dei suoi scagnozzi è dura, rapida e tempestiva: con la forza riescono a circoscrivere in fretta molte delle cellule ribelli, fanno irruzione in abitazioni e uffici alla ricerca di prove o di persone che si nascondono (anche la polizia bielorussa è entrata a sorpresa in molti edifici o siti industriali, forzando gli ingressi) e sgominano chiunque gli si opponga. Molte persone catturate e richiuse in celle da cui non escono più o, se tornano, non sono più le stesse. I manifesti e gli annunci propagandistici presentano i ribelli come nemici della felicità e del progresso e invitano tutti a denunciare se conoscono qualcuno che sia parte della cerchia dei dissidenti. Poi il regime decide di prendere provvedimenti seri e drastici nei confronti di tutta la popolazione, cercando di prevenire che certe cose avvengano in futuro. Di certo Zamjatin ha cercato di tratteggiare un quadro (estremizzato, lo ripetiamo) della sua Russia che lentamente si avviava verso una dittatura comunista molto oppressiva, ma alcuni meccanismi, come si è potuto capire, sono ancora ben visibili. L’oppressione, l’uso della forza, la finta democrazia, le decisioni unilaterali prese “per il bene comune“, la violazione di diritti fondamentali: tutto ciò che sta accadendo in Bielorussia è quello che, a suo modo, già il patrigno letterario di George Orwell, Aldous Huxley e Ray Bradbury aveva cercato di denunciare. E quando la popolazione si rende conto delle privazioni a cui è sottoposta e il consenso viene perduto (sia per Lukashenko, sia molto inaspettatamente per il Benefattore), i pilastri di un regime iniziano a scricchiolare e la soluzione più immediata ed efficace, purtroppo, è usare le maniere forti.

2 thoughts on “Perché la Bielorussia è in rivolta? Ragioni di un popolo che segue le orme di “Noi”

    • Grazie, mi fa davvero molto piacere. Il libro è illuminante, scritto bene, lo consiglio vivamente!

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