Immaginare, fantasticare e sognare sono sempre state tra le azioni preferite degli uomini in ogni tempo, in particolare per raggiungere, con la propria fantasia, le mete più inaccessibili.

Giosuè Carducci è stato maestro di questo sentimento nelle Odi Barbare e in particolare nella poesia “Fantasia”, che porta il lettore in un mondo lontano nel tempo e nello spazio.
Il Carducci delle Odi Barbare
Carducci compone le poesie di questa raccolta, edita per la prima volta nel 1877, per un bisogno di evasione dal proprio mondo, per potersi immaginare in una realtà idilliaca, meravigliosa e adatta alle sue esigenze, in ultima analisi quella della Grecia Classica. Per fare questo si serve di numerosi riferimenti e immagini al mondo ellenico, ma soprattutto applica alle proprie poesie la metrica greca e latina, quel sistema ritmico basato sulla quantità, ossia la lunghezza di ogni sillaba che generava il particolare andamento del verso. Si trattava di un esperimento molto ardito e destinato a un successo solo parziale, sia per l’imperizia dei contemporanei, sia perché il sistema italiano in cui venivano trapiantati i metri classici è fondato sull’accento tonico delle parole, non sulla lunghezza delle loro sillabe. Per questo le sue odi sono definite barbare, dal momento che a un parlante greco sarebbero risultate balbettate, proprio come se a recitarle fosse stato un barbaro. Ciò che ancora oggi rimane di questa raccolta è comunque la grande perizia del poeta, impegnatissimo in una composizione particolarmente difficile dal punto di vista metrico ma anche altrettanto suggestiva.

Fantasia, evasione verso l’Ellade
In Fantasia il viaggio, che è sia nel tempo sia nello spazio, comincia da una sensazione uditiva. La voce di una donna, la sua Lidia, pseudonimo per Carolina Cristofori Piva, amante del poeta, permette la partenza per un viaggio fantastico. Subito l’anima del poeta si abbandona a questa sensazione e viene trasportata dalle onde. Ora davvero inizia a farsi sentire il sentimento di amore per il mondo classico dell’autore. Nella descrizione dei luoghi visitati dall’anima pare di ascoltare le peregrinazioni di Odisseo, di star navigando con lui nell’Egeo al tramonto, tra voli di uccelli e la miriade di isole che popolano questo mare, ognuna con una propria storia e il proprio fascino. Lo spettacolo vero e proprio sono i templi di marmo che dalle acropoli delle isole risplendono nel cielo tinto di arancione della prima sera, accompagnati dal soave profumo del mirto. Il mondo che Carducci vede però non è solo per lui. In lontananza sente il canto dei marinari, pronti a salpare e a intraprendere il loro viaggio per mare. Spettacolo ancor più eccezionale sono le giovani donne che con una processione rituale scendono dall’Acropoli di un’isola, forse uno dei momenti più greci che presenta la poesia. In conclusione, affianco ai motivi religiosi e del viaggio, che se vogliamo possono essere simbolo dell’Odissea e delle tragedie greche, troviamo un uomo armato, forse il poeta arcaico Alceo, autore a Lesbo di lirica monodica di argomento amoroso e civile, tornato col proprio cimiero dalle sue battaglie, a simboleggiare l’altro grandissimo componimento della tradizione greca, questa volta di ambito guerresco, l’Iliade. Questo viaggio, dunque non ha una vera e propria conclusione e soprattutto non ha un ritorno indicato, a dimostrare quanto per il poeta non ci sarebbe bisogno di riemergere nuovamente dalla fantasia in cui la dolce voce di Lidia lo aveva fatto piombare. Tutta la poesia è cosparsa di termini preziosi e latinismi come la molle aura, il sole occiduo e i nauti, utili per rimarcare, una volta di più, la profonda affezione che Carducci ha per il mondo antico e il suo desiderio di riportarlo in vita nei propri versi. Il viaggio della fantasia è innescato dai sensi e nei sensi trova la propria guida: il poeta vede immagini meravigliose e si noti che il tramonto è evocato due volte in maniera piuttosto espressionistica; l’olfatto lo accompagna verso l’odore dei mirti; l’udito è stimolato dal vento che porta l’ondeggiare dei cipressi; il tatto è invece sollecitato dal tocco delle onde, carezzevoli, un po’ in sordina nella prima strofa.
Un altro viaggio di fantasia in Baudelaire
Questa grande importanza ai sensi e alle sensazioni che trasmettono si collega bene al componimento di Baudelaire “Corrispondenze”. Il poeta francese evidenzia bene come la Natura, attraverso le proprie manifestazioni, sappia parlare all’uomo e generare un fitto sistema di corrispondenze. Attraverso una serie di sinestesie Baudelaire convince il lettore che tutto è interconnesso e genera un costante viaggio di associazioni nella sua mente. Ecco dunque che i profumi sono freschi come la carne di un bambino e dolci come l’oboe, per fare un esempio. La realtà di questa poesia è fortemente semiotica, tutto ha un senso e rappresenta anzi qualcos’altra. Sotto questo aspetto siamo più distanti da Carducci, nonostante anche nel poeta italiano le manifestazioni del mondo e della natura richiamo spesso e volentieri altri mondi e sensazioni. La grossa differenza sta in realtà nei legami meno estremi e più lineari nella poetica dell’autore di Fantasia. In Baudelaire tutto è un tramite per qualcos’altro e ci spinge a un viaggio, mentre Carducci si limita o a vere e proprie fantasie o a rimandi più diretti e immediati del significante al significato.