L’alienazione dell’impiegato: vediamo perché un capo come Michael Scott avrebbe aiutato il povero Belluca

Se “Il treno ha fischiato” di Pirandello descrive la triste vita impiegatizia, “The office” ci offre un contesto completamente opposto.

La serie americana racconta scene di ordinaria follia nella Dunder Mifflin, azienda gestita dall’istrionico Michael Scott. È lui che alleggerisce l’atmosfera in ufficio, migliorando il lavoro dei suoi impiegati. Quanto bene avrebbe fatto un manager come Michael al triste Belluca?

La folle quotidianità della Dunder Mifflin

The Office (US) – appunto un adattamento americano della meno conosciuta serie britannica – è una delle più note e fortunate sit-com degli ultimi anni. Ambientata a Scranton (Pennsylvania), essa racconta in un falso documentario (mockumentary) la vita lavorativa della filiale cittadina della Dunder Mifflin, azienda cartaria di medie dimensioni. Quello che all’apparenza potrebbe apparire come un contesto poco interessante, però, rivela in realtà una stravagante quotidianità, dovuta più che altro alle bizzarre trovate del manager Michael Scott. Arrivato quasi per caso al comando della filiale dopo fortunati anni come venditore, Michael non accetta di ricoprire un ruolo piatto: per questo trascorre le sue giornate ignorando i suoi doveri manageriali e provando goffamente ad intrattenere i suoi dipendenti. Molto spesso però, il capo non ottiene il successo sperato: le telecamere della troupe, infatti, si soffermano spesso sull’imbarazzo che le trovate di Michael provocano sugli impiegati, sconcertati dai suoi tentativi di apparire simpatico ai loro occhi.

Nel prosieguo delle puntate, però, il clima in ufficio cambia. Gli impiegati cominciano a stare al gioco di Michael, e con lui spezzano la monotonia e i ritmi del lavoro impiegatizio. Tutto ciò contribuisce, ovviamente, a creare anche legami dal punto di vista umano: i dipendenti cominciano ad apprezzare Michael – che si apre più spesso con loro -, si stringono amicizie e relazioni amorose all’interno dell’ufficio, ma soprattutto la Dunder Mifflin Paper Company  prende via via sempre più la forma di una famiglia per ciascuno dei suoi impiegati. La troupe del documentario, vicina ai protagonisti anche fuori dall’orario di lavoro, racconta in 9 stagioni l’evoluzione non solo lavorativa, ma soprattutto umana dei dipendenti dell’azienda.

La soffocante vita di Belluca

Chi realmente ha conosciuto un impiego soffocante in un ufficio è invece Belluca, protagonista della novella “Il treno ha fischiato”  di Luigi Pirandello. Contabile di professione, Belluca è un uomo mansueto e meticoloso nel suo lavoro; per la sua natura docile, però, spesso viene preso di mira dai suoi colleghi e dal suo datore di lavoro, che si divertono a schernirlo, quasi a voler verificare quale sia il suo limite di sopportazione.

Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava
zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con
tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato
senza pietà, così per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo
imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute,
se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente!

La proverbiale goccia che fa traboccare il vaso, però, arriva per Belluca in un momento inaspettato. Dovendo sostenere col proprio lavoro una famiglia numerosissima – tra cui le figlie vedove e i rispettivi molteplici nipoti – l’uomo porta a casa del lavoro aggiuntivo da copia-documenti; mansione, questa, che svolge durante la notte, unico momento di quiete della giornata nella sua abitazione. Durante una notte insonne, però, Belluca sente in lontananza dalla sua scrivania il fischio di un treno. È un’epifania: l’uomo, ormai soffocato dalla sua vita da troppo tempo, aveva dimenticato dell’esistenza del mondo esterno, ignorando che al di fuori della sua città vi fossero luoghi – anche lontanissimi – verso cui ad esempio quel treno si stava dirigendo. Questo evento, che Pirandello descrive quasi come una provvidenziale boccata d’aria, porta l’uomo a boicottare le proprie mansioni lavorative il giorno successivo. Sconcertati dall’accaduto e credendolo impazzito, i colleghi lo accompagnano in manicomio. La realtà è però un’altra: come spiegato dal narratore egli  era ben lontano dall’aver perso il lume della ragione:

Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo. […] Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
– Magari! – diceva – Magari!

[…] Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso
gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

L’allegria sul posto di lavoro come cura per la quotidianità

La narrazione di Pirandello è ovviamente sintomatica del suo tempo: siamo a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento e la Rivoluzione Industriale ha cambiato il volto della società e, dunque, del lavoro. Il positivismo impone all’individuo di entrare a far parte del processo produttivo, pena l’esclusione dalla società stessa. In un contesto del genere, quindi, emerge il disagio della classe media e, ad esempio, della grigia figura dell’impiegato. D’altra parte, se pensiamo alla realtà odierna, non parleremmo di una situazione molto diversa. Quanto diventa importante, quindi, in un quadro di questo tipo, lavorare in un ambiente sano? Se da un lato l’ufficio di Belluca non fa altro che alimentare le difficoltà psicologiche dell’impiegato, dall’altro la Dunder Mifflin costituisce – ovviamente in modo estremizzato – un’oasi felice, una realtà a sé stante in cui i dipendenti riescono anche a costruire rapporti umani.

Tutto quello che ho lo devo a questo lavoro… questo stupido, meraviglioso, noioso, fantastico lavoro. — Jim Halpert (9×25)

 

E forse non è poi così azzardato credere che un capo come Michael Scott, forse, avrebbe alleviato almeno in parte la triste quotidianità di Belluca.

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