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Quando la nostra internet persona è finzione: il confronto fra realtà e mondo virtuale

Quando la nostra internet persona è finzione: il confronto fra realtà e mondo virtuale

Fino a che punto dobbiamo fidarci di quanto vediamo su internet? Come possiamo distinguere la realtà virtuale da quella concreta?

Fonte: Kate Torline su Unsplash 

Prima che persone, siamo utenti: è impossibile non risentire della potente influenza del mondo virtuale sulle nostre vite. Diventiamo spettatori di un mondo intangibile, che abitiamo con la nostra presenza online: un destino dal quale pochi riescono a scollegarsi. Internet può instaurare delle credenze nella nostra persona, è un potente mezzo di influenza ed informazione. Il problema nasce nella “finzione virtuale”.

ABITANTI DEL MONDO VIRTUALE: L’ESPERIENZA DELL’UTENTE

Il gesto più comune: “scrollare” Instagram. Messi da parte i vari “down” delle piattaforme social, la navigazione di internet è un momento condiviso dalla maggior parte delle persone. Si chiama “Era digitale” e per parteciparvi attivamente è necessaria una presenza online. Che sia sottoforma di contenuti o di commenti, essere “utenti” è diventato il nostro secondo status, a volte anche prima di quello di “cittadini”. Sarebbe insulso deridere questa denominazione, in quanto, come statato prima, è impossibile non esserlo: siamo destinati all’utilizzo di internet. Da dove nasce la nocività di questa piattaforma? La lista è sicuramente lunga da stilare, ed anche se venisse fatta sarebbe comunque limitata ad una determinata esperienza soggettiva. Perché? Tutti viviamo, su internet, un mondo virtuale creato appositamente sulla figura dei nostri interessi – basti pensare ai vari algoritmi che mutano le pagine principali dei social che utilizziamo a seconda delle nostre ricerche.

Dal punto di vista dell’utente digitale, la sua esperienza è spesso decorata dall’incontro con l’altro, dalla scoperta di una società virtuale, che in sé contiene una gerarchia che esiste, forse, soltanto nell’etere. Si tratta di profili personali, storie, fotografie, post. Tramite questa presenza digitale abbiamo la possibilità di “creare” un’identità a nostro piacimento, spesso molto distante da quella che abita la realtà effettiva. 

Fonte: Matúš Kovačovský su Unsplash

IL PERSONAGGIO VIRTUALE E L’INCONGRUENZA CON LA REALTÀ EFFETTIVA

Negli ultimi anni è stato possibile osservare una crescita esponenziale del potere delle più famose personalità nate dal web: Instagram, Twitter, Youtube, sono diventati trampolini di lancio per tutti coloro che hanno riscosso interesse da un cospiquo numero di utenti. Molti di loro parlano spesso di questa notevole differenza percepita dal loro personaggio virtuale: non è raro che essi raccontino una vita “dietro i riflettori” fatta di sofferenza e battaglie delle quali, il loro seguito, non sa nulla. 

Il discorso potrebbe essere anche generalizzato, raccontando dell’user medio, la quale narrazione virtuale potrebbe essere ben diversa da quella tangibile. Gli utenti del mondo digitale vivono in uno stato quasi onirico, consapevoli di essere esposti ad una realtà non interamente vera, ma incapaci di delineare il confine fra verità e finzione. 

INDISCERNIBILITÀ E INDECIDIBILITÀ: LA DISCUSSIONE PLATONICA FRA REALTÀ E SOGNO

Così, il discorso dell’incertezza si fa spazio nella trattazione del problema: le similitudini fra indiscernibilità del sogno dalla realtà e confine nebbioso fra identità digitale e persona reale sono degne di nota. 

La linea che li divide si assottiglia e l’argomento si fa interessante agli occhi di numerosi filosofi, a partire da Platone. Nel IV secolo aC pubblica il Teeteto, nel quale è contenuto un importante passo, attinente al discorso del sogno e della realtà. Più precisamente, all’indiscernibilità ed all’indecidibilità dell’uomo nello scegliere una realtà su un’altra (quale sia verità, se quella onirica o quella effettiva). Certo, Platone non avrebbe mai immaginato che, nel futuro, si sarebbe parlato di qualcosa come internet, ma le sue riflessioni ci permettono di dare un nome a qualcosa che non riusciamo a capire. 

Socrate, protagonista letterario della maggior parte degli scritti platonici, pone la domanda direttamente a Teeteto, un giovane matematico ateniese: “come possiamo capire di essere svegli e di non star sognando?”. Che, in chiave moderna muta in “come possiamo capire cosa è maschera “digitale” e cosa realtà?”. Socrate non riceve risposta e continua: “quando dormiamo le credenze nel sogno sono, per noi, vere”, eppure riconosciamo che nella veglia le nostre opinioni di verità sono le più “giuste”. In ultima battuta, perché ci fidiamo di un’immagine della realtà, definizione platonica del sogno che può essere trasportata anche alla sfera digitale?

L’assunzione che non tutto ciò che vediamo è effettivamente specchio della realtà è il tacito accordo che connette coloro che vivono gli effetti dell’era digitale: una significativa presa di coscienza che prescrive all’utente un mandatorio scetticismo. Il problema sorge, però nel momento in cui non possiamo ignorare tutti coloro che, del “tacito” accordo, non sanno nulla.

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